La letteratura è come una… foto di gruppo

Intervista con il prof. Elvio Guagnini, figura di spicco e di riferimento nel panorama accademico e culturale non soltanto triestino

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La letteratura è come una… foto di gruppo
Elvio Guagnini. Foto: ELISA GERINI

“Mi occupo degli autori che ammiro”, lo dice sorridendo Elvio Guagnini, docente universitario di chiara fama che non ha mai smesso di insegnare – nemmeno dopo aver lasciato l’Università – e questo amore nei confronti dello studio e della ricerca lo accompagna come fedele amico, sempre pronto a intervenire e a suggerire nuove vie a chi gli chiede lumi.

Ci ha sempre colpito la cordialità dell’uomo di scienza, la sua disponibilità, la capacità di far sentire la grandezza della letteratura, si può dire?, maestra di vita, come e in molti casi, più della storia. Che rapporto ha, professore, con gli autori viventi?
“Per fortuna mi occupo di autori che ammiro e che amo. Direi che sono portato verso le cose che condivido o che almeno hanno qualcosa di comune con me. Il rapporto in genere è buono, soprattutto quando diventa anche rapporto di amicizia, allora bisogna essere franchi. Certo, questo creerà difficoltà col narcisista… (sorride divertito!, ndr)”.

La carriera
Il prof. Guagnini è una figura di spicco e di riferimento nel panorama accademico e culturale, con una profonda conoscenza delle dinamiche storiche e linguistiche: ha saputo coniugare rigore scientifico e sensibilità artistica, contribuendo in modo significativo alla comprensione e alla valorizzazione delle identità culturali e delle narrazioni che attraversano il nostro continente. Ma anche nel nuovo mondo, avendo un ruolo importante anche in Università oltreconfine e Oltreoceano. Guagnini ha studiato letteratura e filologia all’Università di Trieste. Professore ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Trieste, ha ricoperto anche ruoli amministrativi dei quali afferma: “L’ho sempre fatto con entusiasmo. Quando uno ha avuto deve restituire, contribuire attivamente alla vita della comunità”.
Come direttore di dipartimenti o istituti di ricerca, ha contribuito a promuovere studi su autori triestini e istriani, come Italo Svevo, Scipio Slataper, Giani Stuparich e su Fulvio Tomizza. Guagnini è autore di numerosi saggi, libri e articoli accademici. Tra i suoi lavori più noti: Studi sulla letteratura mitteleuropea e triestina, esplorando temi di identità, multiculturalismo e storia sociale. Libri come “Letteratura triestina del Novecento” o contributi a opere collettive sulla storia dell’Istria e della Venezia Giulia.

Elvio Guagnini con Ugo Gerini, Presidente del Lions Club Trieste Europa, ideatore del Premio Tomizza.
Foto: ELISA GERINI

L’amicizia con Tomizza
Una settimana fa le è stato conferito il Premio che porta il nome di Tomizza, come è stato conoscerlo?
“Un rapporto bellissimo, direi, che nasceva da una condivisione assoluta. È successo nel ‘65 quando stavo scrivendo un articolo su di lui per la rivista ‘Asterisco’ di Tullio Reggente che avevamo creato con Bruno Chersicla e altri amici. Diventerà la casa editrice del mio primo libro. Reggente mi aveva invitato a venire con lui a casa di Tomizza. Ricordo che era nata da poco la figlia Franca, la casa profumava di bambino: un momento particolarmente bello della nostra vita. Lui era felice. Io pubblicavo i miei primi saggi. Soprattutto nacque un’amicizia che abbiamo coltivato fino al momento della sua dipartita. In verità sono ancora suo amico, rileggo spesso i suoi libri e risento la sua voce, i suoi ragionamenti. Lui era del ‘35 io del ‘39, le nostre esperienze di vita erano diverse, eppure s’intersecavano. Aveva pubblicato ‘Materada’, un libro che io ammiravo, di fondamentale importanza non solo per l’Italia ma per il mondo”.

Trieste non è stata generosa con lui…cosa ne pensa?
“Subito dopo il nostro incontro sposai una ragazza fiumana, Gabriella Brussich e con lei ragionavamo a proposito di queste tematiche e dei problemi connessi, in particolare dell’abitare a Trieste. Per conoscerla, e viverla, non si può prescindere dall’occuparsi dei gruppi nazionali che caratterizzano il suo territorio. Tomizza ne era consapevole e andava a scontarsi con tutti coloro che professavano il mito della purezza. Durante gli anni di insegnamento ho chiesto a diversi studenti che venivano dall’Istria o da Fiume di trattare autori delle altre lingue locali e, viceversa. Uno straordinario esercizio di considerazione dell’altro. Non soltanto, nel tempo gli stessi studenti hanno voluto approfondire gli studi su questi autori con ottimi risultati”.

