50 anni dopo: da Gemona a New York, un’unica radice

Nella Grande Mela la commemorazione del terremoto del Friuli del 1976: gli emigranti friulani riaffermano un legame che il tempo e la distanza non hanno mai spezzato

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50 anni dopo: da Gemona  a New York, un’unica radice
Un momento della commemorazione a New York. Foto gentilmente concessa da Cesare Costantini

Ci sono ferite che il tempo non chiude, ma trasforma in radici. Cinquant’anni fa, la terra tremò e l’Orcolat provò a portarsi via il nostro mondo. Ma non aveva fatto i conti con la pietra del Carso e con la tempra di un popolo che, anche quando il destino lo ha spinto oltreoceano, ha continuato a respirare l’aria di casa tra i grattacieli di Manhattan o nelle pianure dell’Australia.
Nella “Grande Mela”, dove il rumore del traffico non dorme mai, un gruppo di friulani si è ritrovato per un momento di raccoglimento assoluto. Non erano solo emigranti, erano frammenti di quella terra che il destino ha portato lontano, ma che il dolore e l’orgoglio tengono uniti alle radici. La Santa Messa, celebrata con commozione da don Luigi Puntarulo, ha trasformato una chiesa della Little Italy in un angolo di casa con il focolare acceso.
L’iniziativa, fortemente voluta dall’Eraple (Ente Regionale per i Lavoratori Emigranti), ha dato voce a chi, pur vivendo oltreoceano, sente ancora sotto i piedi il brivido di quella notte. Erano presenti il direttore dell’ente, Cesare Costantini, la vice console Marta Mammana in rappresentanza del Consolato Generale d’Italia a New York, il colonnello Luca Vitali Vicario del rappresentante militare presso la Rappresentanza permanente all’ONU, Marco Midolo primo consigliere per l’ambasciatore italiano all’ONU, Robert Filippi presidente della Famee Furlane di New York, e alcuni emigranti friulani, una presenza che sottolinea come il dramma del ‘76 non sia stata solo una ferita locale, ma un evento che ha segnato la storia di una nazione intera.

Il momento più toccante
Il momento più toccante, quello che ha bagnato gli occhi di molti dei presenti, è arrivato alla fine della funzione. Davanti all’altare, sotto lo sguardo attento di chi ha visto il mondo cambiare, ma non ha mai dimenticato le proprie origini, è stata spiegata la bandiera del Friuli. Quell’aquila d’oro su campo azzurro sembrava volare sopra le macerie del passato e le distanze del presente. In quegli sguardi fieri, in quelle rughe che raccontano storie di partenze e rinascite, c’è la sintesi della nostra gente. Chi ama il Friuli ci mette la faccia, sempre. La mette chi è rimasto a sollevare le pietre del Duomo, e la mette chi, a migliaia di chilometri di distanza, non nasconde la commozione di fronte a un ricordo. Perché essere friulani non è un dato anagrafico, è un atto di coraggio quotidiano. Il motto che risuona tra i nostri emigranti è una promessa eterna: “Puoi portare il cuore di un friulano fuori dal Friuli… ma non potrai mai portare il Friuli fuori dal cuore di un friulano”.
A cinquant’anni dal terremoto, non celebriamo solo una ricostruzione di mattoni, ma la vittoria di un’appartenenza che sfida la fisica. Ovunque batta un cuore che si emoziona al suono di una campana di paese o al profumo del mosto, lì è il Friuli. E finché avremo la forza di mostrare il nostro volto con orgoglio davanti alla nostra bandiera, le nostre radici sapranno sempre dove venire a cercarci.

*giornalista freelance friulano

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