Dall’isola al mondo in un metafisico scomporsi degli insiemi e il ricostituirsi altrove di forme diverse e compiute. Un gioco di parole? Piacerebbe a Massimo, e a Corrado e a Leonor, parlare, infilare parole per raccontare il libro che stringiamo tra le mani – copertina di un fascino indicibile, edizione elegante – dedicato a lei, Leonor Fini, figlia del mondo e di Trieste alla quale ha legato la sua infanzia e i suoi ritorni, firmato da Corrado Premuda.
Sorseggiamo un caffè con Massimo Premuda, lo conosciamo come giornalista e curatore triestino, si occupa di arte contemporanea, l’isola è nel suo cognome e nel riferimento geografico da cui proviene la sua famiglia, Corrado era suo fratello maggiore.
Che famiglia!
Ma allora sei dalmata?
“In un certo senso sì, o almeno lo era la mia famiglia di uomini avvezzi ad andare per mare. Dalla piccola isola dalmata un ramo è andato a Venezia e ha fondato una società marittima di successo, mentre l’altro ha risalito Lussino, Cherso e l’Istria, scegliendo la terraferma. Infatti, il mio bisnonno Guido Premuda era giudice distrettuale a Montona, dove morì di spagnola, lasciando la moglie Noemi Niederkorn, con due figli piccoli, che presto si sarebbe trasferita a Trieste. Mio nonno Steno e suo fratello Loris si formeranno dunque a Trieste, e Loris frequenterà con successo la Facoltà di Medicina all’Università di Padova, diventando un famoso storico della medicina (specialista molto noto a Trieste, è stato il primo relatore in una Comunità degli italiani alla nascita della collaborazione tra la minoranza e l’UPT negli anni Sessanta, ndr). Mentre mio nonno, amante della musica, aprirà un negozio dal nome curioso “ABC dischi e musica”, ma oltre a venderli da grande esperto, sarà anche un conosciuto compositore e paroliere. Infine suo figlio Renzo, mio padre, studierà contemporaneamente matematica e musica quasi a saldare queste due passioni. Che famiglia!”.
È proprio il caso di dirlo, tu e Corrado avete avuto stimoli ed esempi interessanti …
“Assolutamente, ma in tutto questo s’inserisce anche la figura di nostra madre, Mimy, che insegnava storia dell’arte. A casa nostra oltre agli strumenti musicali non mancavano i volumi d’arte e un’enciclopedia immensa in lingua inglese acquistata da mio padre bambino nel periodo degli anglo-americani a Trieste. Per consultarla abbiamo dovuto prima imparare bene la lingua. Nati negli anni Settanta – c’erano quattro anni di differenza tra noi – eravamo attratti dai tentativi dell’uomo di andare sulla Luna e inventavamo scenari fantascientifici”.

«Ho bisogno di spazio, di orizzonti…»
Hai scelto comunque studi classici?
“Sì, ho frequentato il Liceo classico ‘Francesco Petrarca’ a Trieste e poi all’Università di Venezia dove ho conseguito anche un post lauream in Progettazione e Produzione delle Arti Visive presso lo IUAV con docenti prestigiosi e frequentando artisti straordinari. L’esperienza veneziana è stata veramente notevole, la facoltà era stata fondata da poco dal fratello del ministro De Michelis e diretta da Angela Vettese che ci coinvolgeva nella Biennale facendoci sentire in contatto col mondo”.
Però continui a essere legato a Trieste, un mare diverso?
“Da qui si vede lontano e io ho bisogno di spazio, di orizzonti. Per un periodo comunque ho lavorato anche a Lubiana, al Museo nazionale d’arte moderna. Da quindici anni mi occupo dei Musei di Muggia, sia del Museo d’arte moderna ‘Ugo Carà’ che del Museo archeologico che raccoglie le testimonianze di Elleri, il noto castelliere che si spinge verso l’Istria. A Muggia si realizzano sei mostre l’anno…”.
Legate da un filo rosso?
“C’è un progetto ben preciso: la valorizzazione degli artisti del territorio, oltre a Carà anche Marassi, Bossi, Pisani, Negrisin, Bressanutti, e così via ma anche del mondo che li definisce”.
Convivenza di culture, lingue e identità
Nasce così la mostra dedicata a Fulvio Tomizza, che è stata a lungo al centro dell’attenzione presentata anche al convegno del Circolo Istria a Capodistria?
