S’intitola “Kino Basaglia” ed è un progetto cinematografico transfrontaliero che, attraverso film d’archivio, documentari contemporanei e contributi artistici, rievoca la trasformazione radicale della psichiatria attuata da Franco Basaglia che tocca anche la vicenda dell’esodo.
Chi era Franco Basaglia? A rispondere è Mila Lazić, chiamata a curare un progetto di cinema all’interno di GO! 2025 Capitale europea della Cultura, sia a Nova Gorica/Gorizia, che a Trieste, sul Carso e a Capodistria in una riflessione collettiva su ciò che il cinema è in grado di veicolare, con forza anche su temi quali la diversità e il disagio psichiatrico.
“Franco Basaglia (1924-1980), psichiatra e neurologo italiano – specifica Mila –, è stato il promotore della riforma psichiatrica in Italia. Colui che è riuscito a dimostrare che l’utopia poteva diventare realtà. Il 16 novembre 1961 arriva a Gorizia dove gli viene affidato il ruolo di direttore dell’Ospedale psichiatrico. Di fronte alle drammatiche condizioni in cui versano i pazienti, introduce metodi di cura alternativi agli aberranti trattamenti praticati fino ad allora. Apre le porte dell’ospedale, libera i malati e invita gli artisti a dare una mano. Attraverso musica, arte e teatro, i pazienti provano a esprimere i propri disagi interiori, ritrovare la propria identità e migliorare i rapporti con gli altri”.
Ritrovare una vita dignitosa
Certo non tutti adotteranno i suoi metodi, ma per molti questa pratica sarà salvifica, ritroveranno una vita dignitosa, meritevole di essere vissuta. In questo mondo difficile da immaginare, fatto di grandi sofferenze e incapacità di condurre una vita, se non normale e consapevole, almeno dignitosa, si trovarono coinvolti loro malgrado anche molti esuli. Le storie del manicomio di Trieste, come di tanti altri manicomi sparsi in tutta Italia, non si contano. Ogni tanto qualche autore si è calato nel loro inferno per fermarne una breve memoria, ma la maggior parte delle vicende si sono esaurite tra quelle mura di urla nel silenzio.
Poteva essere una delle tante anche la storia di Giovanni Doz, nato in Istria, a San Giovanni di Umago negli anni Venti. La generazione giusta per essere inviata al fronte nella Seconda guerra mondiale. Così fu anche per il nostro Giovanni, che lasciò il suo “canton de paradiso” sulle rive dell’Adriatico per solcare ben altri mari nella sua divisa della Marina militare italiana.
La sua nave fu una delle tante a subire attacchi senza preavviso. Non munita di radar, non era in grado di difendersi scorgendo il nemico a debita distanza. Successe alle prime luci dell’alba e si scatenò l’inferno. Ciò che videro i suoi occhi si può solo immaginare, ciò che riecheggiò nella sua testa fu un’eco di morte, più forte ancora della paura, lo stadio finale, senza soluzione. Fu uno dei superstiti, ripescato, curato e mandato a casa. Ma Giovanni non riusciva a dimenticare l’incubo di quei momenti e la sua mente cominciò a vacillare. Venne rinchiuso nel manicomio di Trieste e terminarono i contatti con la famiglia.
E come sempre, anche quella guerra con tanti morti, giunse alla fine. San Giovanni di Umago, cittadina italiana della costa istriana, divenne jugoslava. Anche casa sua, di Giovanni, cambiò nome e numero civico. Si chiusero i confini e per Giovanni ci fu un solo destino, rimase ciò che era, un numero su una cartella clinica con la diagnosi di schizofrenia.
Quando giunse a Trieste il giovane psichiatra Giuseppe (Beppe) dell’Acqua, collaboratore di Franco Basaglia, venne colpito da quest’uomo mansueto, dolce nelle sue movenze, dallo sguardo supplichevole che al Manicomio San Giovanni di Trieste non aveva un cognome, ma aveva delle richieste. Era riuscito a guadagnare pochi spiccioli mantenendo pulite le aiuole, con le piante aveva un rapporto dal sapore antico, gesti ripetuti da generazioni, chiedeva di poter comprare un pezzo di terra. Lo specialista ne dedusse che provenisse da una famiglia contadina. Ma durante le sedute di terapia di gruppo, Giovanni disegnava spesso sulla lavagna un’imbarcazione che chiamava “batana” o “batela” col fondo piatto – spiegava agli astanti spesso completamente indifferenti – con la quale li portava idealmente a pescare. Conosceva bene il fondale e le specie ittiche che vi gironzolavano: qui si pescavano gli scorfani, qui i calamari, lì le seppie e più in là ancora le menole. Era un mondo che si animava nei suoi racconti confusi per il troppo tempo trascorso a rimuginare in completo isolamento per la poca considerazione degli altri che, in cuore suo, non erano in grado di capirlo. Beppe dell’Acqua si appassionò a questa storia e a tutte le altre che il manicomio gli raccontava. E così decise di andare a San Giovanni di Umago.

