Donna come lei, tradita dall’amore che era brama di possesso e violenza

Un racconto di Elisabetta de Dominis che unisce l’Istria al Castello di Duino, il passato al presente nel nome di una leggenda mai dimenticata, emblematica

La giornalista e scrittrice Elisabetta de Dominis

Il racconto di Elisabetta de Dominis, giornalista che vive a Gorizia, nata a Trieste da nobile famiglia di Arbe, ci porta ad affrontare un viaggio interessante. Abbiamo conosciuto nei sabati scorsi, attraverso le testimonianze dei suoi abitanti, Borgo San Mauro nel Comune di Duino Aurisina. Proprio in quel territorio in cui si erge austero il castello dei conti di Torre e Tasso, proprietari dei terreni su cui venne costruito a cavallo degli anni Sessanta, il villaggio per gli esuli istriani, fiumani e dalmati, che donarono per un valore simbolico.
Al castello è legata una leggenda che tutti conoscono, ognuno a suo modo, ognuno innestando su riferimenti storici, un’abbondante dose di fantasia, attualizzandola come in questo caso: in definitiva non è proprio grazie a questo ingrediente magico che nascono le leggende e si propagano come un’onda nel tempo?
La de Dominis ci racconta la leggenda della Dama bianca che ancora vaga nelle stanze del castello…per chi ci vuole credere o ci crede davvero. La storia è comunque avvincente e forte. Ringraziamo l’autrice per questo dono fatto al nostro giornale e per averci permesso di ridurre il racconto alle dimensioni necessarie alla pubblicazione.
Sono stata la Dama bianca
Ricordo tutto, ora. Sarebbe meglio non ricordare. Quella notte di un anno fa è finita la mia vita. E sono viva. E sono isolata come un’appestata. E soffro da cani. L’ignobile racconta che sono impazzita perché nessuno venga a trovarmi. Mi fa controllare a vista. Avrebbe voluto che non mi risvegliassi dal coma. Ma è vita questa? Sono imprigionata. E siamo nel XX secolo. Il destino della Dama Bianca è il mio destino. Perché lui è sempre lo stesso: l’assassino che ho sposato.
Prima ha assassinato la mia anima. E senza anima non si può vivere. Ora, come un avvoltoio, attende il mio corpo esangue. Per farlo finalmente scomparire e rifarsi una vita con una donna ordinaria che ha plagiato per servirlo. Sufficientemente brutta e stupida per garantirgli la fedeltà di cui il suo animo insicuro ha bisogno per sentirsi uomo.
Che ero bella da morire, mi disse Gianguido la prima volta che ci incontrammo; aveva voluto conoscermi dopo il torneo che avevo disputato al Tennis di Opicina. Era l’estate del 1959. Mi invitò a vedere la sua nuova casa, che aveva fatto costruire sulla falesia che sovrasta la baia di Duino. Scendemmo tra la boscaglia in una spiaggetta a prendere il sole e mi indicò sulla sinistra i ruderi dell’antico castello dei Duinati raccontandomi la leggenda della Dama Bianca, che vi aveva abitato quasi mille anni prima. Il marito l’aveva gettata in mare dal loggiato, per gelosia. Si era sfracellata, rimbalzando contro le rocce, ma non era morta. Uscita dall’acqua, aveva tentato di risalire il dirupo, mentre il sangue usciva copioso dal suo corpo. Il cielo ne ebbe pietà e la impietrì. Ogni notte il suo corpo ridiventa umano e lei vaga per le stanze del castello alla ricerca della figlioletta. E urla da secoli.
Fui percorsa dai brividi e mi pervase una sensazione d’insicurezza, per non dire di paura, che non mi lasciò più. È quasi impercettibile il confine tra piacere e dolore ed era la prima volta che li provavo entrambi: non li seppi riconoscere e separare. Complici le sue dolci parole che, ora so, erano solo parole di possesso.
“Alba, sarai la mia regina, avrai tutto quello che vuoi. Sono pazzo di te. Staremo sempre insieme, non dovrai lavorare”.
“E il tennis?” chiesi frastornata: “Sono una campionessa nazionale…”
“Potrai andare a giocare quando vorrai, ma voglio che tu mi dia subito dei figli e non credo che sarai in grado di continuare a praticare questo sport a livello agonistico”.
Ho saputo dal medico dell’ospedale che sono rimasta in coma per un anno. Gianguido invece aveva solo perso i sensi: i vetri del cruscotto gli avevano ridotto il viso a una maschera di sangue. Glielo hanno ricucito con 16 punti di sutura dall’occhio alla guancia destra. Mi odia perché, secondo lui, è sfigurato per colpa mia. Mi chiama “strega”.
Lui non mi vuole più. E con la scusa della mia pazzia, mi tiene lontana da mia figlia. Mi sono accorta di vivere con un bugiardo quel pomeriggio, prima di andare alla festa a Trieste. Ero rientrata a casa da una nuotata, come facevo ogni giorno, nella baia. L’ho scorto baciarsi in giardino con la baby sitter. Sono rimasta impietrita e gocciolante: mi sembrava di essere bagnata dal sangue della mia anima lacerata. Quella ragazzina insulsa, perché? Non so come sono riuscita a vestirmi e ad andare con lui a Trieste…
Uscimmo di strada, sbattendo contro la parete rocciosa sulla destra. E la mia strada con lui in questa vita è finita. Ma sono ritornata alla vita e non voglio un’altra strada. Talvolta è la strada che imbocchi a portarti verso la sfortuna. Vivo un’altra vita, nel passato. Ora so quello che è successo quasi mille anni fa qui, a Duino, tra Federico da Ritisperga ed Esterina da Portole. Perché lei parla al mio cuore la notte, quando non riesco a dormire.
Io un uomo così possente non l’avevo mai visto… la sua apparizione al castello di Portole mi rapì il cuore, sebbene fossi stata costretta a questo matrimonio.
“O Federico da Ritisperga, maestro d’armi dell’imperatore Corrado, o il monastero” mi aveva detto perentoria mia madre. Non dovevo nemmeno pensare a un’altra possibilità di vita futura. Il Patriarca di Aquileia aveva fatto l’onore a mio padre di darmi in sposa a Federico. Non c’era nulla da discutere. Poppone voleva un’alleanza tra Duino e Portole per presidiare la via Sclavorum che collegava Aquileia all’Istria. Il signore di Duino aveva armati per questo compito e mio padre gli avrebbe dato due fuste in dote per respingere i pirati narentani.

