È indubbio che il sito del Circolo di cultura istro-veneta Istria sia una miniera di dati, basta accedervi rispondendo a una giusta curiosità per conoscere ciò che questa associazione – fondata da Depangher, Tomizza, Molinari, Miglia e altri intellettuali negli anni Ottanta – ha prodotto in tanti anni di attività. Ma è anche utile e fondamentale sapere che ora il Circolo ha creato un Museo virtuale, ESPOES, nel quale dati e conoscenza sono stato ampliati in modo esponenziale. Navigare nelle sue stanze, raggiungere i vari livelli, è un’esperienza unica: è un viaggio nella storia di Istria-Fiume-Dalmazia con dettagli, impianto iconografico, riferimenti, rimandi, percorsi, insomma, un’esperienza ricca quanto unica. Il Circolo è stato il primo ad avere proposto al pubblico un prodotto così raffinato e articolato in grado di soddisfare ogni palato onesto. Dedicato a tutti, ma in particolare ai giovani, racconta tutta la storia dell’Adriatico orientale, con tutte le sfaccettature del caso, da scoprire scatenando la fantasia. Un esempio?
Il 10 agosto si ricorderà il sacrificio del capodistriano Nazario Sauro. Per ESPOES la vicenda viene narrata da Kristjan Knez. In che modo? Lo chiediamo allo stesso professore di storia e ricercatore scientifico.
“Partiamo dai dati fondamentali: sappiamo che nacque a Capodistria il 20 settembre 1880, fu un uomo di mare, irredentista e volontario di guerra – esordisce Knez –. A otto mesi d’età si trasferì con la famiglia a Cette (nome in vigore fino al 1927, oggi Sète), in Francia, dove il padre, Giacomo, aveva trovato impiego come palombaro, svolgendo pure l’attività di imprenditore navale e di recuperi marittimi. Nel 1886 rientrò nella città natale; non fu uno studente diligente, nel 1895 abbandonò il secondo anno del ginnasio e trovò impiego nell’azienda del padre, specializzata al salvataggio d’imbarcazioni naufragate. Nel 1901 sposò Caterina Steffè, da quell’unione nacquero Nino (1901), Libero (1907), Anita (1908), Italo (1910) e Albania (1914)”.
Il suo destino era già scritto: il mare, come per la maggior parte della popolazione maschile della costa in quel periodo storico.
“Esattamente, iniziò a navigare su velieri e piroscafi, ma nel 1904 s’iscrisse alla Scuola nautica di Trieste dove ottenne il diploma di capitano di grande cabotaggio. Tra il 1905 e il 1914 comandò i piroscafi a vapore Carpaccio, Cassiopea, Vettor Pisani, Oltra, Capodistria e San Giusto. Nel periodo antecedente lo scoppio della Prima guerra mondiale (1908-1914) sostenne gli albanesi che si battevano per l’indipendenza, trasportando armi e munizioni, soprattutto durante le due guerre balcaniche (1912-1913). Sauro apparteneva al gruppo di giovani capodistriani, nati tra gli anni Ottanta e Novanta del XIX secolo, che dettero forma a un irredentismo più incisivo, di azione, che con maggiore vigore si proponeva di scalzare la condotta dei padri, accusati di accondiscendere alla politica asburgica. Si trattava di Tino Gavardo (morto nel gennaio del 1914), Girolamo Gravisi, Pio Riego Gambini, Piero Almerigogna, Nazario Sauro per l’appunto, e altri. Erano giovani di orientamento mazziniano, che allo scoppio della guerra europea videro un’occasione per mutare la cornice entro la quale vivevano e operavano”.
Una scelta che pagheranno a caro prezzo…
“Il 2 settembre 1914 assieme al figlio Nino, Sauro abbandonò Capodistria e si trasferì a Venezia. La moglie Nina e gli altri figli li raggiungeranno nell’aprile del 1915. Nel gennaio del 1915 fece parte del gruppo di irredentisti presenti nel Regno, che il presidente dell’Associazione Nazionale Trento-Trieste, Giovanni Giurati, inviò ad Avezzano nella Marsica per prestare soccorso alla popolazione colpita dal violento terremoto, che provocò circa 35mila morti. Dopo dieci mesi di neutralità, nel maggio del 1915 il Regno d’Italia entrò in guerra contro l’Impero austro-ungarico. Come fuoriuscito volle rendersi utile all’Italia, pertanto entrò nella Regia marina con il grado di tenente di vascello e fu destinato alla piazza militare marittima di Venezia. Grazie alla sua praticità e alla conoscenza dei luoghi lungo l’Adriatico orientale nonché delle difese austro-ungariche, Sauro fu accolto come pilota esperto sulle navi e siluranti”.
