Alla ricerca di noi stessi in una nuvola di pensieri

Convegno sulla Letteratura fiumana nell’ambito del prossimo incontro dei Fiumani nella loro città, che si svolgerà dal 30 ottobre al 3 novembre

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Alla ricerca di noi stessi in una nuvola di pensieri
La copertina del libro

Grande attesa per il prossimo incontro dei Fiumani nella loro città che si svolgerà dal 30 ottobre al 3 novembre con iniziative tradizionali che riguardano le ricorrenze di Ognissanti e i Morti, ma anche con alcune novità di rilievo.

A partire dal tradizionale convegno sulla letteratura fiumana di carattere internazionale per la partecipazione di studiosi da Croazia, Italia, Ungheria e Canada. Dopo Osvaldo Ramous nel 2024 (che a sua volta era stato preceduto da Enrico Morovich, Franco Vegliani, Paolo Santarcangeli) ancora una cometa si aggiunge all’universo della letteratura fiumana “in cofanetto”, autori fiumani italiani da riscoprire, tradotti anche in croato. L’impegno nella divulgazione della letteratura fiumana è a cura dell’Associazione Fiumani Italiani nel Mondo, della Comunità degli Italiani di Fiume e del Dipartimento di Italianistica della facoltà di Filosofia di Fiume. La loro collaborazione intensa e variegata sta creando una solida impalcatura di rapporti e interazioni a favore di esuli e residenti.

Il dialogo di due grandi

“La letteratura – afferma il presidente dell’AFIM, Franco Papetti – è un veicolo importante perché segna un eccezionale sviluppo proprio nel Novecento. La città dell’industria, delle innovazioni, della portualità veniva a scoprire la sua vocazione intellettuale. Le opere che da cinque anni stiamo proponendo al pubblico a Fiume e nel resto del mondo dove vive la nostra gente, testimoniano questa accelerazione e ci stimolano a ragionare su ciò che la città è stata, è e potrà diventare”.

Il quinto volume, intitolato “Fiume città nuvola, polvere dei nostri pensieri” verrà presentato a Fiume nel corso del prossimo convegno del 31 ottobre 2025 nell’aula consiliare della Città per continuare, nel pomeriggio, presso il Salone delle Feste di palazzo Modello, sede della Comunità degli Italiani.

Si tratta di un inedito: il carteggio tra Gino Brazzoduro e Paolo Santarcangeli dal 1981 al 1984. Un arco temporale che permette di conoscere il pensiero di questi due grandi scrittori che dialogano tra di loro coinvolgendo “amici” come Biagio Marin, Leo Valiani, Enrico Morovich, citando Claudio Magris, Fulvio Tomizza e tanti tanti altri.

Scaffali impolverati

“Tutto nasce un anno fa – racconta Papetti –, dalla ristrutturazione della sede dell’AFIM a Padova. Dagli scaffali impolverati fecero capolino libri e documenti, ritratti e materiale d’archivio di varia provenienza, tra questi alcuni fascicolatori lasciati in custodia da tempo”.
All’interno le lettere che Paolo Santarcangeli (Torino) e Gino Brazzoduro (Genova/Pisa) si scrissero in una fitta corrispondenza iniziata nel 1981 su suggerimento di padre Sergio Katunarich (Milano) che li conosceva entrambi e aveva intuito che tra i due potesse nascere un’empatia esclusiva e proficua. Così è stato, hanno continuato a corrispondere regolarmente ogni due settimane fino al 1989, anno della scomparsa di Gino Brazzoduro per malattia.

Il libro si ferma al 1984 per scelta del curatore (la traduzione in lingua croata è del docente Damir Grubiša, già ambasciatore di Croazia a Roma) evitando così di pubblicare un volume di mille pagine, rimane l’impegno a continuare nei prossimi anni per completare l’opera e il loro messaggio. Perché?

