Cara nonna… nel Giorno del ricordo

Chiara Bertoglio

Chiara Bertoglio, docente universitaria presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, nota pianista, musicologa e blogger, laureata tra l’altro in teologia sistematica presso l’Università di Nottingham in Inghilterra, figlia e nipote di esuli, ci ha gentilmente consesso di pubblicare questa sua commovente lettera a sua nonna, che rispecchia l’essenza dei periodi più tragici della storia delle nostre terre. Un messaggio sincero che può ulteriormente contribuire a ricucire e sanare le lacerazioni e le sofferenze delle nostre genti.

 

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Cara nonna Stefi,
innanzi tutto, scusami se ti scrivo in italiano. Tu mi parlavi sempre in dialetto istriano, ed è grazie a te ed al nonno Andrea che sento questa bella lingua istroveneta come la lingua dei miei affetti più cari.
È la mia seconda madrelingua – o dovrei dire “nonnolingua”? -, e ancora adesso, sovente, la utilizziamo in casa per intere chiacchierate, soprattutto quando ci vogliamo dire il bene e la tenerezza, oppure infarciamo di termini istriani il parlato italiano.

“Mamma, passami la strguljica”; “Non trovo la pignariza”; “Oggi sono un po’ sempia”. Già solo da questi pochi esempi, si vede come anche la tua lingua madre fosse una meravigliosa commistione di termini provenienti dalla laguna veneta e dalla tradizione slava. Nelle vene della nostra famiglia non si può separare il sangue italiano da quello slavo; veniamo da un incrocio di genti e di popoli, di civiltà e culture, in cui anche la cucina tradizionale riflette le diverse tradizioni.

È proprio così: noi abbiamo una chiarissima tradizione istriana, ma questa non è monolitica: la sua stessa identità viene dall’incontro di popoli ed etnie diverse. Abbiamo piatti simili a quelli veneti o friulani; altri di origine austro-ungarica, a riflettere la dominazione (ma anche la cultura) che ha abitato la tua e nostra terra per tanto tempo; e altri di chiara origine balcanica, con contaminazioni addirittura più lontane, che però fanno gioiosamente parte delle grandi tavolate imbandite all’istriana.

La gente istriana – e tu, nonna, con il tuo sposo Andrea me l’avete sempre insegnato – apre il cuore, la casa e soprattutto la dispensa per gli amici; e quella dispensa in cui trovano posto i buoni salumi di tipo friulano, i formaggi italiani, la cannella e la noce moscata che vengono da lontano, è una dispensa che non discrimina, così come non discriminano il sangue e la lingua. E questa è la nostra ricchezza: alla nostra tavola si poteva sedere chiunque, trovandovi qualche sapore e qualche piatto che lo faceva sentire a casa, da qualsiasi luogo venisse, e riconoscendo qualche parola di quelle che sua mamma gli diceva da piccolo, qualsiasi fosse la sua provenienza.

Tutto questo, un giorno, è finito. Solo ieri ho realizzato, cara nonna, che quando sei partita dall’Istria avevi l’età che ho io adesso. L’ho realizzato con un piccolo choc, a dire il vero, perché ti avevo sempre pensata “molto adulta” al momento della tua partenza, e in realtà, davvero, lo eri. Tu, cara nonna, avevi conosciuto presto il dolore e la sofferenza, il distacco dalla famiglia per motivi di salute e lo spettro della morte che aveva avvelenato la tua giovinezza. Avevi conosciuto l’amore appassionato, tenero e fedele del nonno Andrea; la nascita di mamma e zio, desiderati e amatissimi nonostante i tuoi problemi di salute. Avevi perduto un carissimo fratello in guerra e vissuto con angoscia la lontananza degli altri e del tuo stesso marito, durante quegli anni durissimi. I tuoi bambini crescevano bene, felici delle piccole cose e della vita rurale e cittadina della nostra bella Istria; mia mamma imparava voracemente e scolpiva nella sua memoria bambina riti, storie, vicende e tradizioni, che non avrebbe mai più dimenticato.
Arrivarono i comunisti; tu davi nell’occhio, cara nonna, con la tua devozione profonda e fede vera, schietta e intensa; con il tuo andare a messa ogni volta che potevi, tenendo in mano un bel messale dalle pagine dorate. Il nonno faceva invidia perché aveva una buona attività commerciale che gestiva con saggezza ma anche con tanta generosità verso i più poveri. Tu venisti presa, e i capelli del nonno divennero bianchi in una sola notte: di solito, la destinazione di quei camion notturni erano le foibe, voragini di paura, morte e dolore senza fine, senza memoria e senza onore. Nonostante la tua franchezza e il tuo coraggio quasi provocatori, ti rilasciarono: e tornasti a casa mentre i bambini spargevano petali di rose davanti al Santissimo nella processione del Corpus Domini. Anche il nonno ebbe la sua parte: lavori forzati, durissimi e disumani, in quanto “nemico del popolo”. Lui che del popolo faceva parte, che al “popolo” apriva sempre la sua casa e il suo cuore, che non negava mai un bel pezzo di carne alla vedova povera ed ai suoi bambini. Ma così era.

Partiste; tu, trentacinquenne come sono io adesso, ma con una vita tanto più difficile e ricca alle spalle. I tuoi bambini, di nove e sei anni; i tuoi genitori anziani e la suocera che non avrebbe voluto partire; le “polastre”, due belle galline arrosto che nonno aveva preparato per il viaggio e che dimenticò in stazione: conoscendolo, un lutto che si aggiunse al lutto della partenza.

Io che ora ho trentacinque anni ho voglia di radici, ho voglia di stabilità che mi permetta di gettare le mie radici e riconoscerle allo stesso tempo. Tu lasciavi “ogni cosa diletta più caramente”, ogni volto conosciuto, la fisionomia unica e inconfondibile della tua terra, i suoi profumi e il suo clima, la sua lingua e la sua gente. Ti attendevano lunghi anni di campi profughi, in mezzo a situazioni ai limiti del vivibile, senza alcun comfort o sicurezza, senza nemmeno la dignità dell’avere un piccolo luogo tutto vostro in cui la vita di famiglia potesse svolgersi nella sacralità del privato.

Ricostruiste, con immenso amore ed infiniti sacrifici, una nuova vita qui in Italia, dando ai vostri figli il pane, la fede, l’istruzione. Hai avuto tanto coraggio e tanta fede, cara nonna. Ora che, per un istante, la somiglianza di età fa sì che ti senta “sorella”, e non solo “nonna”, intuisco e comprendo qualcosa in più di quel che puoi aver provato e vissuto. E ti stimo ancora di più, ti ammiro e ti voglio bene.

Da lassù, cara nonna, sono certa che ora vedi la tua amata Istria e nel tuo cuore c’è solo perdono. Aiuta anche tutti noi a ricostruire la pace, una pace vera perché nata dalla verità, dalla riconciliazione e dal perdono. Solo così la vostra eredità più preziosa non andrà perduta e il vostro grande sacrificio non sarà stato vano.

Te voio ben!
Tua Chiara

Nonna Stefi con Chiara nel giorno della prima comunione

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