Non è il familiare profumo di salsedine, ma una sensazione di freschezza e libertà che inebria allo stesso modo. Con i Fiumani saliamo in montagna per ammirare un susseguirsi di splendide cime alle spalle di Torino. Siamo nel Parco naturale delle Alpi Cozie, territorio di frontiera, sa di casa, di déjà-vu, di mondi già esplorati eppure unici e sempre diversi.
Ci accoglie Massimo Manavella, per portarci al rifugio di Selleries, 2030 metri, sbaffi di neve, bosco incantato e tante storie da percorrere nel lasso di tempo di una giornata che ne vale mille. Intercala il suo racconto con dei “et voilà”, rivelando la sua appartenenza alla comunità occitana che vive nelle valli alpine occidentali del Piemonte, come l’Alta Val di Susa, la Val Chisone, la Val Germanasca e la Val Pellice. La loro parlata, nota anche come “patouà” (patois), appartiene al gruppo linguistico provenzale-alpino ed è riconosciuta come minoranza linguistica storica. La parola minoranza diventa un punto di congiunzione.
La storia della «Grangia»
“Il Rifugio di Selleries – racconta Massimo Manavella, uomo di questo mondo verticale, gestore del luogo – nasce come struttura del CAI di Pinerolo. Col nome di Grange, che significa Baita in lingua francese o Grangia in piemontese. Viene creato a fine Ottocento e a cavallo tra i due secoli consiste solo nel piccolo nucleo che oggi appare staccato dal corpo principale del rifugio. I primi sciatori del CAI di Torino lanciarono a livello italiano lo sci come divertimento, fu Adolfo Kind, un nome importante della borghesia torinese ad acquistare questo sito. Lo venderà nel secondo decennio del Novecento alla famiglia Berger che lo amplia nel 1922”.
Abbiamo bisogno di capire come definirebbe questo periodo?
“Facile. Nasceva Pier Paolo Pasolini, ci fu la Marcia su Roma, Howard Carter nel novembre scoprì la tomba di Tutankhamon e, qualcuno, inaugurava Selleries. La famiglia tramanderà questa proprietà fino alla seconda metà degli anni Novanta. Fu una delle figlie a venderla alla Regione Piemonte, sensibilizzata a mantenere il rapporto con il rifugio perché vi lavorava uno della famiglia Berger stessa. Finita la ristrutturazione nell’estate del 2005, partì immediatamente la gara d’appalto: e lì siamo arrivati noi”.
C’era un’esperienza precedente?
“Ho sempre lavorato nei rifugi e nelle strutture ricettive avendo studiato all’Istituto alberghiero. Ho provato in vari luoghi ma poi sono tornato sui miei passi, al mondo che sentivo più vicino: mi sono concentrato sui rifugi”.
Perché?
“Facevo le stagioni nei luoghi turistici, da maggio fino ad ottobre. Era l’Istituto scolastico che frequentavo a decidere le destinazioni ma io sono appassionato di montagna, sono nato in Val Po, a Bagnolo Piemonte, paesino di Ostana. Per me vivere significa andare ad arrampicare, scalare, sciare. Con le stagioni sarei stato portato via. Il rifugio si dimostrava la quadratura del cerchio. Ho seguito un sogno”.
«Muntà e calà»
Si scioglie il racconto, le domande che ci hanno spinti fin qui salgono in superficie. Il Monviso è alle nostre spalle, una delle sue punte di chiama Fiume e il nevaio che la lambisce si chiama Quarnero: una rivelazione che rende ancora più importante il nostro viaggio. È così che inizia questa esplorazione, rapiti dalla meraviglia di una nuova presa di coscienza. Ma certo, la Prima guerra mondiale, il fronte, le città mito del Novecento. E allora è giusto conoscere di più, scavare, setacciare alla ricerca di pepite di storia. “I primi ad acquistare il lotto furono i proprietari del vicino alpeggio”.

