Giovanni Palatucci (1909) era di Montella, provincia di Avellino. Figlio di Felice (avvocato) e Angelina Molinari. Aveva due sorelle: Carmela e Maria. Tre zii paterni, Antonio, Alfonso e Giuseppe Maria facevano parte dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali. Mons. Giuseppe Maria, in particolare, divenne vescovo di Campagna (Salerno).
Giovanni frequentò il liceo a Benevento. Conseguì il diploma di maturità classica al liceo “Tasso” di Salerno (1928). Nel 1930 raggiunse il Piemonte (Moncalieri) per il servizio militare. Completò gli studi di Giurisprudenza a Torino, laureandosi a 23 anni nel 1932. Superò gli esami per procuratore legale (1935). Rinunciò poi alla professione forense per entrare nel Corpo degli Agenti della Pubblica Sicurezza.
Fu assegnato alla Regia Questura di Genova da dove – per la sua franchezza – decisero il trasferimento presso la Regia Questura di Fiume dove giunse nel novembre 1937. Nel 1945 si trovava a Dachau, accusato di aver aiutato la fuga di molte persone e lì morirà poco prima della fine della guerra, ottant’anni fa.
La sua figura verrà ricordata il 23 agosto alla Comunità degli Italiani di Abbazia con una mattinata di studio dall’ERAPLE, Ente della Regione FVG per i diritti dei lavoratori all’estero, di cui è presidente una dott.ssa fiumana, Elisa Sinosich, residente a Cividale del Friuli. Oltre al suo intervento sono programmati quelli di Franco Fornasaro, Elio Varutti, Rina Brumini, Bruna Zuccolin e Cesare Costantini. Oltre alla lettura di testimonianze raccolte nel tempo e pubblicate sulla Voce di Fiume, dell’AFIM di Padova. Una di queste testimonianze è stata quella di Meira Moise, nata a Cherso il 3 ottobre 1923 da Francesco Moise (Cherso, 7 dicembre 1885) e da Pulcheria Missetich (Ragusa, 24 dicembre 1889).
«Gli anni non contano»
L’avevamo incontrata in occasione dei festeggiamenti per la sua terza laurea con gli amici del suo corso all’Università di Verona. Succedeva qualche tempo fa ma il ricordo non svanisce. Ecco il suo racconto.
“Gli anni non contano – dicono i suoi occhi azzurri pieni di vivacità – io mi sento una di loro”. La incontriamo nella sua casa in una piccola località del Veneto dove si danno convegno i compagni di corso che lei aiuta per le tesi di laurea. C’è quasi una sorta di pudore a parlare con lei del passato, proiettata com’è nelle vicende del presente e pronta a immaginare scenari futuri ricchi di spunti e di impegni seri. Ma siamo qui per ragionare di Fiume, su suggerimento di Fulvio Mohoratz, città che l’ha accolta ragazza e dove lei aveva avuto modo di frequentare, ogni mattina, la medesima chiesa di Palatucci.
Missoni… strabocciato
Com’era?
“Un bell’uomo, elegante, si distingueva”.
Ma come è arrivata a Fiume dalla natìa Cherso?
“Ci sono arrivata dopo una tappa intermedia. Nel 1934, infatti, mi spostai a Zara per frequentare il ginnasio inferiore, avevo 11 anni. Era una città bellissima, raccolta, con una riva meravigliosa. Lungo la Strada grande (lo struscio) si ritrovavano tutti gli studenti guardati a vista dagli adulti. Arrivavano da Sebenico, da Spalato, da Ragusa e dal resto della Dalmazia, rampolli di famiglie benestanti che volevano per loro una cultura italiana, quella della loro appartenenza. Ricordo Ottavio Missoni, mio compagno di classe, strabocciato. Quando ci incontriamo insiste sul fatto che io sia plurilaureata e io gli rispondo che lui è diventato ricco e famoso, siamo pari. Poi ero in classe anche con Enzo Bettiza, altro dalmata eccellente, a scuola era molto bravo. Ottavio invece brillava per le assenze, lo ritrovavamo allo stadio. Con Mussolini tutti dovevamo essere sportivi. Anch’io facevo corsa, lancio del giavellotto, un mucchio di attività perché al nostro sabato non venivano lasciate alternative”.
Dal punto di vista culturale cosa offriva in quegli anni Zara?
“Molto, ma noi si viveva soprattutto di scuola, che era molto seria, non come quella di oggi. Anche i professori, poi, erano di un’altra pasta, persone speciali. Ho telefonato recentemente a uno dei miei professori di filosofia che è ancora vivo, ha 97 anni, scrive libri, fa conferenze. Si è commosso nel sentire che una alunna di 88 anni ancora si ricorda di lui. Mia madre invece frequentava un circolo femminile molto elegante dove si recava per discutere di varie tematiche, erano molto impegnate”.
A Fiume col… vapor
Come ricorda il passaggio a Fiume?
“Arrivai col ‘vapor’. La riva non era bella come quella di Zara e la stessa città di Fiume non reggeva, a mio avviso, il confronto. Aveva un fascino diverso, determinato dal movimento di una città commerciale, aperta al mondo, grande. Zara era una città raccolta, piccola, graziosa, ci si conosceva tutti, per cui Fiume mi apparve più fredda e distante. Ma una volta conquistata dimestichezza con l’ambiente tutto divenne più semplice ed immediato”.
