Il Forum economico mondiale del 2026 ha partorito un bel niente, anche se le aspettative erano abbastanza alte. Il presidente americano Donald Trump è partito in quarta, esigendo apertamente la proprietà della Groenlandia, in un discorso da Fidel Castro, a braccio, della bella durata di una settantina di minuti. È stato accolto da una standing ovation alla sua sola apparizione, ancora prima dell’inizio del discorso. E questo è significativo, perché a Davos, in Svizzera, si riuniscono ogni anno i potenti del mondo, cioè quelli che appartengono pressappoco all’1,5 % della popolazione mondiale. E quelli che sono i “ricchi e famosi” del mondo hanno dovuto pagare la bellezza di 67mila euro per partecipare e ascoltare gli interventi dei leader politici del mondo, degli amministratori delegati di colossi internazionali, banchieri, capi di Stato e Governo – 18mila euro è il costo del biglietto, e 49mila è l’iscrizione annuale all’organizzazione fondata dal banchiere Klaus Schwab. Il World Economic Forum è una attività redditizia, perché oltre alla “quota annuale” c’è anche una “membership premium” da mezzo milione di euro, e questa garantisce gli incontri più esclusivi e riservati, mentre gli “invitati basic” si possono accontentare dai party nel corso della settimana. E ora, da membro a pieno titolo finora, Donald Trump è stato invitato da oratore. Per dire che vuole la Groenlandia, semplicemente perché “si difende solo quello che si possiede”. La retorica politica – quella che Cicerone propugnava come “l’arte della verità persuasiva” – semplicemente si è ridotta ad uno sbraitare da bambino viziato che punta i piedi e ripete ostinatamente: “lo voglio, lo voglio!”.
Poi, dopo il discorso osannato dai presenti Paperoni di tutto il mondo, da Trump si è precipitato il segretario generale della Nato Mark Rutte, che ha affettuosamente chiamato Trump il nostro “daddy”, cioè paparino. E a lui Trump gli ha ripetuto le sue richieste di quel “pezzo di ghiaccio” che è la Groenlandia. Che però, durante il discorso tanto atteso da tutto il mondo, ha chiamato due volte “Islanda”, dando prova o che non conosce proprio la geografia, o che ha cominciato a capire “ravano per sedano”.
Ma Rutte, “piaccione” come lo definiscono i media del suo Paese, l’Olanda, lo ha assicurato che non occorre che invada la Groenlandia, tanto può fare tutto quel che vuole in base all’accordo firmato tra la Danimarca e gli USA nel 1951, durante la Guerra fredda, cioè, può dispiegare quante truppe vuole, costruire tutti i Golden Dome – scudi spaziali che vuole, e poi, naturalmente, investire e sfruttare le ricchezze minerarie dell’isola – e Trump ha fatto dietro-front e ha detto che non invaderà l’isola con il suo esercito. Naturalmente, il primo ministro della Groenlandia ha protestato, perché nessuno ha chiesto a loro, la popolazione indigena, se Trump lo possa fare o no. E cosa ne è del loro diritto alla sovranità, l’autonomia vinta dagli Inuit ancora nel lontano 1985?
E il giorno dopo, il 22 gennaio, c’è stata la riunione informale dei membri del Consiglio europeo, a Bruxelles. In un clima molto più rilassato dopo l’avvenuto incontro di Rutte con Trump, senza una presa di posizione ufficiale, ma solo con una dichiarazione, orale, del presidente del Consiglio europeo António Costa. Il quale ha ribadito che solo il Regno di Danimarca e la Groenlandia possono prendere decisioni su questioni riguardanti la Groenlandia. Sì, ma di nuovo, dove sono i Groenlandesi? Trump, invece, ha dichiarato ai suoi media affezionati che ha “ottenuto tutto”. Cosa sarebbe questo “tutto”? Ognuno dice la sua, solo che Trump non usa le mezze parole, la buona educazione e la retorica sfumante – dice semplicemente quello che vuole, che crede o che al momento gli passa nella testa.
E il Consiglio europeo, sembra, è riuscito a formulare “seri dubbi” su un altro siparietto di Trump a Davos – la firma della Carta del Consiglio di pace, che ha riunito solo gli autocrati del mondo, le quattro monarchie assolutiste arabe, compreso l’Egitto, la Turchia di Erdogan, l’Ungheria di Orbán, ma anche la Bielorussia di Lukashenko, con l’invito anche a Putin! Per “ricostruire Gaza”, ha detto Trump, autoproclamandosi presidente, ad vitam, di questo strano sodalizio il cui progetto ha illustrato a Davos il genero di Trump Jared Kushner, con una cartina e immagini di grattacieli e resort lussuosi da costruire sulle rovine di Gaza City e Khan Yunis. Ma per aderire a questo club esclusivo bisogna pagare la quota di un miliardo di dollari… Gli europei sono preoccupati per la compatibilità di questo sodalizio con la Carta delle Nazioni Unite.
E mentre Trump sta spappolando il mondo, gli europei nutrono dei dubbi… “Fino a quando vuoi abusare della nostra pazienza?” – lo ha chiesto Cicerone a Catilina. Ma la domanda si addice benissimo, e prima di tutto, a Trump.
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