Ci pensavo da tanto tempo ne avevo ragionato con Bettiza…

Dario Fertilio, di famiglia dalmata dell’isola di Brazza, a Trieste per girare lo spot del prossimo libro Occhi mediterranei, parla di libri, teatro e riviste letterarie

Dario Fertilio, anche direttore del Dalmata, a Trieste per girare uno spot. Nella foto con l’operatore Edi Pinesich

Dario Fertilio a Trieste per girare alcuni spot di presentazione del libro Occhi mediterranei, realizzato con altri scrittori, tra cui Christophe Palomar, autore di Lasciare Trieste e Frieda-Un’educazione sentimentale del Novecento, (e al quale anch’io partecipo come terzo autore).
Un esperimento non consueto che forse appartiene più al cinema, dove diversi registi propongono degli episodi su un tema comune in piena libertà. In questo caso, per farne un libro che Fertilio – per quarant’anni giornalista del Corriere della Sera, saggista, scrittore, drammaturgo e così via, nonché direttore de Il Dalmata dell’Associazione dei Dalmati nel Mondo – definisce antologia, ma che è anche romanzo e raccolta.

Come consideri la tua esperienza?

“La realizzazione di un vecchio sogno, di un’intenzione, di cui probabilmente io stesso non ero del tutto conscio, quando nel lungo libro di conversazione con Enzo Bettiza, Arrembaggi e pensieri (Rizzoli, 2001), abbiamo toccato il tempo del Complesso di Diocleziano cioè della tendenza all’isolamento dei dalmati giunti a una certa età, quell’idea ha continuato a fermentare ed è maturata soltanto nel contesto di questo libro”.

Il titolo del tuo episodio/romanzo breve?

“S’intitola Troppo lontano dal mare e parla della necessità quasi fisica, per chi è figlio delle nostre terre, di ritornare all’elemento liquido che ha sempre continuato a vedere da lontano. Ma l’elemento marino e mediterraneo non può esistere da solo, deve avere un contraltare nella lontananza che nel corso della narrazione è rappresentato dalla Bielorussia, il Paese più lontano dal mare che si possa immaginare”.

Il libro uscirà a settembre, per l’editore Pendragon. Ma dall’ultima tua presenza in Istria e a Fiume con L’aria di Bog, altri tuoi titoli si sono succeduti nel mondo editoriale.

“Sì. Prima di tutto la versione in lingua croata dell’Aria di Bog di prossima uscita, per la traduzione di Dunja Milicic, che ho conosciuto al Consolato di Milano e che è stato realizzato per le edizioni Hefti. Lo presenteremo anche in Croazia non appena avrà visto la luce. E poi altri scritti ancora…”.

Ti sei sempre impegnato a scrivere lavorando per il Corriere della Sera per più di 40 anni, cosa è diventata la scrittura dopo?

“È diventata una costruzione sempre più complessa che prevede letterariamente un equilibro estremamente difficile. Tale che il cambiare una sola parola o una sola virgola può far crollare un intero brano”.

Quanta parte del giorno occupa ancora?

“Quando ci sono delle opere in corso, una o due contemporaneamente, richiede una presenza quotidiana di qualche ora altrimenti diventa difficile riprendere e evolvere il discorso… ma i sigari mi aiutano molto…”

Sempre a scherzare… ma quali sono i libri nei quali hai espresso anche il tuo lato oscuro?

“Direi proprio in questo racconto, Troppo lontano dal mare, che ha certamente una dimensione oscura e tutta da decifrare, ovvero il rapporto tra un uomo anziano e una ragazza molto giovane, in continuo pericolo di rottura e continuamente da decifrare. In realtà, in questo caso, il lato oscuro è di tutti e due i personaggi e di conseguenza collegato al mio stesso lato oscuro che li racconto e mi racconto”.

Emerge anche nelle opere teatrali?

“Direi che in quelle c’è una maggiore ricerca di luminosità, di consolazione perché deve lasciare nel pubblico, attraverso l’emozione, un senso di commozione e catarsi. Nel romanzo non è così necessario mentre nel teatro tutto deve spiegarsi, Cechov ripeteva che se in scena c’è un fucile prima o poi dovrà sparare”.

Quanti sono gli spettacoli che hai portato in scena?

