RIFLESSIONI Pola, un photoshop per la Giornata della liberazione

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RIFLESSIONI Pola, un photoshop per la Giornata della liberazione
Foto: Srecko Niketic/PIXSELL

Dalle fagiolate del 1mo maggio alla celebrazione della Città di Pola del 5 maggio, la festa è finita. Basta digerirla. Bellissima festa. Invero meritata. Applausi e bravi tutti. Discorsi impeccabili, corone di fiori che profumano ancora. E sul podio l’eco della vittoria dei giusti, l’abbattimento dei regimi nazifascisti, delle brutture, dell’odio, delle infamie e dell’intolleranza fattesi breccia in ogni angolo del tessuto urbano. Se l’Italia tutta finì in ostaggio del becero totalitarismo, Pola lo è stata ancora di più. Viva, dunque, la liberazione. Non fosse arrivata con in valigia biechi accessori, perfide conseguenze e la malvagità che si espanse per le vie e per le piazze dal quel giorno in poi, non sarebbe rimasto segno di macchia e inestetismi. Il 5 maggio, oggi, non avrebbe ombra alcuna.

In mancanza di solventi per rimuovere lo sporco difficile, resistente anche dopo 81 anni, ecco in cartellone esclusivamente le scene vincenti, mentre l’opzione migliore è glissare sul “particolare” tragico della faccenda, evitare la complessità allegata all’aspetto storico imbarazzante, gli annessi e connessi al glorioso atto della liberazione con nei.

Pur sottolineando l’aspetto nobile della festa della Città di Pola, in quanto vittoriosa sugli invasori (nazisti allora di stanza), quel che regolarmente manca è il coraggio di completare la visione d’insieme, di specificare la parte cupa del momento storico, giacché l’aver scelto la data del 5 maggio, in ricordo del 1945, rappresenta un’inscindibile e diretta connessione con lo tsunami postbellico capitato a Pola, dopo quella marcia trionfale davanti all’Arena.

Quella che decretò l’ingresso della conquista antifascista in corteo e simbiosi con l’altrettanto indivisibile ideologia comunista, con il piano di assoggettamento dei non benpensanti, o sospetti tali, che fece tremare di paura tutta la città, rei e innocenti.

Discorsi soft e all’acqua di rose continuano trionfare a ogni 5 maggio, lasciando perennemente chiusa un’incisiva e brutta pagina di storia, eventualmente sfogliandola en passant, quanto basta per non attirare l’attenzione delle generazioni lasciate a trastullarsi da caroselli e… fagioli. Panem et circenses resterà in eterno amen, se almeno qualche proposizione da soggetto e predicato meglio estesi non verrà spesa per ricordare quanto omesso dalla nostra memoria selettiva.

Abbiamo creato una versione della storia cittadina a prova di spoiler: nessun dramma, solo lieto fine. Gli alti e bassi menzionati non specificano alcunché, mentre l’elemento generico e sommario innestato nel discorso esclusivamente celebrativo, osanna le vittorie della storia, togliendo la storia dalla storia, fino a mantenere visibile un parziale restauro conservativo della realtà passata.

Tantissimi gli accenni al presente, ancora di più le solari prospettive future e zero riferimenti alla data della storica liberazione. L’ignoranza è beata, quando la verità in forma “integrale” su Pola è complicata e scomoda.

Acqua passata. E quella che ancora oggi scorre dal rubinetto continua eccome a lavare certa vecchia cronaca cittadina, mentre le incrostazioni restano. La narrazione favolistica dovrebbe liberare dal male come l’antifascismo dal fascismo, e potrebbe ridurre gli odierni cittadini di Pola a sempliciotti, manichei tranquilli, convinti del taglio netto tra bianco e nero, o nel caso istriano, nero e rosso, demoni e angeli, cattivi e bravi.

Il problema è la tendenza al dominante, all’esagerato mainstream, al convenzionale, al popolare e di massa. C’è da dire grazie per i bei momenti che (non) abbiamo avuto. Grazie perché da quel 5 maggio 1945 in poi Pola “non” ha vissuto gli anni della grande paura. I peggiori momenti – dopo i bombardamenti alleati e prima di Vergarolla – l’ecatombe urbana, le proibizioni, gli interrogatori, gli arresti, le deportazioni, gli assassini, le foibe e le vendette di ogni genere non sono successe. Crimini dopo altri crimini, pre e post bellici.

E mentre la Francia non ha problemi con la faccenda del terrore giacobino inserita nei manuali di storia, da noi il frangente del “régime de la terreur” non c’è mai stato, come nemmeno l’ouverture al grande esodo, non solo italiano, che ridusse Pola a città fantasma, vuota della sua anima operaia, borghese e signorile, finita succube dei parvenu di un lontano entroterra rurale.

La celebrazione del 5 maggio evita l’accenno all’intermezzo inquietante, innestatosi in loco sotto il vessillo della liberazione popolare, tra storia bellica e amministrazione angloamericana. Evita di toccare il tramonto della civiltà urbana italiana, la liberazione “dagli italiani”.

Diciamola fino in fondo. Perché allora Pola diventò Pula (mai prima di allora in tremila anni di storia), e oggi è Pula-Pola, come grande (ri)conquista che più non necessiterebbe di bruciare certi panni sporchi, di mostrare il passato in bassa risoluzione e di usare il filtro dell’“estetica”. Altrimenti, la libertà raggiunta resta foriera di timori insensati e valori con difetto.

Diciamola fino in fondo. Non fermiamoci soltanto alle sagre e alle fiabe di popolo con… fagioli. Ormai, non costa più nulla. O è tutto photoshop.

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