Come conobbe Palatucci?
“Andavo a messa nella chiesa di San Vito tutti i giorni. Io e la mia amica Nuccia di Milano assistevamo alla messa e vedevamo ogni giorno questo bellissimo giovane che partecipava alla funzione con grandissima devozione. Lo vedevo, nei primissimi banchi della chiesa di San Vito, poi ho saputo della sua fede profonda che l’ha portato a spendersi per il prossimo. Si parlava molto di lui sia tra gli alunni del liceo ma soprattutto tra le mie compagne di università, non passava inosservato”.
«Fede è amare l’altro»
Lei si richiama spesso al senso di fede profonda, che cosa intende?
“Intendo vivere il Vangelo nella realtà della vita. Fede è amare l’altro, altrimenti è un concetto vuoto. La fede deve essere vissuta. Il Vangelo non è fatto per essere letto, ma per essere messo in pratica. Sono le parole di Gesù sul Testamento. Chi lo capisce, lo vive. Io penso che Palatucci vedesse Cristo nell’altro. E gli ebrei che hanno sofferto gli sono grati. In Israele hanno un bellissimo giardino dove ogni albero rappresenta una persona che ha fatto del bene al popolo ebraico, uno è dedicato a lui, a quest’uomo incredibile che avrei voluto conoscere personalmente. Poi la vita però, sempre a Fiume, mi ha fatta incontrare padre Quattrocchi e ciò ha determinato una svolta nella mia esistenza. È scomparso recentemente all’età di quasi cent’anni, figlio di quella coppia Beltrame-Quattrocchi che fu beatificata da Giovanni Paolo II. Aveva fatto una conferenza a Fiume e io ne rimasi enormemente colpita. Parlò dell’amore come io non ne avevo mai sentito parlare. Mia madre mi aveva trasmesso un’immagine di Dio terrificante dicendomi ‘te bruserà all’inferno se no te fa la brava!’. Così ho cominciato ad andare a messa perché avevo necessità di confermare questa capacità di amore incondizionato. Mia madre ne era spaventata. Andavo in chiesa alla prima messa del mattino, alle sei, ecco perché incontravo Palatucci, a quell’ora lui era lì”.
I giovani vanno capiti
Perché ha deciso di tonare a studiare?
“Ho sentito il bisogno di farlo, di riprendere i libri in mano. Mi sono iscritta all’università, ho scelto filosofia. Ho cominciato a frequentare ed è stata una bellissima esperienza. Alla fine ho conseguito la mia seconda laurea e poi la terza, in Scienze Filosofiche, che completa l’altra. Il direttore della segreteria mi ha proposto di iscrivermi a medicina, ma temo che mi avrebbero bocciato al test d’ingresso, con tutta quella fisica ed economia che c’è. Però mi piacerebbe”.
Dove ha insegnato?
“Un po’ dappertutto. A Cherso, a Fiume dove insegnavo anche alle scuole medie e contemporaneamente a Sussak, poi a Gorizia per 6 anni e poi sempre a Verona. Ho insegnato per sessantadue anni anche catechismo. Sono sempre stata fra i giovani. Tanti li criticano, ma in realtà i giovani possiedono moltissime qualità. Son buoni, generosi, aperti. Mi hanno accettata, io che sono vecchissima, come fossi una bella ragazza di vent’anni, alla pari. Hanno molto da dare, forse bisogna saperli capire”.
«Costruire una città felice»
Per quale motivo secondo lei un ambiente come Cherso è riuscito a produrre personaggi come Francesco Patrizi?
“Proveniva da una delle famiglie più in vista della Cherso dell’epoca. Lui si chiamava Petris di cognome, Patrizi derivava dal latino chiaramente, ed apparteneva a una delle famiglie nobiliari più antiche e più in vista”.
Che cosa c’è di attuale nel pensiero di Francesco Patrizi?
“C’è la sua idea perenne di costruire una città felice, come sperava Palatucci. Patrizi ne parla molto e l’opera dove lui teorizza tutto questo è un’opera che mi ha affascinato moltissimo. Intanto la immagina lungo il mare perché è convinto che una città possa essere felice solamente stando vicino al mare e vicina ad un golfo cosicché la sua difesa risulti più agevole. Poi dice che la città felice dovrebbe pensare per prima cosa al benessere e alla salute dei suoi cittadini”.
“Pone l’accento sulla salute perché dice che un uomo sano è capace di dare molto alla città. Divide la società in categorie. La prima è quella degli agricoltori che devono seminare, gestire la terra, produrre il pane. Poter dare il cibo ‘giusto’ ai cittadini. È l’indole della nostra gente. A nove anni la famiglia gli fa interrompere gli studi per mandarlo a navigare con lo zio lungo il Mediterraneo. Volevano fare di lui un uomo di mare, un marinaio. A 15 anni però sbarca a Venezia e riprende gli studi di grammatica, latino e di greco anche se, secondo il padre, avrebbe dovuto fare medicina. Invece lui scelse Lettere. Nei suoi scritti però ricorda sempre il mare, quel periodo nel quale assieme allo zio vide tanti posti, conobbe tantissima gente diversa. Ecco, per lui il mare è una nota importante nella sua vita, come nella mia e in quella di chi ci assomiglia”.

Foto: RTG
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.







































