Storie che il tempo amplifica consegnandole a quel ricordo che le rende immortali. È l’incredibile vicenda di Bruno Bianchi che ci segue da qualche tempo, materializzandosi nei momenti più incredibili, inaspettati e carichi di emozione: ci sta facendo incontrare libri, gente, amici, conoscenti, parenti, un mondo intero che ancora piange il grande atleta, morto prematuramente sessant’anni fa in un incidente aereo, mentre stava raggiungendo Brema per una gara di nuoto con la sua squadra, con lui perirono Amedeo Chimisso, Sergio De Gregorio, Carmen Longo, Luciana Massenzi, Chiaffredo Rora, Daniela Samuele, l’allenatore Paolo Costoli e il giornalista Nico Sapio in viaggio con la Nazionale nuoto.
Ma andiamo per ordine, le emozioni rischiano di travolgerci per quanto abbiamo avuto modo di conoscere, sentire, esplorare in questi pochi giorni, illuminanti.
Una mattina, Isabella Polo, ci allunga un libro mentre beviamo il caffè al banco, alla triestina.
“Te lo manda mio padre, Gino Polo, magari decidi di scriverci qualcosa!”.
In copertina un volto di giovane, bellissimo, quasi di famiglia, la stessa forma del volto di altri rovignesi incrociati in varie occasioni, lo stesso volto di mio padre negli anni giovanili.
“Una faza, una raza” diceva il turco nel film Mediterraneo di Gabriele Salvatores.
E il mare c’entra, assolutamente, anche in questa storia. La leggiamo senza tralasciare nulla: nel libro di due giornalisti triestini, Matteo Contessa e Umberto Sarcinelli si rivela un racconto da 100 metri stile libero, va percorso nel minor tempo possibile, fino a restare senza fiato, per ricominciarlo e ragionare su ogni riga.
La sfida al padre
Ed ecco qui il giovane Bruno Bianchi, ragazzino a Rovigno che ingaggia la sua prima gara in mare col padre e vince sul percorso Squero-Isola di Santa Caterina, la prova di emancipazione che ogni giovane rovignese ha affrontato nei decenni, finché il traffico nel porto non è diventato realmente pericoloso, ma soprattutto intenso. E Bruno vince perché è un pesce, perché l’acqua lo accoglie e lo lascia scorrere con eleganza, velocità, stile, genetica.
Perché a Rovigno? È la località dov’era nata sua madre Eufemia Rocco detta Livia. Anche dopo che aveva raggiunto Trieste, mandava ogni tanto i due figli, Bruno e Leone, a trascorrere lunghi periodi in seno alla famiglia. Il tutto documentato da numerose foto.
La piscina demolita
Qualche decennio fa è stata demolita e spostata a un paio di centinaia di metri più in là, la piscina che a Trieste continua a portare il suo nome, Bruno Bianchi. All’interno della nuova struttura coloratissima, anche una mostra che ripercorre le tappe salienti del campione, con schede che riassumono tutti i risultati sportivi, con il numero di medaglie, coppe, riconoscimenti di tutti i tipi.
L’edificio raso al suolo era stato costruito nel 1954 dal Governo Militare Alleato, oggi al suo posto c’è un parcheggio, ma ogni volta che lo si attraversa, il fantasma della costruzione in cemento, aleggia nell’aria, evocata da tutti coloro che a quella struttura hanno legato fatti, aneddoti, a volte vere e proprie leggende. Ce ne parla, qualche giorno dopo aver letto il libro, Renzo Poli, per molto tempo allenatore della pallanuoto triestina, anche dirigente sportivo, custode di tantissimi aneddoti sul rapporto di Trieste con le piscine del territorio, non ultima quella di Fiume dove gli atleti erano di casa. Amicizie nate negli anni della guerra fredda che non riusciva a dividere gli animi degli atleti immersi nell’acqua fresca, il brivido teneva svegli.
“Ma chi, Renzo Poli? Lo conosco da una vita.” La voce arriva da dietro il tavolo di una delle sale laterali della Comunità degli Italiani di Fiume. La mattinata è dedicata allo sport fiumano e al centro del tavolo campeggia il volume dedicato a Bruno Bianchi nel sessantesimo dalla scomparsa che ricorre proprio quest’anno. Ma scomparsa di chi?, verrebbe da dire: tutti ne parlano come fosse ieri, oggi, forse anche domani, immortale il “nostro” Bruno che a Trieste s’era allenato con Carlo Carboni per poi migrare verso Torino per l’avventura nella squadra della FIAT, un successo dopo l’altro.
