«Ho scoperto di essere rovignese cercando la storia di mio nonno»

Andrea Rocco, genovese di origini istriane, racconta il viaggio alla scoperta della storia della sua famiglia, il legame ritrovato con l’Istria e una vita dedicata al cinema e alla valorizzazione dei territori

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«Ho scoperto di essere rovignese cercando la storia di mio nonno»
Andrea Rocco e Pierluigi Sabatti (foto tratta dal sito del Premio Matador e fornita da Rosanna Turcinovich Giuricin)

Un popolo sparso porta in sé il seme della ricerca, l’amore per la ricomposizione, la spinta a indagare, inquadrare, disegnare nuove strade. In una calda giornata triestina incontriamo Andrea Rocco: un’altra porta da aprire, un altro contatto al quale dare un significato che ci aiuti a capire chi siamo noi gente dell’Adriatico orientale. Sparsi, diversi eppure simili, semi che il vento disperde e riunisce.

Quanti Rocco ci sono a Rovigno, Dignano, Pola? Un’unica famiglia o tante foglie sparse di un albero difficile da individuare con precisione tanto sono profonde e intrecciate le sue radici. Chissà? Una cosa è certa: c’è una vasta parte dell’Istria nei cognomi, in tutti quelli che si ripetono all’infinito raccontando la presenza veneta, quella asburgica, quella slava, quella ebraica e greca e ungherese… una storia senza fine, composita e ricchissima che le guerre hanno spesso messo in crisi.
In questa storia c’è anche Andrea Rocco? Vive a Genova, proviene da Rovigno, è alla ricerca delle proprie radici, si occupa di cinema, raggiunge alcune volte l’anno Trieste anche perché ha contribuito al Concorso dei giovani talenti per il Cinema con personaggi come Pierluigi Sabatti, il “padre” del “panino” Voce del popolo e Il Piccolo degli anni Ottanta/Novanta del Novecento, un binomio che tanto successo ha riscosso per decenni. Oggi Sabatti è presidente del Circolo della Stampa di Trieste, portavoce di cultura, incontri, aperto alle richieste dei colleghi giornalisti.

Andrea Rocco ha incontrato Pierluigi Sabatti: come è stato che hanno iniziato a discutere di cognomi?
“In realtà ho conosciuto Pierluigi a Genova, a un evento del ‘Premio Mattador’, il concorso internazionale di scrittura cinematografica per giovani dedicato a Matteo Caenazzo (scomparso a soli 22 anni), che come Film Commission ligure avevamo ospitato. Era, credo, il 2017. Un paio di anni dopo ho iniziato a fare delle ricerche su mio nonno a Trieste e ho chiesto aiuto e consiglio a Pierluigi, che naturalmente è stato, come sempre, molto generoso”.

Chiaro. Per chi vive sul confine orientale è un tormentone interrogarsi sulla provenienza delle persone, il cognome è un filo d’Arianna che aiuta a districarsi nei labirinti delle storie familiari. Essere un Rocco a Genova che cosa ha rappresentato negli anni della formazione? – chiediamo ad Andrea –. In famiglia com’era raccontata la Rovigno lontana, l’origine di questa identità?
“Io sono nato a Genova nel 1953, ma ho scoperto le radici istriane della mia famiglia paterna solo dopo il 2019, quando ho inziato a fare ricerche su mio nonno Virgilio Rocco, il padre di mio padre Sandro. Virgilio l’ho conosciuto, è morto quando io avevo 11 anni, per tanto lo ricordo bene. Un triestino di pochissime parole e sorrisi, ma forse era diventato così assorbendo anche il ‘genius loci’ ligure, in genere non molto espansivo. Era nato a Trieste nel 1881, era triestino a tutti gli effetti, tifoso della Triestina, ma della sua famiglia non credo abbia raccontato molto, non a noi nipoti, ma credo neanche ai figli. Sapevamo di una sorella che era venuta in tarda età a vivere ad Arenzano e di un altro fratello che era andato a Firenze, ad esempio non abbiamo mai saputo che ci fossero stati altri due fratelli, entrambi nati a Trieste. Ma nessun accenno all’istrianità. Eppure suo padre era nato a Pola e suo nonno era un rovignese emigrato a Pola negli anni ‘50 dell’Ottocento. E naturalmente tutta l’ascendenza più lontana è rovignese”.

La ricerca dei legami della famiglia con l’Istria che cosa ha svelato di interessante?
“È stata una sorpresa, insieme con altre che, come spesso succede, sono saltate fuori nelle mie ricerche tra Trieste, Pisino, Pola e Rovigno (ma anche con puntate a Londra e a Tokyo, dove mio nonno era stato come ufficiale di macchina della Marina). Una sorella sparita nel nulla, una madre figlia illegittima, ma anche il ‘mondo dei Rocco’ di Rovigno, che leggendo documenti e cronache è tornato in vita per me. Vite difficili, litigiose e complicate, di persone semplici, a volte schiacciate dalle necessità della sopravvivenza, in modi e mondi che oggi sono lontanissimi da noi. E anche se la mia famiglia diretta non è stata coinvolta nelle dolorose vicende delle terre istriane e dell’esodo, perché le avevano lasciate quasi un secolo prima, la mia ricerca sui Rocco mi ha portato vicino a quei fatti: vedere che ci sono tre Rocco, tra cui due bambini, tra i morti della strage di Vergarolla, ovviamente ha un carico emotivo”.

