Arsia esce dall’oblio della storia

Dal silenzio del dopoguerra al riconoscimento ufficiale dello Stato italiano: il percorso di memoria costruito dal Circolo Istria restituisce voce ai 185 minatori morti nel disastro del 1940 e rilancia il valore universale della sicurezza sul lavoro

0
Arsia esce dall’oblio della storia
La campana “Alma Mater Dolorosa”. Foto Tanja Škopac

C’è un libro del Circolo Istria, nero-grigio carbone, intitolato semplicemente “Arsia” che ricorda la tragedia della miniera e il percorso tracciato in lunghi anni di presenza sul territorio per evocare e mantenere in vita una memoria che si voleva cancellata.
Ci sono degli attori che si manifestano di rito quando si ragiona della tragedia mineraria di Arsia: Livio Dorigo, Tullio Vorano, Rinaldo Racovaz, Isabella Flego, Daniela Mohorović, Virgilio Giuricin. Sin dal 2007 il Circolo Istria, di cui Dorigo è stato presidente per ben 25 anni, un quarto di secolo, e ora presidente onorario, ha cercato di mantenere vivo il ricordo di ciò che accadde in quel 28 febbraio 1940 con convegni, conferenze, lettere ai Capi di Stato, suppliche, richieste.

E finalmente, dopo tanta attesa, è successo: l’Italia, con un decreto del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, oggi riconosce i fatti di quel terribile giorno e assegna una medaglia al Ricordo dei 185 deceduti.

«Una grande notizia»

Quasi non ci crede Livio Dorigo, ora che la storia sottaciuta entra nella storia nazionale, tutti vogliono esserci, come se i morti improvvisamente assumessero nuova identità, o dignità.

“È una grande notizia”, ripete Livio Dorigo dall’alto dei suoi anni, ben oltre i novanta. Il presidente della Regione FVG ha diramato un comunicato stampa in cui plaude all’impegno del Circolo Istria “che non ha mai ceduto”.

Il motivo è stato spiegato ripetutamente durante i convegni che si sono svolti ogni anno ad Albona, Arsia e Trieste. E quando il Covid aveva imposto la chiusura dei confini, la cerimonia a Trieste s’era tenuta ugualmente nel Piazzale Martiri del Lavoro con l’associazione omonima, i Sindacati della UIL, il Circolo Istria e poco pubblico, rigorosamente con le mascherine a sfidare il virus, il freddo e la Bora che spazzava tutto con la sua consueta forza bruta.

Livio Dorigo. Foto Rosanna Turcinovich Giuricin

Un mantra mai spento

“Parlarne oggi deve servire da monito, per una maggiore attenzione nei confronti della storia del confine orientale, ma anche uno sprone alla continua attenzione e all’evoluzione della sicurezza negli ambienti di lavoro, perché il lavoro aiuta a vivere, di lavoro non si dovrebbe morire”.

Nella tragedia del 28 febbraio 1940 perirono 185 minatori ai livelli 15, 16, 17 e 18. Lo scoppio alle 4.35, poi il caos. Gli intossicati furono 150, erano lavoratori italiani, croati e sloveni i cui nomi sono stati raccolti e pubblicati nel volume del Circolo Istria, coinvolti in uno dei più gravi disastri della storia mineraria mondiale e probabilmente il più grave infortunio collettivo della storia d’Italia, ignorato.

“Lo scoppio – ricorda Livio Dorigo in un mantra mai spento – venne percepito a chilometri di distanza, fino alla periferia di Pola, e i cittadini immaginarono subito che qualcosa di terribile fosse successo nelle miniere di Arsia in quel fine febbraio del 1940. Ero solo un ragazzino – racconta –, ma ricordo di aver percepito la concitazione del momento e le notizie che giunsero poi con i tanti feriti fecero il resto, la mia Pola era paralizzata dal dolore”.

Il viaggio della campana

I fatti di quei giorni, il conteggio dei morti, gli atti di eroismo come quello di Arrigo Grassi che tornò per sette volte nelle viscere della terra per salvare gli altri compagni perdendo la vita, le responsabilità di chi avrebbe dovuto sorvegliare e agire di conseguenza, tutto è raccontato nel volume Arsia 1940 uscito in due ristampe e di cui Dorigo firma la prefazione insieme a Tullio Vorano a conferma che si sono sempre mossi insieme coadiuvati anche dai Maestri del Lavoro ai quali ora si deve l’iniziativa di avere chiesto un riconoscimento allo Stato per tramite del Ministero.

