Fiume città dell’ingegno con lo sguardo rivolto al mondo, per moltissimo tempo la città degli arrivi più che delle partenze. Ogni volta che si apre una pagina sulla sua storia, mediata dalle testimonianze della sua gente, si scoprono scenari di grande fascino, soprattutto quelli che nascono nella tormentata prima metà del Novecento.
Piero De Marchi, nato a Milano, era un militare di carriera, molto vicino al Re d’Italia, aveva fatto la Prima guerra mondiale sul Piave e venne chiamato dal Vate per l’Impresa di Fiume. Piero fu nel gruppo di arditi che entrarono a Fiume da Cantrida nel 1919, la Santa Entrata.
“Lo ricordo molto anziano – racconta il nipote Attilio De Marchi – era stato ferito più volte e ne aveva sofferto per tutta la vita”.
In quell’impresa fiumana Piero incontrò una ragazza, Amelia Tomich, si sposarono e il ragazzo milanese, seguace di D’Annunzio decise di stabilirsi a Fiume e di mettere su famiglia.
La gestione del Bagno Riviera
E riuscì ad inserirsi nella vita di Fiume?
“Eccome, era un imprenditore di talento che tutti conobbero in breve tempo, gestiva il Bagno Riviera, di fronte aveva aperto un bar. Allora il Bagno dei fiumani a Cantrida includeva anche le canottiere per cui era un ambiente molto frequentato. Queste due realtà vennero separate solo dopo la Seconda guerra mondiale, si creò un secondo Bagno di esclusiva pertinenza dei cantierini del vicino bacino di costruzioni navali. Nei paraggi il nonno aveva aperto anche un negozio di alimentari”.

Da Amelia e Piero nacquero Piero, Natale e Rosetta. Natale, tuo padre, sposerà Odette Susmel, figlia di Vittorio, e andranno esuli in Italia dopo la guerra. E Fiume?
“Mi portarono a Fiume quando avevo sei anni, vivevamo ad Ivrea e trascorsi in città tre mesi all’anno fino ai miei quindici anni. I miei avevano fatto il campo profughi, prima a Roma, poi ci trasferimmo a Gaeta, dove sono nato e dove mio padre venne assunto come traduttore dal tedesco. Così lo chiamarono per il processo a Kappler e Reder insieme a un nutrito gruppo di esperti linguisti. Kappler parlava anche l’italiano, ma la presenza di un traduttore ufficiale durante gli interrogatori era imprescindibile, a rigore di legge. Nello stesso periodo proposero a mio padre di andare a lavorare a New York presso le Nazioni Unite, ma rifiutò perché questo avrebbe significato staccarsi a lungo dalla famiglia. Mia madre Odette insegnava alle elementari”.
Il padre alla Romsa
Aveva studiato a Fiume?
“S’era diplomata al Collegio delle Benedettine in insegnamento e pianoforte. Ricordo che durante uno dei nostri ritorni a Fiume mi portò a visitare il convento, incontrammo la sua insegnante diventata Madre Badessa”.
E tuo padre di cosa si occupava a Fiume?
“Era perito industriale e lavorava alla raffineria Romsa. Ci fu un episodio che segnò la sua vita: un incendio che mise in serio pericolo l’impianto, mentre tutti fuggivano mio padre Natale, detto Lino, ritornò sui suoi passi e in quell’inferno chiuse le valvole per evitare un’esplosione. Venne insignito della Medaglia al Valore Civile dalla Città”.
Avevate altri parenti a Fiume?
“Una cugina, Bosiljka, era dirigente dell’agenzia di viaggi Kompas che occupava uno spazio al pianoterra del Grattacielo e vicino c’era la mitica rivendita di dolci, Kraš. Veramente io preferivo le merende salate, una fetta di pane tagliata dal tipico, e credo unico, filone in vendita e pašteta, il paté della Gavrilović. Mi piaceva moltissimo con grande disappunto degli adulti che commentavano la dubbia natura degli ingredienti”.
Il bosco sul Monte Maggiore
Ma a casa si ricordava D’Annunzio?
“Non era argomento di facile discussione. Il nonno che è sempre stato mite, un uomo buono che adorava la nonna, smetteva subito quando lei lo apostrofava dolcemente con un ‘… per favor’. E così finiva ogni tentativo di affrontare l’argomento. Avevamo lasciato Ivrea per Trieste quando avevo 10 anni. Io ero un ragazzino, ma ascoltavo e assorbivo ogni cosa. Mi raccontava di avere acquistato a Fiume diversi appartamenti, una pasticceria e una segheria con relativo spicchio di bosco sulle pendici del Monte Maggiore dove ciclicamente si faceva il taglio degli alberi. Il nonno aveva anche progettato uno strumento particolare per affilare le lime, un macchinario davvero gettonato. Aprì anche un distributore di benzina. In quegli anni raccolsi molte memorie, storie di imprenditoria e familiari. Così venni a sapere di avere avuto una sorella, la primogenita Ombretta, nata a Fiume nel ‘43, morta a cinque mesi per una malattia infettiva che oggi si cura facilmente, ma allora… riposa al cimitero di Cosala. Mio fratello Pietro nacque anche lui a Fiume nel ‘45”.

