A percorrere la biografia si avverte l’impegno di Elisa Rumici nello sviluppare il talento e l’amore per la musica. Pianista, si esibisce regolarmente in tutta Europa ed è apparsa in prestigiosi teatri e festival e manifestazioni, tra cui Expo Milano, il Fazioli Showroom di Milano, l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda, il Circolo dei Lettori di Torino, il Teatro La Fenice di Venezia, il Teatro Vittoria di Torino, il Teatro Nuovo Giovanni da Udine e il Gare du Nord di Basilea. Nel 2015 il suo recital a Óbidos (Portogallo) è stato trasmesso su Antena 2, la radio nazionale di musica classica. Si esibisce come solita ma collabora regolarmente come camerista con l’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza, con la quale si è esibita anche come solista nel Triplo Concerto di Beethoven. Ha inoltre collaborato con l’Ensemble Diagonal sotto la direzione di Baldur Brönnimann e con lo Schlagzeug-Ensemble della Hochschule für Musik Freiburg diretto da Håkon Stene.
Ha vinto ventisette primi premi e numerose borse di studio, e attualmente è generosamente supportata dalla Fondazione Cusanuswerk. Il suo progetto concertistico “Virtuosismo rivelato” ha ricevuto il premio Walter und Corina Christen-Marchal Stiftung.
Scoprire le proprie radici
Elisa, un lungo elenco frutto di un percorso che parte dall’FVG. Che cosa ti supporta maggiormente in questa tua ricca attività?
“Intraprendere una carriera artistica e trasferirsi in un altro Paese offre molte opportunità, ma anche numerose sfide. Sono profondamente grata per il supporto che ho ricevuto fin da subito dai miei genitori, che mi hanno dato i mezzi e la fiducia per trovare la mia strada, così come da alcuni insegnanti che si sono presi profondamente cura della mia crescita e, infine, dagli amici che comprendono i miei sogni e ne sostengono gli sforzi”.
Che cosa apprezzi dell’attività di tuo padre, Guido Rumici, storico di una realtà che è anche parte della tua identità?
“Il grande senso etico e l’attenzione umana che ha sempre dimostrato nelle sue ricerche: il profondo rispetto per gli altri e la consapevolezza che, dietro ai fatti storici, ci siano sempre persone con le loro storie. Le sue ricerche – non solo sui grandi eventi della Storia, ma anche su come questi si siano intrecciati con le vicende dei miei nonni e bisnonni – mi hanno avvicinata a una parte della storia della nostra famiglia che non conoscevo bene e mi hanno permesso di riscoprire una parte delle mie radici istriane”.
L’incontro con Donorà
Istria significa anche Luigi Donorà il compositore di Torino nato a Dignano. Come si è svolto il vostro incontro e che cosa ti ha lasciato?
“Quando ero piccola, vedevo in Donorà un signore simpaticissimo che un giorno era venuto a trovarci portandomi, come regalo, un brano scritto proprio per noi. Ricordo con quanta gioia lo avevamo imparato e suonato insieme a Dignano. Solo crescendo ho davvero compreso la grandezza del suo lavoro, e sono grata a sua figlia Giuliana, che ha avuto la gentilezza di parlarmi a lungo dell’attività del padre. In futuro mi piacerebbe dedicarmi alla sua musica, che credo meriti attenzione e spazio”.
La crescita in Svizzera
Come hai accolto l’opportunità di andare in Svizzera?
“Conoscevo il Maestro Filippo Gamba, che insegna alla Hochschule für Musik di Basilea, già da qualche anno, e nutrivo per lui una profonda stima sia come interprete sia come insegnante. Quando ho superato l’audizione per poter studiare con lui, ricordo la grande gioia, ma anche la paura davanti a un cambiamento così radicale. Il mio desiderio di studiare pianoforte con lui e di ampliare le mie prospettive vivendo all’estero era fortissimo. Allo stesso tempo, però, sapevo che non avrei potuto offrire ai miei genitori garanzie o certezze rispetto ai risultati di questo percorso, perché quello del musicista è un mestiere profondamente instabile, fatto di passione, rischio e continua ricerca. La Svizzera mi ha dato molto più di una formazione accademica: mi ha offerto l’opportunità di crescere come artista in un ambiente estremamente stimolante e aperto, dove la curiosità e la sperimentazione sono incoraggiate. È qui che ho iniziato a sviluppare i miei primi progetti di ricerca, unendo interpretazione, riflessione e creatività. Con il tempo ho capito che questa dimensione di intreccio tra arte e pensiero era ciò che più mi apparteneva – il modo più autentico per esprimermi e costruire un percorso personale, indipendente e coerente con la mia visione della musica”.
Alla ricerca di repertori dimenticati
In cosa consiste il tuo impegno di ricercatrice?