Andrea Rocco, Rosanna Turcinovich Giuricin e le due figlie di Rocco
a Trieste (foto fornita da Rosanna Turcinovich Giuricin)

Che cosa rappresenta oggi questa consapevolezza?
“Prima di tutto la voglia di saperne di più, di conoscere e di capire queste origini e queste storie. Ripeto, il legame diretto è tenue, ma la curiosità è molta e anche la voglia, a 73 anni, di trasmettere alle figlie e ai nipoti qualcosa che sarebbe un peccato perdere del tutto”.

Le tue figlie come si sentono, come considerano questo legame con Rovigno?
“Solo la più piccola, Alice, c’è stata di passaggio in vacanza, ma senza sapere nulla della storia dei Rocco di Rovigno. Conto di fare un viaggio di famiglia entro l’anno prossimo”.

La tua storia nel cinema come è iniziata?
“Tra il 1986 e il 1997 ho vissuto a Los Angeles, lavoravo per l’Istituto Commercio Estero. Lì ho cominciato a occuparmi di Cinema, è quasi inevitabile a Los Angeles, e ho iniziato a studiare le film commission, che esistevano negli USA già negli anni ‘40, ma che non c’erano in Italia. Quando sono tornato a Genova ho creato una delle prime film commission regionali, che poi ho diretto per 20 anni”.

Che cosa significa essere a capo di una film commission regionale?
“Vuol dire conoscere bene il tuo territorio e cercare di ‘venderlo’ alle produzioni cinematografiche e televisive perché ambientino lì le loro storie. Detto così sembra banale, in realtà il successo dipende da una combinazione di conoscenza dei luoghi, capacità di creare pacchetti incentivanti e attrattivi, sostegno e contributi pubblici per attrarre le produzioni, capacità, nel medio termine di creare una base di professionisti locali che siano di supporto alle produzioni”.

L’esodo ha prodotto un’onda lunga in tutti i settori dell’arte, da quella figurativa, al cinema con nomi come Alida Valli e Laura Antonelli, nella letteratura – vedi Enrico Morovich proprio a Genova – ma anche nella canzone – vedi Sergio Endrigo – e nella moda con Missoni e altri. È una visione che pochi hanno, solitamente passa una percezione di povertà e sradicamento. È possibile invertire la rotta?
“In realtà credo che l’esodo, come tutti gli episodi dove la storia con la S maiuscola stravolge le storie individuali e familiari sia anche, e lo dico con il massimo rispetto e con la massima consapevolezza del dolore che questo ha causato a decine di migliaia di persone, un’occasione di racconto di storie e di crescita ‘creativa’ delle persone. Il cinema americano nasce da cinque, sei imprenditori ebrei emigrati poverissimi e perseguitati nell’Europa dell’Est, che nella sofferenza del loro esodo trovano l’ispirazione per raccontare storie universali e comprensibili a tutti”.

I concorsi, i festival in che modo contribuiscono a sensibilizzare l’opinione pubblica?
“I festival e i premi cinematografici rappresentano oggi una delle poche aree di vitalità del cinema italiano, che per altri versi attraversa una crisi finanziaria e creativa profonda. Io organizzo a Genova un piccolo Festival, molto di nicchia, ma vitale che si chiama FLIGHT e che cresce ogni anno. A Trieste il Premio Mattador è diventato il più importante premio di sceneggiatura per giovani in Italia, e rappresenta un’occasione unica per far crescere giovani talenti che sappiano raccontare le storie del tempo che viviamo”.

C’è un album di famiglia che ti piace sfogliare?
“Ho ritrovato molti album di famiglia, ma ovviamente le pochissime fotografie degli antenati triestini e rovignesi (e l’ho scoperto da poco che erano rovignesi) sono quelle che mi incuriosiscono di più e su cui torno più spesso. Ho anche iniziato a scrivere una storia della vita di mio nonno, non per farne un libro, ma perché resti come patrimonio delle generazioni che verranno. Credo che radici e identità siano preziose per capire sé stessi e gli altri, soprattutto quelli che hanno radici e identità diverse e con i quali sempre più condivideremo il nostro futuro”.
Ripensiamo ai film di Franco Giraldi, “La rosa rossa” o “La Frontiera”, nei quali il passato condiziona il presente, ma lo rende nello stesso tempo migliore. Pensiamo a un film che parta da quelle foto sbiadite di altri mondi e di altre vite, che come meteora attraversa il passato per riportare nel presente immagini, valori, parole, sensazioni… così… pensiamo… Sempre più spesso scopriamo nel cinema italiano la quotidianità che diventa arte, messaggi forti, arte di nicchia. Si sta poco a dare senso ai sogni. Abbiamo invitato Andrea Rocco e le sue figlie in Istria e a Fiume, magari un pellegrinaggio nelle nostre Comunità degli Italiani, e vediamo cosa succede.

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