ROBE DE MATTEONI Per crescere bisogna giocare a… calcio

Hassane Bandé e Antonio Perera

Nel giorno in cui il Real Madrid di Carlo Ancelotti giocava la partita di Champions a Kiev contro lo Shakhtar di De Zerbi, i media spagnoli erano pronti al dramma. Viviamo in un’epoca in cui la negatività vende nettamente di più che non la positività. In un club come il Real ogni giorno è un’occasione per i media madrileni di battere il sentiero dell’euforia, o quello della depressione. Prima di Kiev i cronisti avevano puntato l’indice contro il centrocampo dei blancos: Modrić-Casemiro-Kroos. Il trio delle tre Champions di fila, nonché delle quattro in cinque anni. Dopo qualche sconfitta inattesa, come ad esempio quella contro lo Sheriff, i giornalisti si chiedevano: ma Modrić può giocare in prima squadra a 36 anni? Ma Kroos, che è un diesel, può giocare agli stessi ritmi della nuova generazione “elettrica” dei vari Camavinga, Valverde, Vinicius, Rodrygo…?
Chi si è gustato la partita ha visto che la squadra ucraina, imbottita di brasiliani veloci, “elettrici” e giovani, se l’è passata piuttosto male. Perdere 5-0 in casa, anche se col Real, è sempre una debacle. I migliori tra gli ospiti? Gli stessi media della capitale hanno citato Modrić, Benzema e Kroos, rispettivamente 36, 34 (tra due mesi) e 32 (tra tre mesi) anni. Quello che ha vinto, per come la vedo io, è stato il gioco perché nel calcio parliamo sempre del gioco. Che muove la passione, produce spettacolo, fa grandi giocatori e allenatori. E porta alle vittorie. Quando c’è di mezzo la parte tecnica, gente come Modrić e Kroos conquista puntualmente i ruoli di attori principali ed ecco che la questione anagrafica (Modrić) o della scarsa velocità (Kroos) diventa marginale. Il tedesco, che veloce e aggressivo non lo è stato neanche da giovane, è un orologio svizzero. È preciso e non sbaglia mai la giocata.
Proprio la scorsa settimana, prima della partita dell’Istra 1961 a Velika Gorica, tornavo su questo tema, dopo anni – o per meglio dire decenni – che si diceva come i polesi perdessero le partite non appena superato il tunnel del Monte Maggiore. Il problema principale della squadra, come sostenevano cronisti, tifosi e allenatori, era la mancanza di carattere. In altre parole, la paura di giocarsela e dunque chiudersi in difesa affidandosi al catenaccio. Già quando a Pola lavorava Ivan Prelec, tecnico giovane e preparato, sentivo dire che quel calcio fatto di tecnica e votato all’attacco, non faccesse per l’Istra. La cosa si ripete ora anche con Gonzalo Garcia, uruguaiano di origini spagnole. La sua idea di calcio è giocare, fare tanto possesso, attaccare e cercare di fare gol. Fin dal suo arrivo iniziavano a sentirsi le stesse lamentele attorno al Drosina, ovvero che così si perdono le partite e che i gialloverdi non sono una squadra costruita per giocare con la palla….
Nella partita contro il Gorica si è notata quella che è la “legge” di Garcia. L’Istra se la gioca con tutte, dal Dragovoljac alla Dinamo. Poi è chiaro che alla fine è il risultato quello che conta. Più facile imporsi contro Dragovoljac o Slaven Belupo che non contro Rijeka, Dinamo o Hajduk. Ma poi c’è l’eccezione che conferma la regola, e che in questo caso aveva visto l’Istra dominare e battere l’Osijek.
La verità è che se si vuole crescere nel gioco del calcio, allora bisogna giocare a… calcio. E non “lavorarlo” come dicono quelli che lo percepiscono soltanto nell’ottica del risultato. L’Istra di Garcia vuole giocare al calcio. A Velika Gorica lo ha fatto benissimo portando a casa un prezioso pareggio, con però la sensazione di aver perso due punti. Proprio il fatto che i polesi adesso se la giochino spiega quello che ho auspicato prima dell’esordio stagionale, ovvero che contro gli avversari del loro livello la squadra dominerà e farà più punti rispetto agli anni scorsi. E lo testimonia anche la classifica attuale.
Per un ulteriore passo avanti ci vuole tuttavia qualche rinforzo dal mercato di gennaio e se la dirigenza di Vitoria asseconderà i desideri di Garcia, potrebbero arrivare finalmente dei giorni un po’ più divertenti al Drosina.
Domenica al Maksimir? La tradizione parla chiaro: nelle 24 partite giocate nella capitale l’Istra ha racimolato la miseria di due punti. Mai vinto, come a Fiume, spesso perdendo con passivi pesanti – 7-1, 6-0, 5-0. Quasi sempre con un catenaccio che non regge, ma che rivela la filosofia degli allenatori che avevano paura di giocare. Perdere ci sta, per carità. La Dinamo è oggettivamente di un altro pianeta, ma rifiutarsi di giocare è veramente triste. Meglio perdere con 4-5 gol di scarto, ma crescere sotto il profilo del gioco piuttosto che perdere 1-0 ma senza tirare in porta. Ecco perché sostengo quegli allenatori che hanno una prospettiva più ampia e che vogliono vedere la propria squadra giocarsela. Con tutti…

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