La campana commemorativa “Alma Mater Dolorosa” in ricordo delle 185 vittime della tragedia mineraria dell’Arsia del 28 febbraio 1940, voluta da Michele Maddalena di Formia, fusa nella fonderia pontificia di Agnone e allora benedetta da Papa Francesco, dopo un pellegrinaggio in molte città italiane e una sosta forzata di oltre un anno a Trieste a causa della pandemia, aveva proseguito verso la sua meta finale, Arsia.

“Dobbiamo tutto all’iniziativa del Circolo Istria”, aveva asserito in quell’occasione il presidente della Giunta esecutiva della CI di Albona, Tullio Vorano.

In attesa di un’analisi

Il perché della tragedia attende ancora un’analisi approfondita, anche se le dinamiche sono state ben raccontate da studiosi e appassionati di questa vicenda come Rinaldo Racovaz, il cui nonno in quella circostanza perse l’uso di un occhio. Ma anche perché Arsia è legata alla storia d’Italia, delle miniere del territorio nazionale come quelle di Sulcis e a Trieste, da dove si mossero Guido Segre e Gustavo Pulitzer Finali per immaginare, progettare e costruire la città di Arsia. A qualcuno può sembrare cupa, “ma nasconde un esempio di moderna architettura – come spiega Racovaz –. Ogni famiglia, tantissimi comfort da scoprire nel Museo della cittadina nella piazza principale”. È anche un monito a non fermarsi al primo impatto, ma esplorare per conoscere.

“I nostri minatori avevano denunciato l’assenza di adeguate misure di sicurezza, e noi abbiamo voluto ricordare questa strage annunciata e rivolgere il nostro omaggio a tutti i caduti sul lavoro”, queste le parole del presidente onorario del Circolo Istria, Livio Dorigo.

«Ricordare è un impegno»

Appena possibile la campana è stata posta ad Arsia su un piedestallo, come monumento ai caduti sul lavoro. Si attende, però l’intitolazione di una strada a Trieste ad Arrigo Grassi, il giovane minatore e meccanico triestino, medaglia d’oro al valor civile, che perse la vita dopo aver salvato una decina di suoi compagni. La richiesta è stata inoltrata al Comune. Al momento a ricordarlo vi è solo una targa collocata all’IRCI.

Michele Maddalena di Formia ha promesso una nuova campana da installare nella via del capoluogo giuliano che diventerà “via Arrigo Grassi”, in collaborazione con il Consolato regionale dei Maestri del Lavoro.

“Oggi sappiamo – rileva Dorigo – che quel 1940, la guerra alle porte, avrebbe spazzato via l’Italia dalle terre dell’Adriatico orientale. Anche la tragedia dell’Arsia finì nel pesante oblio del dopoguerra e anni a venire. Ma ricordare per noi ha sempre significato impegno e consapevolezza. Solo oggi su una storia sottaciuta come quella del confine orientale si comincia a fare luce anche grazie all’istituzione del Giorno del Ricordo”.

Lotta e riscatto dei lavoratori

Perché venne considerato un disastro annunciato?

“C’era la guerra e il blocco dei rifornimenti di carbone all’Italia da parte degli Inglesi. L’autarchia portò a sfruttare al massimo le risorse interne, compreso quelle minerarie di Arsia, anche se il carbone prodotto non era della migliore qualità per la presenza massiccia di zolfo. Ma va detto soprattutto che la sicurezza del lavoro non era contemplata, non c’era tempo, le polveri di carbone avrebbero dovuto essere bagnate di continuo e invece bastò una scintilla a scatenare l’immaginabile”.

E ora?

“È fondamentale ribadire oggi – secondo il Circolo Istria – l’importanza di eleggere quel sacrificio a simbolo del comune impegno a livello europeo in difesa dei valori della sicurezza e della dignità del lavoro. L’obiettivo è che nel prossimo futuro la commemorazione dei minatori di Arsia diventi un’occasione per rimembrare i martiri europei del lavoro ai quali dedicare un monumento con la partecipazione delle più alte cariche degli Stati, dell’Unione europea e alla presenza di eredi della memoria della sciagura della miniera belga di Marcinelle”.

Aprire questa pagina all’interesse del pubblico e degli storici potrebbe essere l’inizio di un’analisi più approfondita della storia delle miniere istriane che nel 1921 dettero vita a un episodio di valore universale come la creazione della Repubblica di Albona, esempio di lotta e riscatto dei lavoratori dell’epoca.

Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.

L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.

No posts to display