“Esattamente. Con Tomizza, letteratura e arti visive si intrecciano per raccontare la complessità culturale e storica di Trieste e del territorio circostante prendendo ispirazione dalla sua raccolta di saggi riuniti in “Alle spalle di Trieste” (1995), in cui lo scrittore istriano esplora con tono elegiaco le memorie e le fratture di un’area di frontiera. La mostra presenta oltre trenta opere appartenenti alla Collezione d’Arte della Fondazione CRTrieste, articolate in tre diverse sezioni, ciascuna delle quali affronta un aspetto della storia e della geografia culturale di questo confine attraverso artisti come Marcello Ostrogovich, Edgardo Sambo, Achille Beltrame, Cesare Sofianopulo e Tullio Silvestri che allargano lo sguardo al dramma dei profughi e dell’esodo, insieme a Carlo Sbisà, Guglielmo Grubissa, Gianni Brumatti ed altri ancora. Le opere, poste in dialogo tra loro, restituiscono la condizione di frontiera che caratterizza Trieste e il suo retroterra: una geografia segnata dai conflitti, ma anche dalla convivenza di culture, lingue e identità. Come scriveva Tomizza, “alle spalle della città si estende un territorio che è al tempo stesso ferita e radice, distanza e appartenenza”.
Trieste è anche la presenza della figura di tuo fratello Corrado, scomparso prematuramente nel 2022, che ritorna nel presente con i suoi lavori, i suoi studi su Leonor Fini in questo libro fresco di stampa intitolato ‘Leonor Fini. Da Trieste in poi’. Di cosa si tratta?
“Del suo capolavoro. Il suo rapporto con la Fini è stato molto intenso, l’ha raccontata ai giovani, ai suoi studenti, l’ha rincorsa negli archivi, i musei, le testimonianze delle genti dei luoghi in cui ha vissuto. A Trieste era una ragazzina travestita da maschietto per fuggire ai progetti del padre di portarla via alla madre, un periodo vissuto con tanto dolore. L’arte è stata la sua strada nel mondo e dentro se stessa, mai allineata con le mode imposte dai contemporanei. Originale, fuori dal coro, figurativa in pieno periodo astratto. Neanche Parigi riesce ad inquadrarla, il rifiuto ad appartenere a qualsiasi categoria è netto. Soprattutto la Fini crea un mondo disegnato dall’inconscio femminile rifiutandosi di accettare quello imposto dall’uomo”.
Trieste come… New York
L’hai definito “capolavoro”, esce postumo con la tua rifinitura?
“Era praticamente pronto per essere pubblicato, io mi sono occupato solo di reperire il ricco apparato iconografico con ritratti fotografici della Fini a Trieste e immagini di opere rimaste in città. La pubblicazione è una coedizione di Comunicarte Edizioni e Trieste Contemporanea con i quali abbiamo lavorato intensamente per rendere il volume così come Corrado l’avrebbe immaginato e voluto, esaltando la triestinità della visione di Leonor Fini nelle testimonianze di chi la conobbe e ne scrisse: Guido Botteri, Giovanna Stuparich Criscione, Enrico Colombo Rosso, Carol Rama, Cristina Battocletti ed altri. L’ambiente locale e quello internazionale si intrecciano nell’omaggio a questa grande protagonista del Novecento. Pittrice ma anche amante del design – è sua la bottiglietta a forma di donna del profumo Schiapparelli – non porrà limiti al suo confronto con il presente. A Trieste la legava anche l’amicizia con Arturo Nathan, artista straordinario ucciso in un campo di sterminio durante la Seconda guerra mondiale che lei sentirà sempre accanto”.
Si narra che sia stata amica anche di Alida Valli…
“È vero, come Corrado ha avuto modo di documentare, fu proprio Leonor Fini a farle conoscere quello che diventerà suo marito, Oscar De Mejo che era cugino di Leonor e che la Valli conobbe durante le sue incursioni nello studio della Fini ‘affollato di gatti, di figure, di colori’. Certo, i gatti, che lei curava ed amava infinitamente, li proteggeva, li ritraeva. È un altro segno che la lega a Trieste. Se non fosse cresciuta in quella Trieste d’inizio Novecento che lei paragonava a New York – conclude Corrado nel libro – non sarebbe diventata Leonor Fini”.
La lingua dell’anima
E ora?
“Tanti progetti ma soprattutto la presentazione di questo libro”.
Perché è stimolante, affascinante, ci racconta. Che cos’è per te l’identità, l’appartenenza?
“Con mio nonno e lo zio Loris abbiamo sempre parlato in dialetto di grandi temi, per una questione di vicinanza perché la nostra cultura si nutre di questa koiné. Oggi lo faccio con l’amica Rosalba Molesi, figlia del grande critico, lo facevo con Gillo Dorfles e con Boris Pahor. È la lingua dell’anima, ci si capisce, è onomatopea che non lascia fraintendimenti”.
È uno dei motivi per cui ti senti a casa a Muggia?
“Certamente è istro-veneta, ha sempre guardato a Venezia piuttosto che a Trieste costruendo un proprio destino su un confine reale e immaginario secondo gli umori della storia. Da recuperare nelle sue vocazioni, così come per gli artisti che stiamo proponendo, attualizzandoli e restituendoli al futuro”.
Da Trieste in poi, si potrebbe concludere o iniziare. La morte per la Fini non esisteva.
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.






