L’esperienza con la CNI
Ci sono tanti studenti delle scuole italiane dell’Istria e di Fiume che hanno frequentato i suoi corsi, e ne sono scaturiti rapporti incrociati. Lei già conosceva la realtà delle Comunità degli Italiani… Ha fatto in modo che qualcuno di loro, possiamo anche fare un nome, Gianna Mazzieri Sanković, diventassero protagonisti di un progetto importante. È così?
“Non ricordo come sia successo, ma so che Gianna ha colto la presenza di un amico che immaginava scenari possibili. Ho visto in lei la mia medesima tenacia, sono convinto che su certi principi non bisogna mollare mai. Ed è riuscita a realizzare con la collega Corinna Gerbaz Giuliano l’importante realtà del Dipartimento di Italianistica a Fiume”.
Lei aveva già alle spalle una bella esperienza con la nostra gente in Istria e a Fiume…
“Il contatto con la Comunità italiana era iniziato alla fine degli anni Sessanta. Ricordo che uno dei temi delle mie conferenze era il ‘Romanzo italiano del Novecento’. Erano lezioni che teneva il prof. Bruno Maier, mio collega e vicino di casa. Mi disse: ‘mi non posso va ti, a Rovigno’. Tra il pubblico c’erano i proff. Antonio Borme, Giovanni Radossi, Antonio Pellizzer e altri. Mi accompagnava l’avv. Emanuele Flora che fece lezione di diritto. A Fiume tra il pubblico conobbi Arminio Schacherl. Poteva essere stato collega di università dei miei suoceri fiumani, venuti via nel ‘45 e questa cosa mi emozionava e mi motivava. Poi vennero gli anni della docenza alla Facoltà di Pola. Il campo d’insegnamento era la Letteratura italiana generale, dalla scuola siciliana all’autore vicino di casa che sta scrivendo; ma a in particolare la teoria della letteratura. Erano anche occasioni per riandare con la memoria ai miei maestri. Mi ero laureato con Emilio Bigi, grande studioso di Petrarca, Giuseppe Petronio era collega e amico. L’interesse per la letteratura triestina, invece, la devo a Maier e al glottologo Giovan Battista Pellegrini che mi ha fatto da tutor”.

Il significato dei viaggi
I suoi colleghi, in occasione del pensionamento, Le hanno fatto uno splendido regalo. Hanno raccolto in volume i suoi saggi col titolo “Il viaggio, lo sguardo, la scrittura”. Il viaggio per lei ha un significato particolare?
“I libri sulla letteratura di viaggio sono uno strumento per liberarci dai pregiudizi, per incontrare necessariamente l’altro dentro e fuori di noi. Un percorso che mi accomuna a Tomizza. Se viaggi devi importi di cambiare posto continuamente, guardarti attentamente in giro senza dare nulla per scontato, anche andare a conoscere le persone importanti. Una volta, diretti ad Alghero con Tomizza, prendemmo tre voli aerei. Un viaggio incredibile. Fu divertente discutere, ragionare, rapportarci con ciò che stava succedendo. Tomizza era incredibile, lasciava il segno. Quando sono andato a San Paolo del Brasile, la prof.ssa che mi aveva accolto mi raccontò della visita di Tomizza e volle regalarmi un numero della rivista degli italianisti contenente un suo saggio sulla frontiera. Le opere pubblicate in questi nostri territori hanno valore testimoniale e ciò è molto importante; chiaramente poi bisogna distinguere la qualità degli autori. L’alto valore letterario influisce sul valore testimoniale dell’opera stessa. Il realismo di Tomizza non ha nulla del populismo di tanti altri scritti. Lui guarda con occhio limpido, rende con una scrittura chiara, essenziale, lucida, sfrondata, caratterizzata da questo bisogno di arrivare all’essenziale”.

Tutto per capire la complessità del nostro mondo di frontiera?
“Certamente, la letteratura va studiata complessivamente, tutti aiutano a capire, è come una fotografia di gruppo, uno skyline di una città, dalla presenza o l’assenza di un elemento tutto cambia. Lo storico deve essere, necessariamente, anche un filologo. Il valore e la consistenza oltre alla storia di un singolo documento. La filologia è una disciplina imprescindibile. Mi deriva dai maestri che ho avuto”.

Un testamento per i posteri
Che cosa ha pensato nel ricevere il Premio Tomizza?
“Mi ha costretto a ricordare altri tempi: quando ho cominciato a lavorare per esempio, ma anche quando ho conosciuto Tomizza. Ho amato molto ‘Adriatico e altre rotte’, ovvero il Tomizza viaggiatore per non corrispondere a quel detto così simpatico ‘Ti son partì casson, ti son tornà baul’. Il viaggio può essere inteso non solo in senso fisico, in un contesto spazio temporale, ma anche in senso metaforico come espressione di abbandono, ricerca interiore, desiderio. Un giorno mi chiamò per chiedermi di sostituirlo a una conferenza che doveva svolgersi a Smirne. Fu incredibile”.

Il ricco patrimonio autografo di Tomizza è in Svizzera. Trieste lo ha costretto ad andare altrove?
“È vero, molte cose si trovano all’Istituto Prezzolini in Svizzera. Ma va bene, significa che lo possono raggiungere tutti gli studiosi. Una volta, per fare ricerche ci si doveva spostare, ma oggi è diverso. Gli strumenti a disposizione hanno cambiato i metodi. Ci sono cose di Tomizza anche a Trieste. Vanno individuate, sollecitati gli studenti a occuparsi di lui e delle sue opere”.
Al momento di salutarci, il prof. Elvio Guagnini ci fornisce un’ulteriore indicazione: i viaggi di Francois Volney, un viaggiatore del Settecento, legato all’Encyclopedie che credeva nella forza della capacità mimetica del viaggiatore: “Quasi un segno materiale dei nuovi principi che avrebbero portato – sulle tracce delle indicazioni degli enciclopedisti – a un rapporto fondato non sul rifiuto, ma sulla conoscenza e sul rispetto dell’”altro”, del “diverso”. Ciò che avrebbe permesso la nascita e lo sviluppo delle nuove scienze umano-sociali come l’antropologia e l’etnologia”. Un testamento per i posteri.

La locandina dell’evento.
Foto: ELISA GERINI

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