Lei è Elisabetta de Dominis, nata a Trieste da una famiglia di nobili dell’isola di Arbe. La loro è una storia epica e rocambolesca nello stesso tempo. Vittime, durante e dopo la Seconda guerra mondiale, di persecuzioni e alienazione delle proprietà. Hanno subito di tutto e di più…
Quanto hanno pesato questo passato, questa storia familiare sulle tue scelte di vita?
“Come tutti i giovani ho fatto l’opposto di quanto avrebbero voluto. Per esempio un matrimonio con un ricco nobile tedesco che, secondo i miei genitori, avrebbe assecondato i miei desideri di ragazza viziata che avrebbe avuto bisogno di tanti soldi per sopravvivere. Fai la scuola più facile, mi dicevano. Per reazione ho fatto il liceo più difficile, l’università più difficile e così via. Se mi guardo indietro, andando a ritroso nel tempo, sono contenta delle mie scelte: nonostante la fatica e la sofferenza per diventare giornalista in un mondo competitivo dove rimanere indipendente è difficile, sono riuscita nel mio intento, essere ciò che desideravo. Forse sono state proprio le ingiustizie sofferte dalla mia famiglia a mettermi al riparo, a puntare su una ricchezza intellettuale piuttosto che materiale, a combattere sempre e comunque, senza mai rinunciare, superando gli ostacoli”.
Quel vecchio diario…
Per quanti giornali hai lavorato?
“Per più di una ventina di testate sia italiane che internazionali, anche perché – come sanno i miei colleghi –, nei giornali cambiano spesso i redattori e i direttori che costringono chi collabora a ricominciare. È stato un continuo adeguarsi a nuove condizioni, ma è sempre stato bello continuare a scrivere di qualsiasi tema proposto. Non ho mai rinunciato a una sfida, ad argomenti complessi: sono sempre stata convinta che cimentarmi su materie diverse mi avrebbe aiutata nel continuare a crescere, a imparare”.
E l’esperienza delle testate americane?
“Collaboro con ‘America oggi’ e con ‘La voce di New York’ giornali per i quali scrivo tuttora quando ho tempo, dopo avere gestito una rubrica per vent’anni, tutte le settimane. Non posso immaginare una vita senza scrittura. È una storia curiosa: sin da bambina ero convinta di non avere tanta memoria. Chiesi un diario e per tutto il tempo delle elementari scrissi tutto ciò che mi capitava di immaginare, praticamente degli appunti per quello che un giorno sarebbe stato il mio libro”.
La nonna di Zagabria
E ora il libro si è materializzato, è una realtà. Ma era in nuce già allora?
“Proprio così. Ho avuto la fortuna di rapportarmi con una nonna molto colta. Era di Zagabria e si rammaricava spesso che la sua famiglia si fosse opposta a una sua eventuale laurea. Aveva sopperito con la lettura, intensa, continua: leggeva anche per me, soprattutto i classici, ma anche le leggende, tra storia e mito. Ho conosciuto con lei la saga dei Nibelunghi, le genti delle nebbie e altri mondi fantastici, attendevo il momento in cui avremmo continuato la lettura per conoscere l’evoluzione e la conclusione delle vicende in cui tutto era possibile ed inaspettato. Ne ero ghiotta, ma anche sinceramente affascinata: ho sempre adorato queste grandi storie di popoli lontani che avevano e hanno molto da insegnare. Ricordo che quando mi parlò delle Valchirie sentì che avrei voluto essere una donna forte, pronta a combattere per le mie convinzioni”.
È da lì che nasce questa tua fascinazione per il mito che permea il tuo romanzo fresco di stampa
“Al di là della carne” (Aragno editore) che stai presentando in questi giorni?
“Ci sono state due complici, la nonna, ma anche la mia professoressa delle medie, perché mi ha trasmesso l’amore per l’Iliade e l’Odissea che racchiudono tutti quei valori umani che dovrebbero essere patrimonio di tutti e che invece si vanno perdendo. Ho letto che s’intende introdurre l’empatia a scuola, ma basterebbe studiare i classici per imparare che cos’è e che cosa ti lascia la conoscenza delle avventure, delle storie arcaiche capaci di mettere in moto la fantasia”.
Viviana e Merlino…
Il tuo libro ha come protagonisti mago Merlino e Viviana, la Dama del Lago. Ma anche Morgana, Artù e Lancillotto? Perché ci svelano le passioni e il difficile rapporto uomo-donna?
“Viviana e Merlino si cercano, all’inizio è una sfida, il mettersi in gioco, poi apriranno i loro cuori spiegando il loro amore, in grado di superare odio, tradimenti, inganni, sofferenze… la distanza eterna tra uomo e donna, sino a continuare a esistere al di là della carne”.