Una rivelazione che emoziona

“Il dibattito che cresce nelle lettere dei due autori riguarda l’identità, le radici, l’appartenenza espresse in prosa e poesia. Ad un certo punto Gino ha un’illuminazione, stringe un brandello di verità: Fiume ormai per noi – scrive – è una città nuvola, dove si posa la polvere dei nostri pensieri… È una rivelazione che emoziona e stordisce e che si declina in mille modi nelle sue poesie che fanno parte del libro stesso alla ricerca del chi siamo: “lo stesso esilio – scrive Gino – per chi parte e per chi resta”. Si restituisce dignità a un popolo che l’esilio ha costretto a costruirsi nuove identità dentro le nuvole, sopra la città “inesistente”, complici, spesso irritati dalle loro stesse scoperte, perché la chiarezza, la lucidità, la limpidezza possono fare male ma sono necessarie per superare la solitudine e sapere che nella parola ci si riconosce in tanti “veterani di fughe mancate” come in un verso di Ramous”.

Al convegno, dopo i saluti istituzionali di AFIM, CI e Dipartimento di Italianistica ne parleranno: il curatore e il traduttore, Turcinovich e Grubiša; Gianna Mazzieri-Sanković, Cristina Benussi, Elvio Guagnini, Francesco De Nicola, Pericle Camuffo, Johnny Bertolio, Corinna Gerbaz Giuliano e, da remoto Giovanni Stelli, Simona Nicolosi e Konrad Eisenbichler che chiuderanno nel pomeriggio il convegno. Moderatori Diego Zandel e Florinda Klevisser. La giornata di studio terminerà con la lettura delle poesie di Gino Brazzoduro ad opera dei ragazzi della Scuola Media Superiore Italiana di Fiume diretti da Rina Brumini.

Un’anticipazione…

Vogliamo qui offrire una gustosa anticipazione, alcuni passi del carteggio che ben delineano l’importanza dell’opera:
Genova, 1mo marzo 1981
Mio caro amico (la lettera è indirizzata a Osvaldo Ramous),
La ringrazio per la sua gentile del 16 febbraio. Intanto, prima di dimenticarmelo, Le trasmetto i saluti di Santarcangeli che ho visto oggi a casa mia dove si è fermato durante un suo viaggio da Torino a Roma. Io non lo avevo mai conosciuto, ed è stato il Katunarich a spingermi a mandargli una copia del mio libretto che lui ha apprezzato. Abbiamo parlato poco nelle poche ore che siamo stati insieme. Ha molta stima delle sue poesie.
Nella Sua lettera Lei tocca un tema arduo e, come si suol dire, ‘esistenziale’ circa la nostra strana cittadinanza e credo di saper comprendere il Suo stato d’animo. In fondo siamo, per così dire, cittadini di una città ‘inesistente’… Mi rendo perfettamente conto che qualsiasi scelta abbiamo fatto nel ‘45 era irrimediabilmente destinata a pesarci addosso: e non tanto allora, quanto più tardi nel tempo. Al di là di tutte le intenzioni e le motivazioni. Naturalmente ciascuno di noi sente questo destino in maniera diversa, ne porta il peso e la cicatrice per tutta la vita. È difficile parlarne anche perché si è sempre ad un passo dalla retorica dello “sradicamento” e da altri rischi di manipolazione esterna. Ma dentro di noi sappiamo cosa vuol dire. Come forse ebbi già a dirLe, ho la piena consapevolezza ‘storica’ dell’inevitabilità di questa nostra condizione, scritta in noi dal momento che siamo venuti al mondo in quella disgraziata città, così carica di colpe e così povera di uomini giusti. Nel ‘40 io avevo 15 anni e nel ‘45, dunque, 20. Non so se il mio sentimento sia quello di un rimpianto di un “paradiso terrestre perduto” come Lei scrive. Forse in parte sì, ma solo in
parte. Di quegli anni adolescenti ricordo vivo il senso di precarietà di tutto, l’attesa dell’inevitabile, quale conseguenza della pur desiderata sconfitta che si sapeva avrebbe significato quello che poi ha significato. Un tempo vissuto “a termine”, un tempo in un certo senso irreale, come “sospeso” nel vuoto: tutto ciò che si aveva (che si credeva di avere) si era coscienti sarebbe andato perduto, cancellato anzi, irrecuperabile per sempre. E l’adolescenza è l’età della ‘scoperta’ del mondo e della vita.
Come tirocinio di apprendimento, mica male, no? Ma in fondo è stata una prefigurazione di ciò che è l’essenza della vita, e quindi un utile insegnamento…
È stato un lungo assedio durato cinque anni. Le sembrerà forse strano che mi sia rimasta una profonda nostalgia del mondo slavo di cui pure quasi ignoro la lingua, ignoranza che sento come una privazione. Qualche volta mi capita di incrociare qualche stazione Jugoslava alla radio ascolta magari un notiziario – naturalmente senza capire niente – solo per ascoltare la lingua. O talvolta quando sono di passaggio a Trieste, magari seguo qualcuno per la strada ascoltando parlare, rubando quei suoni che a rigore non mi appartengono…