Come mai questa decisione di lasciare Ivrea?
“A Trieste c’erano i parenti, in particolare le sorelle di mia madre Ada e Edda. Era tempo di ricompattare la nostra comunità, unire le nostre esistenze. In effetti, c’era anche il bisogno di sentirci più vicini a Fiume”.
Il periodo in Medio Oriente
E le sue scelte?
“Mi sono diplomato geometra a Trieste, terminata la scuola sono stato chiamato per il servizio militare e destinato nella Folgore, così continuai l’addestramento nella scuola di paracadutisti a Pisa. Fu così che mi ritrovai in Libano, a Beirut, durante gli scontri tra Libano e Israele, una storia infinita che ancora oggi continua a farci preoccupare. Già allora si cercava una mediazione. Fui in Libano negli anni Settanta e poi Ottanta, una guerra infinita. Dopo l’esperienza militare sono rimasto in Medio Oriente per altri 15 anni. Mi ero laureato in economia, mi occupavo di finanza in un mondo molto difficile. La mia sede era negli Emirati dove si operava molto bene. Ma anche lì non mancavano le contraddizioni. Mi aveva colpito moltissimo, quando venne costruito il grattacielo simbolo della modernità che rappresenta una vela sul mare, molti chiedevano che venisse demolito perché la struttura portante che si coglieva dal mare, era a forma di croce. Sono stati per me anni molto importanti che mi hanno fatto conoscere un mondo vasto, dall’Asia all’Africa all’India, al Sud America anche nelle vesti, negli ultimi tempi, di libero professionista”.
Rapporti con le associazioni degli esuli?
“Non ne ho avuti molti avendo girato il mondo per tanto tempo, non conosco bene questa realtà, ma ricordo di essere stato varie volte alla Lega Nazionale con mia madre, c’era anche la Sezione di Fiume”.
Il perché del nome
Il nome Attilio è legato a una vicenda particolare…
“Dovevo chiamarmi Paolo, ma prima che nascessi venne a mancare un caro amico di mio padre, Attilio Piacco, che aveva conosciuto a Fiume, ed è in suo onore che porto questo nome, la vita è così, a volte ci mette in contatto con storie e personaggi”.
Attilio De Marchi ci ha accolto nel negozio “Il mondo Didy”, molto dannunziano, oggetti dappertutto, sistemati secondo un preciso ordine che è affascinante intuire. Tante cose appartenute ad altre famiglie, ad altre persone, come il nome di Attilio. Tra gli spazi anche libri e documenti, e naturalmente la storia di Piacco, raccontata su un numero de Lo Scarpone del 1958 da Emilio Frisia.

“Dopo la nevicata della notte, con le cime candide e quell’aria frizzante che fa respirare a pieni polmoni e dà il piacere di vivere, scendevamo saltellando sulla mulattiera della Val Porcellizzo. La valle esplodeva di vita con tutta la sua acqua luccicante sopra le piode, le cento cascate scroscianti, i suoi colori puri, lavati dal temporale. Il morto lo portavano a spalla i montanari, ondeggianti nella corsa sulle lastre di granito. Una folla di pensieri. Molte volte immaginiamo di essere al centro del mondo. Pensiamo che a noi non debba capitare nulla. Ma quando poi vediamo una cordata sopra la montagna, pigmei tra i giganti, non possiamo non sentire profondamente quanto siamo piccoli. Basta un nulla. E per Attilio è bastato un sasso staccatosi dalla parete”.
Tuo padre amava la montagna, come tutti i fiumani?
“Non so se fosse un appassionato, ma amava il Monte Nevoso al quale tornava volentieri”.
Di tutta questa storia Attilio ha conservato delle splendide foto di famiglia. Le acquisiamo per continuare a raccontare questa splendida vicenda che non smette di costruire occasioni di ritorni nella città dell’anima.
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