ROBE DE MATTEONI Si può perdere, ma non così

0
ROBE DE MATTEONI Si può perdere, ma non così
Foto: Matija Habljak/PIXSELL

Già da adolescente ho capito subito come funzionano le cose nel calcio. Giocavo nelle giovanili dell’Istra, sotto la guida del maestro, non solo di calcio, ma anche di vita, Ivan Bezjak. Erano gli anni Settanta. A quei tempi era normale avere un allenatore sia per i pionieri sia per gli juniores. Era normale allenarsi dietro le porte del Comunale, sulla mezzaluna di terra battuta, con palloni che sembravano pesi da palestra. Era normale anche che noi dell’Istra giocassimo contro squadre istriane più grandi: pionieri contro juniores, juniores contro seniores. Bezjak diceva sempre: «Che senso ha giocare con coetanei e vincere 10-15 a zero? Bisogna farsi le ossa con i più forti, anche fisicamente, perché così si impara a imporsi sul campo». Dopo le prime sconfitte contro i più grandi arrivavano regolarmente le vittorie.
Poi, negli anni da juniores, quando pensi che il mondo sia tuo, arrivano anche le “baldorie”. Ricordo una partita di Coppa d’Istria contro una squadra di un paese del centro della penisola. Non importa il nome, ma lo spirito con cui ci presentammo: arroganti, con lo sguardo dall’alto e quell’atteggiamento da “noi siamo troppo forti per stare qui”. Dopo il primo tempo eravamo sullo 0-0, anche se sul piano tecnico avremmo meritato di vincere di 10-15 gol. Ma loro giocavano e noi guardavamo.
Per la prima volta vidi Bezjak così arrabbiato che nemmeno ci parlò all’intervallo. Tornati in campo, dopo quindici minuti, subimmo un gol su punizione da quasi 30 metri: un po’ di vento, un errore del portiere e la frittata era fatta. Tra di noi decidemmo, come se fossimo degli scienziati sicuri di ciò che diciamo: “Facciamo tre gol e poi torniamo a casa“. Ma il vento cresceva, il campo era duro e pieno di buche, l’avversario si dava da fare e noi, piano piano, entravamo nel panico. Il tutto mentre, come sempre in Coppa, il Rijeka ci stava aspettando…
Dieci minuti dalla fine, vedo Bezjak richiamare in panchina le riserve dal riscaldamento. Ero sicuro che avrebbe sostituito tre giocatori. Uno dei nostri migliori attaccanti si fa male e deve uscire. E invece… Bezjak dice all’arbitro: “Tutto a posto, vada avanti”. Nessuno entra, rimaniamo in dieci… anzi, in nove, perché un nostro giocatore viene espulso per protesta. Nell’ultimo minuto, in preda al panico, chiedo a Bezjak: “Mister, ma perché…”. Non mi degnò nemmeno di uno sguardo. L’arbitro fischia la fine, gli avversari sono felicissimi e noi siamo smarriti. Bezjak, invece, fa i complimenti all’allenatore locale e perfino all’arbitro, nonostante la pessima direzione.
Nel silenzio del furgoncino che ci riportava a Pola, l’atmosfera era insopportabile. Arrivati al Comunale, Bezjak ci ordinò di andare nello spogliatoio e prepararci per l’allenamento. Era quasi buio, ma ci portò nel boschetto sopra lo stadio e lì ci fece correre e fare esercizi con le pietre per quasi due ore. Alla fine ci disse: “Ora che avete finalmente fatto un allenamento, potete andare a casa. Ci vediamo domenica prima della partita”. Tre giorni liberi? Nel bel mezzo del campionato?
Domenica, contro il Rudar, uno dei più forti avversari, giocammo come pazzi: corsa, sprint, gol, azioni di prim’ordine. Dopo la partita vado da Bezjak e gli chiedo di nuovo: “Mister, mercoledì, perché…”. Lui risponde secco: “Perché dovete imparare a rispettare il calcio, l’avversario, la maglia e soprattutto voi stessi. Nessuna riserva meritava di entrare e vivere la vergogna che tu e altri, dandovi arie di grandezza, avevate architettato. Se quel giorno non l’avete capito, non lo capirete probabilmente mai più”.
Mai più giocammo una partita senza dare il massimo. La generazione era davvero forte: battemmo anche il fortissimo Rijeka, al Riviera del Quarnero vincemmo contro la selezione dell’Iraq, che si preparava per il Mondiale in Spagna due anni dopo.
Eravamo all’altezza di una Crvena zvezda con Stojanović, i fratelli Đurovski, Krkić, Komadina… Perdemmo 4-2, ma uscimmo dal campo a testa alta; Bezjak era fierissimo quando gli allenatori di Irak e Zvezda lodavano il nostro gioco. Ci disse: «È una sconfitta dal sapore di vittoria. Bravi!».
Mercoledì contro il Kurilovec l’Istra 1961 ha perso in Coppa con una squadra di quarta categoria. Una sconfitta ci può sempre stare, con qualsiasi avversario, ma perdere in quel modo è vergognoso. Una squadra professionistica, al di là del fatto che nell’undici c’erano otto riserve, maltratta in tutti i sensi da un avversario che nemmeno era al completo, perché vari giocatori erano ancora al lavoro e altri infortunati. Non si può perdere così, pensando che basti presentarsi in campo per vincere. Una sconfitta che farà storia, diventando l’eufemismo per le bruttissime partite perse e le debacle…
Domenica al Drosina arriva la Dinamo Zagabria, anch’essa in crisi per risultati negativi e sotto pressione mediatica per la disfatta del nuovo corso, euforicamente osannato appena qualche settimana fa. L’Istra 1961 ha obiettivamente poche possibilità di fare punti. Può soltanto imparare la lezione Kurilovec: se non dai il 100 per cento, non vai da nessuna parte. Ma se dai il massimo, tutto nel calcio diventa possibile, persino vedere i tifosi applaudire la propria squadra dopo una sconfitta…

Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.

L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.

No posts to display