“Si comincia con Concerto per carri armati, sull’invasione di Parga del 1968, dopo viene La peste a Budapest, la mia prima esperienza emotiva alla radio nel 1956, ero solo un ragazzo, ma mi lasciai assorbire dall’evento. Uomini e cyborg, invece, è ambientato nella guerra nel Dombas, tuttora in corso tra l’Ucraina e gli invasori russi: c’è un fortissimo parallelo tra ucraini e russi e croati e serbi, tanto per capire. Poi c’è l’Umana tragedia, adattamento contemporaneo del poema nazionale ungherese ottocentesco di Imre Madach. Due spettacoli successivi sono stati messi in scena ed interpretati da Isabel Russinova, attrice, regista e scrittrice triestina che vive a Roma: La bambina che amava Stalin, ispirato alla tragica morte per fame degli ucraini negli anni Trenta e Per difendere l’Imperatore, tratto dalla memoria di un mio zio soldato austroungarico sul fronte russo. E poi è andato in scena un breve libretto dal titolo Lezione di ballo, che esalta il potere magico della parola e del ballo nella guarigione di una ragazza spastica. In futuro l’operetta…”

Operetta?

“S’intitolata Web love ed è un omaggio al genere musicale da me prediletto – non appartengo forse anche all’area asburgica? – che deve rispecchiare in maniera critica il tempo in cui viene composto e nel nostro caso il tempo di Internet. Le musiche si stanno componendo sul libretto che ho preparato e che uscirà con gli altri testi teatrali nella collana della Curcio curata, anche questa, da Isabel Russinova”.

Perché il teatro?

“Purificazione, catarsi che deve dare al pubblico la possibilità di uscire sollevato e gratificato mentre la letteratura può conservare i suoi tratti più enigmatici”.

Ricordi spesso la tua amicizia con Bettiza…

“Lo considero il mio maestro di letteratura, di giornalismo e di politica e anche di dalmaticità, alla quale appartengo. L’idea di una Dalmazia plurale e non appiattita sul nazionalismo di qualunque parte esso sia”.

Che tipo di giornalista era?

“Sapeva applicare le forme letterarie e psicologiche più raffinate all’indagine giornalistica classica. Un modello a cui mi ispiro pur essendo inarrivabile. Il fatto che seguissi le sue orme mi è stato sottolineato dalla sua segretaria storica, Rosanna, che mi chiese di presentare un suo scritto e poi mi telefonò per dirmi che ciò che avevo scritto sembrava scritto da Bettiza”.

Che cosa hai pensato?

“Ne fui contento”.

Cosa avresti voluto fare in campo giornalistico?

“Mi sarebbe piaciuto dirigere – oggi dirigo il Dalmata – un organo d’informazione per sperimentare, farlo fuori dal coro, in ambito internazionale, ne avevamo ragionato con Bettiza, ma poi non ci siamo riusciti”.

Riviste letterarie?

“Come genere sono un po’ fuori dal tempo. Non esiste un mercato”.

Ma ne esiste la necessità?

“Certo, la necessità di un linguaggio che rappresenti il vero giornalismo culturale, questo servirebbe”.

Come la chiameresti?

“L’avrei chiamata Samizdat in onore della stampa clandestina antisovietica”.

Perché questo fascino per i Paesi dell’Est?

“Perché considero patria, in senso di appartenenza, il territorio che va da Trieste a Minsk, da Karkiv a Sarajevo dove non sono mai stato, ma mi piacerebbe”.

Che cosa ti affascina

“La contaminazione. Non la guerra che c’è stata, per niente, ma vedere insieme le quattro religioni, come ricorda Andrić nel
suo Ponte sulla Drina”.

E Mostar?

“È ancora più patria, perché lì vivevano due mie zie una delle quali era compagna di gioco di Predrag Matvejević”.

E il cerchio si chiude, si ritorna al Mediterraneo.

“L’isola di Brazza mi riporta a un altro legame eccellente: con Tommaseo e con le famiglie Nazor che, non sapevo, fossero imparentati”.

È questo il Mediterraneo?

“Certo, quello di Occhi mediterranei, perché il mio episodio si conclude al centro dell’isola di Brazza a Neresi-Nerežišća da dove ha origine la mia famiglia. Ma del libro, degli altri due testi, avremo modo di parlare quando, a settembre, sarà in libreria”.

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