Definisca alpeggio per chi è avvezzo al tramonto sul mare…
“Il nucleo dove vivono i pastori, i malgari da giugno a settembre. I nostri hanno un centinaio di mucche che salgono a piedi durante la cosiddetta transumanza contraddistinta dal ‘muntà e calà’ (Sali e scendi): alle 6-7 del mattino le scaricano ai piedi della strada e arrivano a destinazione a metà pomeriggio superando un dislivello di 800 metri, circa 13 chilometri. E’ una festa, si raduna un gruppo di circa 20 persone, solitamente la parentela, e si procede tra scherzi e commenti, guidano le mucche, dietro seguono i piccoli, i vitelli, che sono più lenti. Si blocca la strada con le macchine di servizio proviste di lampeggianti per fare passare gli animali, il pastore gode: il mondo è ai suoi piedi. Ci si ferma per fare riposare e bere gli animali e si mangia. Le torte salate, il pane, gli affettati e formaggi, il dolce e… si beve. Nella transumanza sono coinvolti moltissimi giovani che condividono l’esperienza. C’è stato un salto generazionale, oggi i giovani sono tornati alle attività tradizionali. Pastori e malgari sono tutti giovanissimi, manca la mezza età, di coloro che hanno fatto scelte diverse. La campagna qui produce foraggio e frutta, mele, mirtilli, pere, kiwi”.
Il ritorno sul Monviso
Occuparsi del rifugio le ha permesso di sviluppare le attività che la appassionano?
“Per un periodo mi ero allontanato, assorbito dal lavoro. Ho ripreso perché mi sono reso conto degli anni che passano. Sono ritornato sul Monviso, è impegnativo da scalare, complicato, non hai una via normale. Ho fatto un periodo di arrampicata sulle pareti attrezzate, poi ho alternato dentro fuori ed ho ripreso a scalare le montagne”.
Che cosa aveva bisogno di superare?
“La paura. Partiti dal rifugio ho capito che era un ritorno a casa: da Pian della Regina (1800 metri scarsi) come si faceva una volta passando dalle sorgenti del Po, ho dormito a Quintino Sella nella chiesa del posto, esattamente ai piedi della Madonna che mi guardava se solo aprivo gli occhi. Al mattino mi sono ricordato un fatto: una volta sotto la Madonna mettevano i morti sul Monviso, e il gestore mi ha risposto ‘ma anche adesso’… Ero sconcertato ma al mattino siamo saliti lungo la cresta fino alla cima, tutta roccia che si sgretola facilmente, è una sfida, emozionante, molti quando arrivano in croce scoppiano in dirotto pianto. Poi bisogna scendere ed è un altro massacro”.
Che cosa pensa chi sta scalando?
“Alla roccia che ha davanti, siamo solo noi, nessun altro pensiero, metti in moto i sensi ed è bellissimo”.
La bandiera fiumana
Ragionando e ballonzolando sul sentiero impervio a bordo del fuoristrada, raggiungiamo il rifugio di Selleries che è al centro di un Massicio…
“Esatto, siamo circondati dalle montagne del Massiccio del Monte Orsiera, sette punte sui 2800/2900, il gran ‘mamellun’, lo chiamano. È il più vicino a Torino”.
Arrivando abbiamo notato subito la bandiera fiumana che sventola davanti al rifugio. Ce l’avevano detto, ma è comunque una strana sensazione, come di qualcosa che verrà annunciato durante la nostra visita…
“La prima volta che ho parlato di Fiume senza saperne quasi nulla è stato con Ketty e Andor Brakus (lui è anche vicepresidente dell’Associazione fiumani italiani nel Mondo) che salivano da Torino ad esplorare i sentieri circostanti. Con loro ho incontrato un gruppo di persone straordinarie che vivevano quasi in colonia in città, nei quartieri creati per gli esuli giuliano-dalmati. A scuola nessuno ci aveva mai parlato delle vicende dell’Adriatico orientale. Fiume era un mito legato a D’Annunzio, per me che sono un patito di poesia. La veneziana Luisa Baccara racconta cosa sono stati i 500 giorni di Fiume, quel loro vivere dentro al mito, essendo egli un visionario. Ma da queste nuove conoscenze emerse un’altra Fiume. Così, essendo all’interno dell’ambiente alpino decisi di mettermi in contatto con la sezione di Fiume del CAI nazionale (fondato nel 1885) spiegando che mi ero appassionato alla storia di Fiume e che avrei voluto associarmi. Mi accolsero in qualità di socio aggregato”.
