Isabel Russinova, il cinema che pensa e dà voce alla libertà

Il valore dell’indipendenza creativa tra memoria e talento femminile

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Isabel Russinova, il cinema che pensa e dà voce alla libertà
Foto Rodolfo Martinelli Carraresi

Dalla parte delle donne per sostenere il loro genio, la capacità di immaginare sorti diverse e meravigliosi scenari. Ma anche dalla parte della creatività libera, importante, che guarda lontano. Nasce come attrice Isabel Russinova e si afferma come scrittrice, regista, sceneggiatrice, promotrice di eventi di grande spessore: come in questi giorni a Roma dove la sua Fondazione “Mira” ha organizzato presso la Società Dante Alighieri l’evento dal titolo “Cinema indipendente per un Umanesimo del Cinema”.

Di che cosa si tratta?
“L’evento, al quale seguiranno altri incontri che manterranno il medesimo titolo, ha approfondito la filosofia della creatività, attivismo, poesia, per quel ‘cinema che pensa’ ed è capace di realizzare grandi opere con piccole risorse, forte della propria libertà. Da sempre purtroppo ostacolato dalle difficili concessioni al mondo della cultura, particolarmente in questo momento. Alla conversazione è seguita la proiezione del docu-film ‘Eva degli Iris’, esempio di cinema indipendente, ovvero l’urgenza degli autori di raccontare storie, fatti, personaggi nella massima libertà creativa e intellettuale, proponendo contenuti attraverso una forte impronta autoriale, affrontando temi originali, sperimentali, scomodi, controversi che difficilmente troverebbero spazio nel cinema commerciale. Due concetti non in contrapposizione, ma semplicemente con differenti missioni e modalità d’intervento”.

Diritti umani attraverso le arti

Ci sono anche docu-film di grande successo….
“Infatti, anche il cinema indipendente è destinato a guadagnarsi i favori del botteghino o comunque dell’attenzione del pubblico, la storia e gli esempi del cinema indipendente ce lo confermano: il nostro neorealismo, la Nouvelle Vague francese, autori come Agnes Vardà, Jean Luc Godard, Luca Guadagnino, Quentin Tarantino Spike Lee, Jim Jarmusch rimasto sempre fedele all’indipendenza, David Lynch, Robert Redford e il suo Sundance Festival e tanti tanti altri…”.

In che modo la tua attività si inserisce in questo filone?
“Ad esempio, con il mio festival T.E.H.R. (Thematic Exhibition on Human Rights) che parla di diritti umani attraverso le arti, ho sempre cercato di invitare film indipendenti anche di autori provenienti da Paesi oppressi, grazie alla ‘Rete del Caffè Sospeso’, partner del Festival, rete solidale internazionale che lega a se tanti Festival dei diritti umani e così si sono proiettati bellissimi, intensi, necessari lavori di registi indipendenti che anche a costo della vita raccontano le loro storie e le verità dei loro Paesi”.

«Eva degli Iris»

Per te, oltre il titolo di moderatrice anche l’occasione di presentare la tua recente opera dedicata a “Eva degli Iris” una storia straordinaria. Di cosa si tratta?
“Il docu-film – che vede tra i partner anche la Società Dante Alighieri Italia, Società Dante Alighieri Cuba, oltre l’Università La Sapienza di Roma, Orto Botanico di Roma, Università di Sassari, Fondazione di Sardegna, Stati Generali delle Donne –, continua il suo percorso di presentazioni ad eventi ai festival come un esempio di cinema indipendente. ‘Eva degli Iris’ anima la figura di Eva Mameli Calvino, scienziata internazionale a cui la scienza deve moltissimo, prima botanica italiana e prima ad avere una docenza di botanica all’Università nonché madre dello scrittore Italo Calvino. Sono molto legata a ‘Eva degli Iris’, che ho scritto, interpretato, di cui ho curato le illustrazioni e il progetto creativo, seguito il montaggio e seguito la regia e produzione insieme a Rodolfo Martinelli Carraresi lottando per reperire risorse utili per la sua realizzazione. Un progetto multidisciplinare che unisce tante discipline, teatro, cinema documento, arte, musica”.

«I volti della memoria»

La tua visione di indipendente ha avuto “il coraggio” anche di parlare di esodo, tu l’hai fatto… ce lo puoi raccontare?
“La storia dell’esodo Giuliano Dalmata e degli accadimenti che hanno colpito il confine orientale italiano nel Secondo dopoguerra, non possono e non devono sbiadire, ma devono continuare a essere ricordati, approfonditi, raccontati quale monito per le nuove generazioni per non far dimenticare vicende, personaggi, volti. Intellettuali, eroi, pensatori, artisti che hanno attraversato quegli anni devono potere ancora offrire, alle generazioni future, le oro idee e il loro talento, per questo ho scritto e realizzato il documentario ‘I volti della memoria’, dove sono fissate le interviste di uomini e donne che hanno vissuto quel tempo e lo hanno narrato. Ora, loro non ci sono più, ma le testimonianze continueranno ad urlare la verità delle loro storie. ‘I volti della memoria’ è un lavoro che continuo a divulgare nei Festival o all’interno di eventi ai quali seguono conversazioni e approfondimenti sul tema. Inoltre, il documentario è presente in varie piattaforme. Sto lavorando anche a due progetti che affrontano sempre questo tema, che spero di portare a compimento a breve”.