Foto: GENTILMENTE CONCESSA DAGLI ORGANIZZATORI DI “KINO BASAGLIA”
Di storie ce ne sono tante
Chissà se sperava di incontrare il fratello di Giovanni? Fu fortuna, destino, era scritto? Parlarono di quell’uomo che continuava a vivere di gesti quotidiani legati alla campagna e al mare all’interno di quelle mura invalicabili. E fu così che i parenti dopo trent’anni, vennero a trovarlo. Non c’è testimonianza di quegli incontri, ma ognuno di noi può immaginare la scena. A Giovanni vennero dati una carta d’identità e un passaporto e poté rivedere la sua casa. La generosità del fratello e della cognata fecero il resto. Egli ritornò a vivere nel suo paese in riva al mare, curando la vigna e uscendo in mare a posare le reti e le nasse. Morì d’infarto a bordo, libero in mezzo al mare, padrone di quella tessera di felicità che l’assurdo mosaico della sua vita gli aveva concesso. TV Capodistria nei primi anni Novanta gli dedicherà un documentario.
E gli altri? Di storie ce ne sono tante, ma pochissime a lieto fine. Quanti esuli consumarono la loro vita nei manicomi? Non esiste una statistica, a occuparsene sono stati più gli scrittori che gli specialisti. Uno dei pochi libri che esplora tale condizione è “Non ho l’arma che uccide il leone. Storie del manicomio di Trieste” di Beppe dell’Acqua e, naturalmente “Dopo venuti a Trieste. Storie di esuli giuliano-dalmati attraverso un manicomio di confine 1945-1970” di Gloria Nemec, storica, che esamina per la prima volta le fonti medico-psichiatriche relative agli esuli giuliano-dalmati ricoverati nel manicomio di Trieste. Riflette sulle difficoltà di integrazione e sulle ferite dell’identità post-esilio.
Il progetto dedicato a Basaglia e voluto dagli organizzatori di GO! 2025, rappresenta un momento di riflessione anche su questo aspetto dell’esodo giuliano-dalmato.
“Non in modo specifico, ma certamente tocca anche questa tematica – afferma Mila Lazić, fiumana che vive a Trieste, sensibile a questi argomenti –. Il progetto si fonda sull’eredità di un movimento che, a metà del XX secolo, ha chiuso i manicomi e restituito voce a chi era stato a lungo escluso. Basaglia credeva che la libertà non fosse solo terapeutica, ma anche rivoluzionaria – ed è proprio questo pensiero che ‘Kino Basaglia’ amplifica attraverso il linguaggio del cinema e l’esperienza collettiva”.

Foto: GENTILMENTE CONCESSA DAGLI ORGANIZZATORI DI “KINO BASAGLIA”
Quali i film in programma in varie località da maggio a ottobre?
“Il primo è ‘Cantico dei matti’. Bianca D’Aponte, Claudio Misculin, Italia, 2000, 3 min. La canzone rappresenta un inno alla follia, alla diversità e alla creatività, celebrando ‘i matti’ come persone che si esprimono attraverso l’arte, guardando oltre la realtà convenzionale. Segue ‘Noi siamo gli errori che permettono la vostra intelligenza’ di Erika Rossi, Italia, 2024, 85 min. Claudio Misculin negli anni ‘70 crea a Trieste l’Accademia della Follia, una compagnia teatrale i cui membri sono ‘matti di mestiere e attori per vocazione’. Anche dopo la scomparsa improvvisa del suo fondatore, che ricorderemo anche come attore del Dramma Italiano di Fiume, l’Accademia della Follia continua il proprio lavoro, restando un’esperienza unica a livello internazionale. Segue ‘I giardini di Abele’ di Sergio Zavoli, Italia, 1968, doc., 27 min. Nel periodo in cui si discute dell’abolizione dei manicomi e di un nuovo approccio alla cura dei pazienti, Sergio Zavoli (giornalista e senatore) si reca a Gorizia per incontrare Franco Basaglia, direttore dell’ospedale psichiatrico, e conoscere i suoi metodi rivoluzionari”.
Ce ne sono altri tre che completano la rassegna…
“Esatto, e sono ‘La porta aperta’ di Michele Gandini, Italia, 1968, doc., 18 min, che voglio presentare con questa frase di Primo Levi tratta da ‘Se questo è un uomo’: ‘Immaginate una persona privata della casa, degli affetti, delle abitudini, dei vestiti, in breve di tutto ciò che ha: si ritroverà vuota, ridotta alla sofferenza e alla mancanza, dimenticherà la dignità e la ragione, perché spesso chi perde tutto, perde anche sé stesso’. Il documentario venne girato nell’Ospedale psichiatrico di Gorizia. ‘Corrispondenze immaginarie’ invece è un docu-film di Piero Pieri e Alessandro Spanghero. Italia – RAI, 2025, doc., 45 min. Un progetto collaborativo di arte pubblica di Mariangela Capossela, che porta alla luce lettere mai spedite, scritte da pazienti degli ospedali psichiatrici italiani nella prima metà del Novecento, quando la comunicazione con l’esterno era sistematicamente impedita. E termino con ‘La seconda ombra’ di Silvano Agosti, Italia, 2000, 85 min. Il titolo del film avrebbe dovuto essere ‘Il muro’, perché Agosti ha voluto raccontare il momento fiabesco in cui Basaglia disse ai suoi 1.200 pazienti: ‘Abbattiamo il muro, così la gente vedrà cos’è un manicomio’. Ho costruito questa favola – ha affermato Agosti e condividiamo il suo pensiero – su persone straordinarie che decidono di abbattere la barriera fisica che li separa dal mondo esterno, sperando inutilmente che cadano anche tutte le altre”.
Gli eventi di Kino Basaglia si possono seguire sulla pagina Instagram dedicata. Il prossimo appuntamento in calendario si svolgerà a Trieste, dal 12 al 17 settembre, nell’ambito della rassegna “I mille occhi”, festival internazionale del cinema e delle arti.
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