Avevamo scritto, proprio qui, qualche tempo fa, che l’uso degli asset russi per convogliare gli aiuti per la difesa – e per la mera sopravvivenza dell’Ucraina – sarebbe un faux-pas, un errore madornale che affosserebbe il sistema mondiale vigente di scambi, finanziari e commerciali. Perché dalla fine della Seconda guerra mondiale si è costruito, pian piano, un sistema di interdipendenza delle comunicazioni e del commercio internazionale, e con la vittoria “epocale” del capitalismo sul socialismo (con la caduta del muro di Berlino, nel 1989), ci si darebbe, a noi stessi, un colpo suicida e si ricostruirebbe un mondo di autarchie, un mondo feudale e di imperi, di velleità e di arbitrio del più forte e del più ricco, un mondo di violenze fisiche e di ogni altra forma.
La Commissione europea, meglio dire la sua presidente Ursula von der Leyen e l’alta rappresentante per la politica estera dell’UE Kaja Kallas, infatti, premevano per questa soluzione. Impossibile attuarla, perché hanno minacciato di porre il veto in Consiglio europeo non solo l’Ungheria di Orbán, ma anche la Slovacchia e la Cechia, con il Belgio dove la maggioranza degli asset russi è stata depositata, e poi questo quartetto di Stati membri ha ricevuto anche l’appoggio dell’Italia, della premier Meloni. I guerrafondai europei, capeggiati dal cancelliere tedesco Merz, hanno voluto aggirare il veto effettuale e ci sono quasi riusciti, a imporre l’alternativa della decisione a maggioranza qualificata, appellandosi all’emergenza straordinaria – d’altronde, prevista dai Trattati in casi speciali. E si sarebbe potuto, anche raggiungere questa maggioranza qualificata, ma arrecando un danno non solo al Belgio, ma a tutta l’Europa e al sistema mondiale del commercio e della libera circolazione dei beni e del commercio. È prevalsa un’alternativa diplomatica che riflette anche il buon senso nella politica: e, cioè, invece di usare gli asset russi – emettere un debito comune garantito dal bilancio dell’Unione e dagli Stati membri. Ma neanche qui sarebbe stata possibile l’unanimità per il debito comune garantito dal bilancio UE e dagli Stati membri. E allora, è stata trovata la formula che ha risolto l’impasse, decidendo di fare debito comune mediante una cooperazione rafforzata tra gli Stati membri favorevoli. Escludendo, così, quelli che erano contrari: l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca.
E questo passo – la von der Leyen è riuscita a far credere che è stata lei a mediare questo compromesso, ma tutti sanno che è stata lei ad accettare questa soluzione in extremis, elaborata dai diplomatici europei e degli Stati membri qui menzionati – il Belgio e l’Italia, ma con il supporto del presidente del Consiglio europeo, il belga António Costa.
Questo passo rafforza la natura federale dell’Unione e sdogana l’utilizzo del debito comune per far fronte a una sfida esistenziale per l’Ucraina, ma in teoria anche per l’Europa, partendo dalle supposte minacce russe all’Europa, gridate ad alta voce dai politici dei Paesi baltici, ma anche dai tedeschi. Chi è stato sconfitto in questa drammatica contesa sono la von der Leyen, la Kallas e il cancelliere tedesco Merz, che preferisce la sovranità nazionale a quella europea, e la ricreazione di un esercito tedesco per farlo il più potente in Europa, con l’occhiolino strizzato alla destra neonazista dell’AFD, partito di estrema destra con il quale Merz è entrato in coalizione.
Il debito europeo, di 90 miliardi di euro, verrà consumato nei due anni seguenti, ed esigerà uno sforzo pesante per gli Stati membri che hanno aderito a questa “cooperazione rafforzata”. Ma questa è una lezione importante per tutti quelli che mirano e ambiscono a un’Europa forte, e la lezione che se c’è la volontà politica, si può fare di tutto. L’unanimità è un ostacolo, ma solo se gli Stati membri vogliono nascondersi dietro di essa. Ma quando sono davvero determinati a fare una cosa, sanno trovare gli strumenti giuridici anche per aggirare l’unanimità.
La seconda lezione che proviene da questa esperienza (si è dovuto arrivare con le spalle al muro per venirci!) è che è possibile non solo aggirare, ma perfino abolire l’unanimità, così da creare un incentivo strutturale a trovare compromessi e prendere decisioni tempestive, invece di produrre i continui rinvii e le paralisi decisionali alle quali i cittadini sono costretti ad assistere. Fino a quando una crisi diventa così drammatica, e anche urgente, da spingere i politici europei ad aggirare l’unanimità. E forse è questo la formula e il futuro dell’UE – abbiamo bisogno di un governo federale, responsabile, non soggetto ai veti e alla legge del più forte, per essere più rispettati nel mondo.
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