L’allenatore Usmiani
Ce ne parla Laura Sterni, presidente della ANAOAI sezione di Trieste, proprio durante la mattinata dedicata allo sport alla Comunità degli Italiani di Fiume, voluta dall’Associazione Fiumani italiani nel Mondo e dalla Comunità degli Italiani, condotta congiuntamente da Andor Brakus, Bruno Bontempo e Massimiliano Grohovaz.
Perché parlare di Bianchi a Fiume: la ragione è chiara, limpida. L’allenatore di Bianchi a Torino era Umberto Usmiani, grande nome dello sport, esule fiumano nella città piemontese. Il cerchio si chiude ma ci piace pensare che si apra.
“Sono stata io a commissionare il libro su Bianchi dopo infinite ricerche…”, racconta Laura. E ci accorgiamo di avere raggiunto “la fonte”. La lasciamo raccontare del campione Bianchi, nato nel 1943, diventato in breve tempo Capitano della nazionale di nuoto, morto a soli 22 anni. Con i fiumani giunti nella loro città per amore del Santo Patrono, San Vito, stiamo navigando la domenica di metà giugno, verso Cherso e poi Veglia, per mare, un mare come l’olio che placa l’anima. Elemento straordinario che ci riporta al ricordo di Bruno, all’anniversario e alla necessità di scriverne, confidiamo a Laura. Partono messaggi, telefonate, per avere ancora notizie “fresche” dopo sessant’anni, questo ragazzo è eterno, campione sportivo, di bontà, di gentilezza…dopo due giorni di continuo racconto, l’impressione è di conoscerlo da sempre, quasi si tratti di un compagno di giochi, magari è stato così e non l’abbiamo mai saputo.
Il legame con Rovigno
Ma a Rovigno chi sono i parenti?
Altra telefonata, dalla Comunità degli Italiani di Fiume a quella di Rovigno. “Matteo Tromba, Bianchi era tuo parente?”.
Il “sìììììììììì” è forte, come la sua voce di cantante straordinario e l’entusiasmo di chi ama la propria famiglia. “Sua madre Livia Rocco era cugina della nonna, ma si amavano come sorelle, Bruno e Leone venivano spesso da noi e si andava insieme per mare o in campagna. Servono foto?”.
E arrivano, belle, evocative, intense, la nonna di Matteo giovanissima insieme ai due cugini, due giovanotti bellissimi, atletici e dalla faccia pulita.
E poi c’è la Sabrina Benussi, anche lei di Rovigno, regista ispirata, che anni fa aveva intervistato Livia. A questa sua parente e naturalmente a Bruno Bianchi ha voluto dedicare nel sessantesimo della scomparsa uno splendido docufilm servendosi dei materiali storici forniti dalla famiglia e raccolti da Laura Sterni. Per Livia, ormai in là con gli anni ma piena di una strana speranza che emerge dal dialogo, i due figli ci sono sempre stati. Si chiama Bruno Bianchi, anche il figlio di Leone, fratello di Bruno, anche lui scomparso tragicamente e prematuramente.
Il destino fa ciò che vuole
“… Per tutta la vita – scrive nel libro dedicato a Bianchi, Franco Del Campo, consigliere nazionale ANAOAI, nonché presidente della società FIN Plus che gestisce l’impianto della piscina – mi sono portato dentro un vago senso di colpa per aver preso il posto di atleti che consideravo irraggiungibili. Ma la vita – come sempre – è andata avanti. Per me sono arrivati i titoli e i record italiani e le due finali alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968, ma ho sempre sentito quei ‘compagni di squadra’ come stimolo e modello. Un modello che il tempo non può cancellare dalla memoria…”.
I brividi sono d’obbligo, scontati, quasi stupidi… il destino fa ciò che vuole, si prende ciò che crede, non chiede permesso: noi miseri mortali di queste terre, da bravi austro-ungarici tutti d’un pezzo, solitamente rispondiamo come ci hanno insegnato: “Comandi!!!”.


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