Scrivi nel libro: “Merlino, al contrario di quelli che pensavano tutti, riusciva a soggiogare il mio corpo, ma non la mia anima, perché ero consapevole dei suoi limiti. È vero che, nell’istante in cui i suoi occhi cominciavano a fissarmi, il mio corpo fremeva facendomi dimenticare la sofferenza dello spirito e niente aveva più importanza…”. Che cosa scopriamo di questo loro rapporto?
“Che sono ancora vivi perché le loro passioni vivono in noi. Che il dialogo uomo-donna è molto difficile e passa attraverso prove che fanno tremare i polsi. Ma nel mondo della mitologia, che è anche filosofia, si scoprono percorsi formativi che portano a definire gli equilibri e a trovare la strada al di là della carne. Non è solo l’interruttore del desiderio ma molto, molto di più, che si svela nel racconto”.
Il ruolo di Camilla
Il ruolo della donna è mutato nel corso del tempo, ma le mete da raggiungere sono ancora tante…per una piena emancipazione…
“Credo che il prevalere del patriarcato abbia influito moltissimo sulla maturazione della donna che spesso accetta il conflitto piuttosto che creare legami con le altre donne. Me ne sono accorta frequentando l’università. Ho ripreso pertanto a leggere l’Eneide, soffermandomi sul ruolo di Camilla, Camilla è una vergine guerriera Volsca, figura chiave del libro XI dell’Eneide di Virgilio, alleata di Turno contro Enea. Consacrata a Diana, cresciuta nei boschi dal padre Metabo, è descritta come un’eroina veloce e letale, unica donna a guidare un esercito. Muore tradita in battaglia, uccisa alle spalle da Arunte. Eppure sono convinta che lei aiuterà Lavinia a unirsi al suo amato Turno. È un esempio di sensibilità femminile che supera ogni ostacolo”.
È la simbologia del sacrificio? Nel passato come nel presente…
“Purtroppo noi siamo vittime di canoni imposti nei secoli e mai veramente superati. Ancora sempre la donna non è capita e soprattutto non è valorizzata. Anche se raggiunge professionalità importanti, giunta a casa deve calarsi in un altro ruolo, angelo del focolare, mamma, compagna come se tutto ciò che ha realizzato durante le ore di lavoro, fosse una parentesi ininfluente”.
Scrivere in piena libertà
Eppure le donne sono delle combattenti, lo si è visto anche nell’esodo…
“Hanno affrontato fatiche inenarrabili. Hanno avuto spesso un ruolo trainante e spesso sono riuscite a vincere, ma rimanendo sempre molto modeste nelle loro pretese, convinte di dover fare emergere i loro uomini. Anche ragazze molto belle e intelligenti si sono piegate al volere degli uomini della famiglia senza mai riuscire a rialzare la testa. Toste ma ubbidienti”.
Per una giornalista che scrive per mestiere, che cosa significa cambiare prospettiva e diventare scrittrice?
“Fare la scrittrice era il mio sogno, ma il giornalismo era una piattaforma adatta alla crescita, alla formazione, all’evoluzione. Ho lavorato nei giornali, ma continuando a raccogliere appunti per quello che avrebbe dovuto diventare il mio romanzo. Ci ho messo degli anni senza mai demordere, scrivendo prima di addormentarmi quando i pensieri sono più intensi, sublimano il sentire della lunga giornata di impegni. C’era sempre un pudore di fondo quindi pochissimi erano invitati a leggere ciò che stavo scrivendo. Trattandosi di testi di fantasia, erano molto liberi. Il fascino di non avere limiti, di scrivere in piena libertà. È bellissimo”.
Conservare la propria anima
Quale consapevolezza intende tramandare questo tuo libro?
“Le donne devono capire che non hanno l’obbligo di essere comode, ma devono trasmettere la loro essenza: anche per quanto concerne la guerra, spesso è ciò che viene insegnato ai figli. Gli uomini partono per la battaglia, le femmine rimangono ad accudire i figli e la casa. Le donne diventano la longa mano della cultura patriarcale e ovviamente gli uomini continueranno a fare gli stessi errori. Eppure noi donne abbiamo gli strumenti per cambiare il mondo: noi siamo positive e negative, però dobbiamo distinguere la donna che cerca di rigirare l’uomo per interesse da quella che invece non è disposta a scendere a compromessi, che vuole conservare la propria anima anche perdendo l’amore”.
È successo?
“Vita e fantasia, chi lo sa”.
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