Quello che i fascisti dicevano degli ustascia

Un adesivo con il saluto ustascia Za Dom Spremni (Pronti per la Patria). Foto Dusko Marusic /PIXSELL

La recente polemica scaturita dopo le ferme prese di posizione del Presidente croato Zoran Milanović riguardo al saluto ustascia “Za dom spremni” nata a seguito delle dichiarazioni fatte in occasione della commemorazione nel campo di Jasenovac si è acuita dopo l’abbandono del Capo dello Stato della cerimonia a Okučani. È questa una buona occasione per ricordare un interessante libro di M. Shelah “Un debito di gratitudine”, pubblicato dallo Stato Maggiore dell’Esercito italiano – Ufficio Storico (Roma, 1991), che fa riferimento al periodo 1941-1943 sul territorio dello c.d. Stato Indipendente di Croazia (NDH). Particolarmente interessanti sono le parti del libro che raccontano che cosa le autorità fasciste italiane pensassero dei loro amici e alleati – gli ustascia. Ciò che gli antifascisti pensano degli ustascia è noto da tempo; forse può essere interessante sapere anche quello che pensavano di loro i loro alleati/amici, in questo caso i fascisti italiani. “Secondo i parametri oggi generalmente accettati – si legge nel libro – quello (NDH) non era un vero e proprio Stato e certo non era indipendente. I pochi aderenti al movimento ustascia vivevano in esilio, soprattutto in Italia, dove godevano di aiuto finanziario e a volte anche militare”. Nel libro si possono trovare anche valutazioni più concrete: “I fanatici ustascia si distinguevano per la loro ignoranza, la loro ferocia e il loro estremo e sfrenato nazionalismo alimentato da un cieco odio per i serbi, in cui vedevano dei dominatori stranieri oppressori. E, ironia della sorte, gli ustascia erano stati, fino al momento in cui avevano assunto il potere in Croazia, sotto la protezione degli italiani”. Nel libro troviamo una frase molto interessante che arriva dal vertice: “Il ministro degli Esteri italiano, il conte Galeazzo Ciano, nel suo diario scrisse: ‘Pavelić e la sua banda di briganti…’”. Seguono altre valutazioni: “Gli italiani conobbero ironicamente la vera faccia degli ustascia e si accorsero di avere a che fare, spesso, con elementi criminali, ignoranti, interessati soltanto a fare denaro e assetati di sangue. Godevano nel colpire le proprie vittime con ogni tipo di arma bianca: coltelli, accette, bastoni. I tedeschi che incoraggiavano la strage e fungevano da ‘consiglieri’, erano molto soddisfatti”. Segue un’altra osservazione: “Gli ustascia adottarono l’ideologia antisemita soltanto verso la fine degli anni 30, quando vollero attirarsi la simpatia del regime nazista. Avendo visto, nei loro incontri con gli esponenti tedeschi, quanta importanza questi dessero alla questione ebraica, gli ustascia si affrettarono, appena presero il potere, a promulgare leggi antisemite, in pratica una copia delle famigerate Leggi di Norimberga promulgate il 15 settembre 1935 dal Partito Nazionalsocialista”. Nel libro c’è anche una valutazione espressa dal duca di Spoleto. Nel 1941 fu designato re di Croazia con il nome di Tomislav, ma non salì mai sul trono. Nel suo diario scrisse: “Verso la fine dell’ottobre 1941, dopo aver attentamente esaminato le testimonianze dei crimini che gli ustascia hanno commesso in danno di vecchi, donne e bambini serbi ed ebrei, sono convinto che dovranno passare lunghi anni prima che si plachi l’odio che certo s’annida nell’animo dei superstiti”. Alla luce delle grandi simpatie espresse dal regime ustascia verso il nazismo, possiamo tranquillamente affermare che gli ustascia odiavano tutto quello che era “profondamente umano”. Vale la pena citare la storica e filosofa Hannah Arendt, che assistendo al processo Eichmann disse: “Mi sono sentita scioccata perché tutto questo contraddice le nostre teorie sul male”, per poi scrivere in uno dei saggi sul nazismo, che “l’aumento di totalitarismo, era dovuto all’esistenza di un nuovo genere di male, il ‘male assoluto’”. Concetto ripreso da S. Wiesenthal, che dice: “In realtà, cultura e civiltà sono soltanto uno strato sottilissimo, sotto il quale, immutata, è in agguato la bestia che è in noi”. E il regime ustascia rappresentava una “mostruosa normalità” e la “banalità del male”. Perciò è davvero sorprendente quando qualcuno sente il bisogno di identificarsi con i “valori” di quel regime.

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