Donne coraggiose

Conoscere le storie delle donne istriane che, in vari modi, sono state capaci di conquistare il mondo, è stato d’ispirazione?
“Il femminile che ci racconta l’Istria è fatto di donne coraggiose, forti, molto intelligenti ed intuitive, grandi lavoratrici, donne che non si sono mai tirate indietro, che hanno costruito la propria vita incuranti delle difficoltà, della fatica, degli impedimenti anche se insormontabili, mosse sempre da un atteggiamento positivo a volte anche eroico, altre che poetico. Io le ho viste tutte nel temperamento di mia nonna e nei suoi racconti delle altre donne della famiglia. Mio padre, ha conservato e portato con sé fino all’ultimo, una foto in bianco e nero, sempre più ingiallita dal tempo, che ritraeva la sua nonna, una donna speciale, donna dell’Ottocento che conosceva le erbe medicinali, sapeva far nascere i bambini e curare le malattie e le ferite difficili, ha sempre guardato la vita dritta negli occhi, anche in tempo di guerra, anche rischiando: è stata un punto di riferimento per la sua comunità istriana arcaica, dove ancora qualcuno la ricorda per averne sentito parlare. Non è un caso che alcuni dei suoi figli e nipoti abbiano poi scelto di essere medici, ereditando anche il suo pragmatismo, abbinato però a grande sensibilità. La sua foto e gli occhi chiari, fermi e incisivi, ora sono sul mio comodino, mi guarda e mi incoraggia, mi consiglia”.

La sfida al mondo maschilista

Che cosa ti ha colpito della storia di Eva Mameli?
“La determinazione, che l’ha vista lottare e sfidare il mondo maschilista del suo tempo per poter diventare una scienziata e botanica, la prima in Italia. La sua volontà, ha accettato la proposta di matrimonio di Mario Calvino scienziato e ricercatore per trasferirsi a Cuba e fondare insieme la stazione sperimentale di botanica, che ancora adesso continua nel loro nome. L’intuizione di usare la comunicazione per diffondere i suoi messaggi scientifici editando pubblicazioni, articoli e puntando soprattutto ai giovani, anche nelle scuole. Il coraggio di difendere le proprie idee e il pensiero libero, così importante e sempre in pericolo, rischiando anche la vita, come accadde durante la guerra per aver dato aiuto alle famiglie ebraiche e difeso e protetto i suoi figli in montagna con i partigiani”.

Che cosa ci insegna oggi e chi le dà voce nel film?
“Che nessuna conquista è scontata e dobbiamo stare sempre all’erta e mai abbassare la guardia. Nel docu-film a interpretarla nelle varie fasi della sua vita ci sono più donne, che esaltano la bellezza del personaggio e la sua profondità. Se ne sono innamorate Macrì Martinelli Carraresi e Claudia Portale che interpretano, rispettivamente Eva giovane ed Eva adulta e anche le scienziate coinvolte a raccontarla dal punto di vista scientifico: Simonetta Bagella, (scienze chimiche fisiche matematiche e naturali Università UNISS), Malvina Urbani botanica, (Università di Sassari), Stefania Nottola, scienze anatomiche (Università La Sapienza Roma), Francesca Panessa, astrofisica (Osservatorio Astronomico, Roma). Io interpreto ‘Dafne’. Il mio personaggio è sospeso fino alla fine della storia, per questo non voglio svelarlo, preferisco lasciarlo scoprire a chi vedrà il film, che ora, oltre a continuare il suo percorso festivaliero e di eventi speciali, è visibile su Piattaforma Amazon Prime”.

Con me, dentro di me, per sempre…

Lo spettacolo a febbraio arriverà anche a Trieste?
“Sì, arriverà a Trieste il 7 marzo al Magazzino 26 dove sarà presentato l’evento dedicato ad Eva e, dopo una conversazione a tema con molti relatori interessanti, si potrà seguire il film e aprire alle domande con il pubblico”.

Nata 140 anni fa che cosa ha lasciato alla scienza, al Paese, alle donne?
“Sicuramente le dobbiamo l’opportunità che ha offerto alle donne di poter studiare e ricercare e diventare scienziate, ricordo che Eva oltre a essere la prima botanica italiana è stata anche la prima ad avere una libera docenza. Un’altra importante eredità è quella di aver introdotto in Italia molte piante esotiche, vedi il kiwi, alcune varietà di rose che, per esempio, hanno permesso a Sanremo di essere famosa, ‘la regina della riviera dei fiori’. E ancora le sue battaglie pionieristiche per la salvaguardia degli uccelli e della natura. E poi i suoi studi che anticipavano la stretta connessione tra uomo, natura e universo. Non ultimo, rileggendo le opere di Italo Calvino, si può scoprire e sentire tutta l’influenza che ha avuto per la sua formazione di uomo e letterato”.

Quanta parte di te ritrovi nelle eroine che porti in scena, come fai a sceglierle?
“Penso che siano loro a presentarsi a me, è la casualità che me le fa conoscere, un articolo sul giornale, un ritratto, un fatto che le collega e allora comincio a cercare e a studiare. Le donne che racconto, mi conquistano probabilmente perché scopro in loro qualcosa di familiare, nelle loro azioni e decisioni, nelle loro disperazioni e passioni, c’è qualcosa che già conosco ed è bello lasciarsi andare e entrare nelle loro vite, ed è bellissimo quando, raccontandole per il teatro poi le porto in scena e allora ogni volta, prima che si apra il sipario, prego di accompagnarmi e mi scuso con loro se in qualcosa le deluderò. Posso dire però che tutte poi restano con me, dentro di me, per sempre”.

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