Vecchi fantasmi che ritornano

Due referendum, un comune denominatore. Il populismo. Era impossibile pensare che quel disagio profondo che sta scuotendo un po’ tutta l’Europa e che ha portato alla crescita di forze sovraniste, euroscettiche, in ultima analisi spesso populiste, potesse lasciare immune la Croazia. Così infatti non è stato. Le iniziative referendarie promosse da due correnti affini di destra sono la punta dell’iceberg, dalle nostre parti, di quel vento politico impetuoso che sta spazzando il Vecchio continente. Questo non significa affatto che tali correnti siano le uniche nel Paese a far leva sul populismo. C’è anche chi propone, quale panacea di tutti i mali, di uscire dall’Europa unita e dalla NATO e di stampare cartamoneta per accontentare un po’ tutto. Ma in realtà, a parte le ricette anticrisi a dir poco improbabili, sono proprio le due consultazioni, sulla Convenzione di Istanbul e sulla Legge elettorale quelle che preoccupano l’opinione pubblica democratica. Perché sono rivolte di fatto contro le categorie più vulnerabili della società, contro le minoranze in genere e contengono per giunta i germi dell’etnocentrismo. Un morbo di cui queste terre, con alle spalle una storia martoriata, non hanno di certo più bisogno.
Ovviamente in tutta Europa ad alimentare il vento del populismo sono i disagi sociali, la difficoltà a fare i conti con i problemi che la globalizzazione ha pure provocato. Non va sottovalutato neppure il nodo dei flussi migratori, con la non sempre facile integrazione dei nuovi venuti, visti a volte come una pericolosa concorrenza sul mercato del lavoro. Tutti questi problemi si estrinsecano sulla scena politica europea con la comparsa di forze alternative a quelle tradizionali. In Croazia però questi scenari sono presenti soltanto in parte. L’immigrazione procede con il contagocce: la frenano sia la destra che la sinistra. Tanto più che per lungo tempo si è potuto attingere al serbatoio demografico croato-bosniaco, che però non è più in grado di colmare i vuoti in Croazia. Qui non ci sono, pertanto, ancora quei disagi culturali che altrove sono il prodotto d’incontri tra mondi diversi. No, c’è l’insofferenza, l’intolleranza solita, quella atavica potremmo dire, frutto di situazioni tutte auoctone, in cui il diverso è di casa qui da sempre. Per tale motivo il populismo nostrano è più pernicioso.
Sarebbe comunque esagerato pensare che tutti coloro – e non sembrano tanto pochi – che affollano i banchetti per la raccolta di firme spesso vicino alle chiese, siano degli intolleranti. Anzi, forse nemmeno conoscono sempre i dettagli dei referendum che vanno a sostenere. Vogliono semplicemente estrinsecare con la loro firma una voglia di cambiamento, far emergere il loro disagio sociale. La vera sfida della politica dovrebbe essere quella di indirizzare in modo costruttivo questa spinta, chiamiamola populista, senza agitare vecchi fantasmi etnici, che una volta usciti dalla bottiglia si fa fatica a farli rientrare.

Facebook Commenti