Tra i suoi piani più ambiziosi va ricordato il progetto di occupare Capodistria, e non solo…
“Mai realizzato. Si trovò comunque impegnato in sessantadue azioni belliche finché l’unità al comando del capitano di corvetta Ubaldo Degli Uberti si arenò alla Gagliola e tutto precipitò. Sauro venne fatto prigioniero. Il 1º agosto iniziò il processo che durò parecchi giorni; siccome le autorità asburgiche non erano sicure se si trattasse veramente del noto irredentista capodistriano, chiamarono dal campo d’internamento in cui si trovavano sia la madre, Anna Depangher, sia la figlia Maria (sorella di Nazario), le quali però finsero di non conoscerlo. Alla fine fu tradito dal cognato filoaustriaco, che lo palesò. Il 10 agosto 1916 venne impiccato per alto tradimento. Nel 1919 Vittorio Emanuele III gli conferì la medaglia d’oro al valore militare alla memoria”.
Quali considerazioni scaturiscono da questa vicenda?
“La morte di questo uomo di mare divenne immediatamente un emblema del sacrificio degli italiani dell’Adriatico orientale e del loro desiderio di ‘redenzione’, il cui peso aumentò con lo schiudersi della questione adriatica e della ‘vittoria mutilata’”.
Che ne è stato del monumento a lui eretto a Capodistria?
“Il 28 dicembre 1918 il Consiglio comunale di Capodistria deliberò di approvare l’azione patriottica del Comitato promotore del monumento nazionale dedicato a Sauro, di erogare l’importo di 10mila lire per la realizzazione del monumento stesso, di provvedere alla traslazione da Pola dei resti del concittadino nel camposanto di San Canziano, e di incidere su due targhe distinte i nomi dei volontari capodistriani caduti sui campi di battaglia del primo conflitto mondiale, nonché di quelli rimasti feriti o illesi. L’opera dell’architetto Enrico Del Debbio e dello scultore Attilio Selva, inaugurato alla presenza del re Vittorio Emanuele III (9 giugno 1935), nel maggio del 1944 si vide smontare dal comando militare tedesco le statue bronzee, e nel secondo dopoguerra fu distrutto definitivamente dalle autorità jugoslave”.
Sul sito ESPOES avete voluto aggiungere anche alcune note per chi vorrà approfondire la conoscenza e lo studio e i fatti narrati… Ci può fare degli esempi?
“Certamente. A Pola, fu individuato il punto in cui fu sepolto Sauro nel 1916 in un’area sconsacrata del cimitero della marina; furono eretti una tomba e un cippo. La salma fu esumata, il 10 gennaio 1919, e sepolta definitivamente il 26 gennaio per opera del reggimento di marina, da lì a breve denominato ‘San Marco’. Alle onoranze parteciparono il duca d’Aosta, l’ammiraglio Alberto Del Bono, ministro della marina, il generale Carlo Petitti di Roreto, governatore di Trieste, i sindaci delle città di Capodistria, di Fiume, di Zara e di altre località istriane. Parteciparono pure i rappresentanti dei Comuni di Roma, di Venezia e di Genova. Da Capodistria giunsero tutti i familiari: i genitori, Giacomo e Anna, la vedova Caterina, i figli Nino, Libero, Anita, Italo e Albania, nonché la sorella Maria. In quella circostanza la madre ricevette la Medaglia d’oro al valor militare che re Vittorio Emanuele III conferì a Nazario Sauro con decreto del 20 gennaio, mentre la caserma della marina dedicata all’imperatore Francesco Giuseppe fu intitolata a Nazario Sauro”.
Battisti e Sauro, i loro nomi sono spesso citati insieme…
“La legge per l’erezione dei monumenti nazionali a Cesare Battisti a Trento e a Nazario Sauro a Capodistria, a spese dello Stato, risale al 2 aprile 1922 e fu pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 19 aprile, mentre la Commissione incaricata a seguire le realizzazioni fu costituita il 30 giugno (presidente Paolo Boselli) con decreto del presidente del Consiglio dei ministri, Luigi Facta. Abbiamo voluto inserire anche una cronaca dell’inaugurazione: […] La città, tutta imbandierata e decorata di festoni di alloro, è invasa da una folla innumerevole, popolata e animata straordinariamente. Migliaia e migliaia di convenuti trovano posto a stento, si pigiano per le anguste vie, per le piazze, occupano finestre e balconi. Una confusione, un brusio interminabile. Rappresentanze delle associazioni combattentistiche, delle medaglie d’oro, del Nastro Azzurro, delle Associazioni d’arme, dei Fasci di combattimento, della Lega Navale, della gente di mare, dei Sindacati, di Province e Comuni, di enti e associazioni, e di tutte le organizzazioni istriane: ciascuna con la sua bandiera, stendardi, labari, gagliardetti, fiamme, e con cartelli che indicano i nomi della Regione o del Comune, e con cartelli inneggianti al Re e a Sauro. E una marea di popolo che si propaga ovunque. E i motociclisti del motoraduno nazionale; e poi i bersaglieri in congedo, tutti quelli delle Tre Venezie; e marinai di tutta la costa veneta e istriana e del Carnaro. Così ‘La Stampa’ di Torino il 10 giugno 1935, p.3 […]”.
Ogni anno Trieste ricorda la figura di Sauro con una cerimonia sulle rive, nel giorno del martirio. A pochi passi da dove le grandi navi da crociera attendono i passeggeri. Un altro mare, un mondo tanto diverso, che spesso dimentica la propria storia.
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