“Lo spirito nel mio lavoro di pianista, mi porta a ricercare repertori dimenticati, compositori cancellati, musiche e storie che valgano la pena di essere riscoperte e condivise. La mia attività di ricercatrice nasce sempre da una prospettiva performativa — da pianista, prima di tutto — ma si espande poi verso altri campi, come la scrittura, la divulgazione e la didattica. Mi interessa costruire ponti tra interpretazione e ricerca, cercando modi di condividere tutto ciò con altri artisti e soprattutto con il pubblico, perché credo nell’importanza di divulgare la musica classica. Da alcuni anni porto avanti un dottorato dedicato alla musica pianistica del compositore finlandese Einojuhani Rautavaara. Attraverso lo studio e l’esecuzione delle sue opere cerco non solo di scoprirne le molte sfumature interpretative, ma anche di comprendere la sua idea di virtuosismo e il ruolo che gli interpreti hanno nel dare nuova vita alla sua musica. Parallelamente, mi sono dedicata alla musica della compositrice italiana Gilda Ruta, la cui storia mi ha profondamente toccata. La sua vita, segnata da coraggio, migrazione e indipendenza, mi ha ispirata a portare la sua voce a un pubblico più ampio. Per questo ho deciso di dedicare parte del mio lavoro alla sua riscoperta, conducendo ricerche e diffondendone la musica attraverso pubblicazioni, conferenze e concerti. Grazie al grande supporto di Giovanni Vigliar, autore dell’unica biografia esistente su Ruta, e alla sua generosità nel condividere con me il suo archivio di spartiti, articoli e lettere, ho potuto approfondire le mie ricerche e incidere per la prima volta la sua musica pianistica. Per me, questo progetto non significa soltanto riportare alla luce una musica dimenticata, ma anche interrogare criticamente i modelli narrativi consolidati e contribuire a costruire una memoria culturale più inclusiva”.
Costanza e determinazione
Oggi per i giovani musicisti le opportunità offerte da associazioni e fondazioni sono reali o spesso sono solo un passaggio senza concretezza?
“Credo sia difficile generalizzare, perché ogni realtà culturale ha la propria storia, le proprie risorse e le proprie sfide. Sicuramente il lavoro delle associazioni e delle fondazioni è fondamentale ed encomiabile, soprattutto perché spesso viene portato avanti in condizioni estremamente complesse, con mezzi limitati e grazie alla dedizione di persone che credono profondamente nel valore dell’arte e della cultura. Chi opera in questo ambito lo fa con grande spirito di sacrificio e con un senso di responsabilità che va ben oltre il riconoscimento economico. Il mio desiderio sarebbe che tutte queste realtà – dalle più grandi alle più piccole – potessero contare su forme di supporto istituzionale stabili, concrete e durature. Un sostegno che non si limiti a contributi occasionali, ma che permetta loro di pianificare con serenità, di crescere nel tempo e di garantire continuità alle proprie attività. Le associazioni culturali rappresentano infatti un ponte essenziale tra artisti e pubblico: creano spazi d’incontro, di ascolto e di scoperta, e svolgono un ruolo formativo e sociale di grande valore. Proprio per questo, credo che vadano sostenute e valorizzate il più possibile. Per quanto riguarda la carriera del singolo musicista, si tratta di un percorso che richiede costanza, determinazione e un impegno quotidiano su molti fronti. Non basta la competenza artistica: serve la capacità di creare connessioni, di progettare, di comunicare, di costruire visioni condivise. È un lavoro che si realizza attraverso il dialogo – con le istituzioni, con il pubblico e con la società – e che, quando sostenuto da reti solide e inclusive, può davvero fiorire e generare valore culturale duraturo”.
Il valore del dialogo
Che cos’è il Feminale Festival a Basilea che co-organizzi insieme a Margalith Eugster?
“È un’occasione di scambio e incontro tra studenti, docenti e pubblico. L’idea era quella di creare uno spazio in cui riscoprire e dare visibilità alla musica di compositrici del passato e del presente, offrendo una piattaforma dedicata esclusivamente alle loro opere. Durante il festival abbiamo voluto mantenere un contatto diretto con il pubblico, creando momenti di confronto e partecipazione che permettessero di vivere l’esperienza in modo più profondo e condiviso. La prima edizione del Feminale è nata ad Amburgo nel 2022 e ha avuto grande successo, continuando e crescendo negli anni. Margalith faceva parte del gruppo che aveva fondato il festival lì e quando è venuta a Basilea ha avuto l’idea di portare questo progetto anche in Svizzera. Insieme abbiamo lavorato per dare continuità a questo progetto, adattandolo al contesto della nostra scuola”.
Che cosa vorresti riportare della tua esperienza in FVG, cosa ti piacerebbe realizzare?
“Mi piacerebbe creare un festival in Italia, in collaborazione con diverse realtà artistiche e associative, perché credo profondamente nel valore del dialogo, della collaborazione e dello scambio tra prospettive diverse”.
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