Un’Europa che attrae comunque

Foto: Vjeran Zganec-Rogulja/PIXSELL

L’Europa è stata data forse troppo presto per spacciata. L’aumento dell’affluenza alle urne praticamente dappertutto alle Europee, il successo globalmente non troppo vistoso dei sovranisti e in particolare degli euroscettici, ha dimostrato che l’idea europea è più viva che mai e che, seppure a fatica, la consapevolezza dell’esistenza di una comune identità continentale, sotto il profilo dei valori e delle antiche tradizioni, degli intrecci storici al di là delle divisioni nazionali, si sta facendo comunque strada.
Le sfide comunque rimangono: il giocattolo nell’insieme è ancora troppo fragile e troppo complesso per gridare allo scampato pericolo. Ma per il momento si può guardare al futuro con un pizzico d’ottimismo. Archiviate le elezioni, a livello delle varie nazioni gli analisti ovviamente s’interrogano sulle indicazioni di fondo degli elettori, in vista di altri appuntamenti elettorali, perché finché c’è democrazia quella delle consultazioni popolari è chiaramente una storia infinita. A livello europeo, invece, ci s’interroga già su quali saranno i nuovi equilibri nell’Assemblea di Strasburgo, su chi saranno i leader della Commissione europea e delle altre istituzioni comunitarie. Il voto degli elettori non ha fornito un’indicazione chiara. La maggioranza uscente formata da Popolari e Socialisti aveva un candidato di spicco abbastanza chiaro, il moderato bavarese Manfred Weber. Ma la sua stella potrebbe impallidire visto il responso delle urne. Per formare una nuova maggioranza è necessario allargare il quadro delle alleanze. A prima vista tutto appare scontato: si potrebbero “imbarcare” i Liberali tra i quali spicca la figura di Emmanuel Macron, oppure i Verdi che sulla scia dell’emergenza climatica sono stati l’autentica rilevazione di queste elezioni, almeno in determinati Paesi occidentali. Però c’è da chiedersi quanto una simile maggioranza moderata allargata possa reggere all’urto dei populismi vari, che cercheranno di lavorarla ai fianchi, continuando ad additare Bruxelles come la causa di tutti i mali. Appare difficile ritenere che i sovranisti e populisti vari, troppo diversi tra loro, troppo frammentati, possano trovare un minimo comune denominatore, a parte prendersela con la burocrazia comunitaria troppo invasiva, che ormai rappresenta una sorta di comodo capro espiatorio. Non tutti i sovranisti sono euroscettici, alcuni sono di fatto eurorealisti o comunque espressione di certi timori diffusi: che piaccia o no tra l’elettorato esistono. Certo i politici cavalcano questi timori, però di certo non troverebbero terreno così fertile se non ci fosse del malumore tra la base. L’emergenza immigrazione ha giocato sicuramente un ruolo chiave nell’ascesa dei sovranisti, ma ad alimentare il populismo c’è anche una crisi di fondo della democrazia liberale favorita dalla percezione, giusta o sbagliata che sia, che le attuali generazioni e quelle future siano destinate a vivere peggio dei propri padri (e nonni).
Pertanto è probabile che i nuovi equilibri parlamentari e la nuova maggioranza possano essere frutto di un incontro, di un dialogo tra Popolari e Socialisti da un lato e le forze emergenti dall’altro, almeno di quelle realistiche, propense ad accettare la mano tesa. In ogni caso il Parlamento europeo è solamente uno dei pilastri del potere continentale, non sicuramente quello portante. Come sempre l’ultima parola spetta agli Stati-nazione: sono essi che alla fin fine indicheranno i nomi di vertice. Se c’è una richiesta che giunge dalla base, che può essere in qualche modo percepita, è che questi siano nomi di peso, carismatici, in cui l’opinione pubblica europea possa identificarsi, riconoscersi. La nazionalità in questi casi può contare, ma fino a un certo punto. Quanto siano importanti personalità di spicco, capaci d’imporsi, percepite come capaci e affidabili, lo dimostra il caso del governatore uscente della Banca centrale europea, Mario Draghi.
L’Europa certo necessita di riforme. Che però la rafforzino e non l’annacquino. Ma che vadano anche nella direzione della solidarietà con quei Paesi che soffrono di più a reggere il passo, che si trovano in prima linea ad affrontare le emergenze maggiori e scoprono di essere lasciati soli. Certi trattati del passato, come quello di Dublino sulle migrazioni, non erano pensati per sfide come quelle che l’Europa ha vissuto negli ultimi anni. E anche l’idea di punire finanziariamente i Paesi non in riga con il deficit lascia perplessi molto analisti: non è bacchettando chi è già in difficoltà che l’UE si rafforza; magari sarebbe il caso di premiare chi si dà da fare per tenere i conti in ordine. Perché tanto a punirlo ci pensano già i mercati. E questo basta e avanza.

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