O magari mi ripeto qualcuna delle non più di 100 parole che conosco, qualche strofa di una canzone udita nell’infanzia. Segni astrusi di una identità, talismani o amuleti in fondo alle tasche… –. Dicevo di quel lungo “assedio” (negli ultimi tempi tutt’altro che metaforico del resto!), ma con questo di particolare, che uno era dalla parte degli assedianti; una discreta contraddizione. Nell’estate del ‘44 aveva anche collaborato nell’organizzazione clandestina di città, duramente smantellata dai tedeschi in autunno; mi andò bene.
Ma oggi sono cose lontane e rimane solo quel grumo duro di memoria in qualche parte del cielo, che non permette di “far quadrare” i conti (ammesso che questo sia mai possibile!). Rimane questa immagine di città “inesistente” alla quale uno in fondo non può non appartenere in qualche modo. Una città forse più nemica che amica, e pure… Appena avrò un po’ di tempo Le manderò alcune poesie scritte su queste riflessioni, devo solo riordinarle. Avevo pensato di offrire questa testimonianza “sperimentale” alla “Battana”, ma da quanto mi dice non credo sia il caso. Forse sono cose incomunicabili e poco comprensibili per gli “altri”, quelli che bene o male sanno di appartenere concretamente a un luogo che gli appartiene (non è naturalmente un gioco di parole). Ma sento che Lei è uno che può capire perché le sente queste cose, e le vive, in silenzio. È già tanto poterne parlare fra due!

Mi auguro che Lei e la Sua signora siate ristabiliti e che la primavera si sia annunciata con i nuovi colori che da sempre attendiamo spiando fra le nuvole le ultime macchie di neve. Intravedo le isole che chiudono il golfo che dominavo dalla mia finestra…
In attesa di leggerLa presto, La saluto con amicizia
Gino Brazzoduro

P.S.: avevo già imbustato la lettera, ma al momento di spedirla mi è venuta in mente un’altra osservazione. Cerchiamo un posto tranquillo – pressappoco Lei scrive – dove ammainare le vele. Già, un posto tranquillo… Ma esso non esiste, non può esistere per noi. Non affanniamoci a cercarlo. Uno vale l’altro, uno qualsiasi andrà bene perché in realtà quel “posto tranquillo” può esistere, sì, ma solo dentro di noi, costruito da noi stessi. E sarà il più sicuro, il meglio difeso. Non le pare? Non vedo proprio altra soluzione. Omnia mea mecum. Una bisaccia sulle spalle ed un bel paio di scarpe ai piedi… O anche a piedi nudi, cercando di camminare sull’erba per scansare i sassi parentesi (quando è possibile, il che non sempre succede…). E dietro a noi l’ombra di Euridice che ci segue come un alito impercettibile di vento (ma attenti a non voltarsi per non perderlo e stare senza anche quell’alito…). È una musica nell’anima. Ed è già tanto! Pellegrini, viandanti, “esuli” di una patria inesistente. Verso dove? In cerca di noi stessi forse…
Ciascuno con la sua provvista di “storia” nella bisaccia. E tutto il mondo la “patria”. E quel punto all’orizzonte più lontano, il “porto tranquillo” tranquillo invio un saluto prezzo duro.
Ancora un saluto!
Gino Brazzoduro

NB: Non ci sarà risposta (per la scomparsa di Ramous), questo libro è dedicato a tutti loro, all’amore per Fiume e al desiderio di definirne l’essenza. Brazzoduro non cesserà di parlare di Ramous, della poesia, dei legami, della nostalgia, con Paolo Santarcangeli in primis, senza mai pago di definizioni e nuove scoperte “interiori”.

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