Il tanto atteso Consiglio europeo, dunque il summit europeo del 23 ottobre scorso, non è riuscito a dare una risposta concreta al quesito: come finanziare ulteriormente gli aiuti a Kiev, quelli bellici e poi, quelli post-bellici, cioè la ricostruzione dell’Ucraina in un tempo dopo la guerra – si sottintende vinta – contro la Russia. La proposta della Commissione europea era chiara: requisire i 140 miliardi di euro russi, congelati già all’inizio della guerra, deposti presso la Euroclear belga, società di servizi finanziari, specializzata nel regolamento delle transazioni in titoli, nonché nella custodia e nel servizio delle attività di tali titoli. Si sono opposti i “soliti ignoti”: Ungheria e Slovacchia in principio, ma anche la Banca centrale europea per bocca del suo ex presidente, Mario Draghi, e poi, decisamente, il Governo belga. Gli argomenti del Governo belga assomigliano molto agli argomenti del Governo svizzero, immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, quando i banchieri svizzeri rifiutarono di consegnare il tesoro del Terzo Reich, sconfitto ormai e sotto le macerie, agli alleati che vinsero la guerra. Se lo avessero fatto, il sistema bancario mondiale si sarebbe sgretolato, e altri richiedenti accorrerebbero per impossessarsi dei tesori deposti nelle banche svizzere, fu la risposta. E gli alleati si ritirarono da questa battaglia, come anche oggi lo hanno fatto gli europei davanti a Mammona, il demone (o dio, come si vuole nella mistica ebraica) dei soldi o della ricchezza. A dire il vero, Euroclear, anche se ha la sede a Bruxelles, è una invenzione della banca americana J.P. Morgan, ed è riuscita a sostituire i banchieri svizzeri che i tesori li custodivano – e questi, invece, gli investono e reinvestono, e agli investitori fruttano cospicui profitti.
Dunque, questa società ha, più o meno, rimpiazzato i banchieri svizzeri e aperto nuovi orizzonti (di extra-profitto) al capitale internazionale. Però, non si tocca: questa è la decisione alla quale non possono opporsi neanche i più potenti della terra – e poi, se è stata questa società fondata dalla J.P. Morgan, vuol dire che dietro ci sta lo zampino degli americani, in questo caso – i magnati americani. E i soldi russi, bloccati subito dopo l’inizio dell’invasione russa, sono dello Stato russo oppure degli oligarchi russi, in quel caso la confisca di questi fondi sarebbe anche un attacco alla proprietà privata – sacrosanta, dopo tutti gli sforzi vani di abolirla o limitarla. Viviamo in un mondo di soldi, governati dal dio (o demone) Mammona, per cui – non toccate i soldi lì deposti, e anche bloccati, che però continuano a portare i frutti, perché non sono tesaurizzati, ma investiti e reinvestiti, e dunque danno dei frutti a quelli che dispongono di essi. E l’Unione europea deve accontentarsi, allora, di proporre qualche altro cespite. Ed è subito balenata l’idea alternativa di emettere dei nuovi eurobonds, cioè titoli europei che avrebbero la garanzia dell’UE, così come è successo per gli eurobonds a sostegno della lotta contro il Covid, dal quale si è diramato il “Next Generation EU” – Piano di ripresa e di resilienza, grazie al quale l’UE è uscita dalla crisi causata dalla pandemia.
E allora, come tirarsi fuori da questo circolo vizioso del capitale finanziario? Beh, lo dovranno fare gli Stati membri, tagliando i costi – della sanità, del welfare – che si trasforma in costi del “warfare”, della guerra.
Ma siccome adesso ci stiamo abituando alla retorica di guerra, all’economia di pre-guerra, di costi che comportano queste scelte politiche, allora per compensare le sanzioni verso la Russia e il totale rifiuto di usare gli energenti russi, come il petrolio e il gas, bisogna rimettere in gioco i carburanti classici – il carbone, gli idrocarburi e i legname – tutto quello che causa l’inquinamento globale e il riscaldamento del pianeta. E così, per riuscire a mettere in movimento l’economia pronta per uno scontro globale con la Russia (e poi anche con la Cina), il Consiglio europeo ha deciso di rimandare la messa in atto del “Green Deal” europeo, del piano entusiasticamente varato per la riduzione delle emissioni di gas serra che avrebbero dovuto portare alla conversione energetica dell’Europa nel 2035.
Ora, invece, per indurre i membri-Stato dell’UE a finanziare la difesa e i produttori di armi, la Commissione europea ha proposto, e il Consiglio europeo accettato, di far slittare gli obiettivi previsti dal Green Deal, e così invece del 2035, la transizione energetica dovrebbe concludersi nel 2040, ma tenendo in mente il principio della “flessibilità”, e cioè, vogliamo un pianeta pulito, ma – non bisogna esagerare. Così che il principio della “flessibilità”, cioè dell’opportunismo, ha vinto ancora una volta. La transizione ecologica si farà, ma non dobbiamo essere dogmatici! “Flessibilità” è ora la parola chiave. Un altro passo all’indietro, purtroppo, per una EU che conta sempre meno sulla scacchiera mondiale…
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