La roccia sotto il castello di Duino chiamata Dama bianca

Lui di me voleva fare solo un’eco. Ho sbagliato a vederlo come un dio, a considerarlo il mio. E non ho visto la sua misoginia, la sua superbia, la sua prepotenza. Si vantava di essere superiore agli altri. Perché non ho pensato di non essere esclusa dal gruppo degli inferiori?
A noi donne hanno insegnato a trasformarci per compiacere l’uomo. Avrei dovuto invece trasformarmi per sfuggirgli, come insegna Ovidio ne Le Metamorfosi.
Non sappiamo che l’uomo si trasforma quando ti ha catturata. Tutto si fonda sul grande inganno matrimoniale. Tu non sei più quella che credevi essere, lui non è quello che sembrava essere. Sono deperita da far pietà e Federico mi evita: mi ha relegata lontano dai suoi occhi e dalla mia bambina, al pianterreno della torre, dove il mio unico conforto è la luce del giorno che penetra da questa finestra illuminando il mio leggìo. Non ho più nulla da perdere: gli scrivo. “Federico, hai desiderato solo te stesso e di questo amore hai trovato conferma in tutti gli sguardi femminili che hai incontrato e conquistato…”.
Una notte, durante un temporale, dalla torre scorsi una barca in balia delle onde sparire dietro alla roccia su cui si erge il castello. Federico era lontano a combattere gli invasori e scesi alla spiaggia per vedere se vi erano superstiti. Trovai il corpo di un ragazzo sul bagnasciuga: era ancora vivo. Lo trascinai al riparo, sotto una grotta, gli tolsi i vestiti bagnati e l’asciugai con la veste. Lui era molto bello. Lo guardavo, mi guardava: nessuno mi aveva mai guardata così. Era sfinito, non riusciva quasi a parlare, ma mi disse: “Sei bella come il sole”. Sentii il suo sguardo d’amore diffondersi in me.
Federico mi fece chiamare: salii con il cuore in gola i gradini che conducevano alla loggia. Quando arrivai, la piccola era tra le braccia della nutrice che mio marito stava baciando… Mi avventai su di lei per strapparle Alma. L’ignobile mi spinse via verso la finestra, urlando: “Pensi di poter baciare chi vuoi solo tu?” Risposi con un filo di voce: “Io non ho baciato nessuno…”.
“Falsa!” Incalzò. “Ho avuto testimonianza che te la facevi con quel naufrago…”
…Indietreggiai verso il davanzale del loggiato per evitare che mi colpisse il viso. Si avventò su di me; gridava: “Stavolta ti ammazzo!” E il mio cielo si capovolse.
Rotolando giù mi sfracellai contro la pietra su cui si ergeva il nostro castello. Carne e sangue chiazzarono di me la rupe. Ricrebbi pietra. Qualcuno disse che ero riaffiorata dal mare e, tentando di risalire il costone, mi ero pietrificata. L’amore ha sempre cambiato noi donne. La metamorfosi è solo un tentativo di sopravvivere in altra forma a un’esistenza invivibile…
Mi comporto bene da quasi un anno, non sostengo più di essere la Dama Bianca e oggi potrò rivedere Aurora in mezzo ad altri bambini durante il suo festino, ma non dovrò rivelare che sono la sua mamma. Aveva quasi quattro anni quando successe l’incidente e lui dice che non si ricorda di me.
Non è vita questa. Non ho più la mia, a cui ho rinunciato sposandomi, né quella matrimoniale. Non posso rifarmi una vita né vivere con la mia famiglia. Lui vuole cancellarmi, uccidermi. Allora lo faccio io. E finalmente la gente si chiederà il perché. Perché Gianguido mi vuole morta. Mi ha voluta proprio perché ero bella da morire.
Non mi sento più specchiata in lui e sono morta a me stessa.
“Gianguido, mentre leggi questa lettera, mi stai guardando per l‘ultima volta ed io non ti vedo già più. Eccomi appesa al soffitto come lo sono stata all’altalena della vita trascorsa con te. Voglio che mi ricordi con questo bianco abito nuziale, come mi hai vista nel giorno più bello della mia vita. Quanti sogni avevo allora… Ho utilizzato per l’ultimo viaggio la sciarpa rossa che mi donasti e che indossavo il giorno dell’incidente. È ancora sporca di sangue… Alla mia amata Aurora dì che mi sono distesa nel letto e addormentata per sempre. Ma che la mia anima le sarà sempre vicina. Hai reso la mia vita un inferno e so che vado in un posto migliore. Goditi la vita perché è breve e l’inferno poi sarà lungo. Addio”.

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