Il giro dei «rifugi perduti»
Come è stato entrare nel loro mondo?
“Ho visitato per prima cosa il loro Rifugio ‘Fiume’ di fronte al Monte Pelmo dove ho incontrato Mario Fiorentini, il gestore. Poi con il CAI Fiume abbiamo fatto il giro dei ‘rifugi perduti’, quelli che hanno dovuto abbandonare con l’esodo dalle loro terre. Così, diretto a Fiume, ho sostato anche a Basovizza, ho visto il monumento sulla foiba, ho trascorso delle ore nel Centro Multimediale a leggere tutto ciò che si poteva leggere. Poi, al bar pasticceria, ho assaggiato i dolci più buoni della tradizione austro-ungarica. Con Andor e Ketty ci siamo ritrovati in crociera toccando Ragusa, dove mi hanno raccontato la storia della costa dalmata. A Barcellona davanti alla casa dei Catalani ho spiegato loro la mia appartenenza occitana. Da cima a cima fino al mare ci siamo scoperti fratelli. Figli del confine che anche nelle nostre zone ha richiesto guerre e vittime. Queste montagne erano Francia, nel ‘45 i partigiani hanno tirato fuori di galera i repubblichini per riprendersi il territorio e cacciare i francesi. Siamo sensibili a questi argomenti”.
Un progetto, un sogno…
Ma non è solo per questo che davanti al rifugio sventola la bandiera fiumana… Massimo ride, il progetto che insieme a Ketty e Andor stanno inseguendo da anni si realizzerà. La cima di fianco al rifugio si chiama Mait. In effetti non è un nome, è piuttosto un modo di definire una cima che è ripida da una parte e non dell’altra. Ed ecco la conferma che attendevamo…
“Da quindici anni cerchiamo un nome, l’ipotesi è di chiamarla Cima Giorno del Ricordo. Per riuscirci è fondamentale costruire un sentiero. L’ho individuato, ho fatto portare in quota le paline per segnarlo, avrà un percorso circolare e tredici soste con spiegazioni sull’iniziativa e sulla storia”. Per farlo in tempi brevi ci vorrebbe un sostegno economico, ma Massimo è convinto di realizzarlo in ogni caso, allungando i tempi ma mantenendo i contenuti annunciati. Il panorama, dall’alto, è mozzafiato. Ne ha parlato con il CAI sezione di Fiume: alcuni ne sono entusiasti, altri meno come spesso succede, comunque la decisione è presa.
In tutto ciò ha contribuito la visita dei rifugi storici sulle montagne alle spalle di Fiume?
“Assolutamente, alcuni sono in abbandono, alcuni trasformati in case private, altri ancora sono diventati delle osterie. Mi sono reso conto di avere dei pregiudizi per il modo in cui il mondo slavo viene presentato in Italia. L’attentato di Sarajevo, il nazionalismo, Milošević, gli zingari di cui non ci si può fidare. Blocchi inconsci, ho iniziato un enorme lavoro di smantellamento, oggi so che la storia è più complessa e va conosciuta nel modo giusto”.
Il «formaggio delle viole»
Le nevicate qui sono abbondanti, ci sono piste da sci?
“Gli impianti più vicini sono quelli del Sestriere. Ha nevicato moltissimo nell’inverno 2023/2024 in tre giorni eravamo sotto a quattro metri di neve, sono uscito dal balcone al piano superiore ed ho realizzato una scalinata nella neve per raggiungere la porta principale. I rifugi negli ultimi vent’anni hanno perso la loro vocazione iniziale. Rifugio significa un luogo di ricovero, ‘un luogo sicuro in un mondo inquietante’, un campo base per andare in cima. Ci siamo un po’ scordati di questo ruolo e abbiamo iniziato a fare i fighetti. Quindi il gestore del rifugio deve essere in grado di fare un po’ tutto, anche cucinare. Avendo vicino la malga è una sinergia che funziona, il formaggio di qua ha un suo nome particolare, si chiama Plaisentif che in Occitano significa Piacente. È detto anche formaggio delle viole perché prodotto con l’erba della prima fioritura”.
La notte sarà fredda, come dormire su un’isola in mezzo al mare, ma con la consapevolezza di una storia in più da raccontare.
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