Dopo settimane frenetiche di negoziato l’Unione europea è riuscita, finalmente, a raggiungere un compromesso riguardo ad un nuovo pacchetto di sanzioni alla Russia. Gli ambasciatori degli Stati membri dell’UE, riuniti nel formato Coreper che precede le riunioni del Consiglio europeo si sono messi d’accordo, ma non senza uno sforzo che rischiava di buttare all’aria ogni esito positivo. E così è stato concordato il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia in guerra con l’Ucraina. Il processo è stato accelerato dalle iniziative collaterali per avviare una mediazione che potesse portare ad un negoziato tra l’Ucraina e la Russia. Ma non si potrebbe definire proprio “collaterale”, perché l’idea e l’iniziativa è stata intrapresa dal presidente del Consiglio europeo António Costa, favorevole ad un ruolo attivo dell’UE per mettere fine all’aggressione russa e la guerra rovinosa in Ucraina. Ma Costa aveva sottovalutato un sentimento non molto incline ad un negoziato con la Russia, ma schierato decisamente per il proseguimento della guerra, fino a che la Russia stessa non ammetta di essere sconfitta chiedendo esplicitamente il negoziato. Questa intransigenza di continuare a sostenere la guerra nonostante le perdite, umane e anche di infrastrutture energetiche da ambo le parti, fa parte ormai di una determinazione dei Paesi dell’Europa dell’est, quelli che facevano parte della defunta Unione sovietica e che vedono nella Russia un gigante in ginocchio, ma non ancora sconfitto e ancora pericoloso. Che, come ipotizzano i Paesi baltici e la Polonia, si appresta ad allargare il conflitto e perfino attaccare l’Europa in una guerra che partirà nel 2030. Purtroppo, questo spirito bellicista ha pervaso anche le cancellerie europee che non hanno subito il dominio sovietico, e così non è stato affatto difficile per Kaja Kallas, l’alto rappresentante della politica estera europea, a sviare l’idea di Costa di una mediazione europea. Infatti, se l’Ue si è già schierata con l’Ucraina, con il sostegno finanziario ma prima di tutto nelle armi, non si può parlale né pensare di una mediazione europea, ma di una alleanza strategica con l’Ucraina. Naturalmente, queste parole non sono state accettate molto bene in Russia, che si trova sempre di più sotto tiro dei droni ucraini che distruggono centrali elettriche, depositi di armi, ponti e comunicazioni ormai anche nell’entroterra russo, minacciando anche la capitale Mosca e San Pietroburgo.
Dunque, l’Ue procede con il suo sostegno incondizionato all’Ucraina, anche se, guardando dal di fuori, questo pacchetto sembra un altro dei compromessi raggiunti tra una determinazione di dare un colpo definitivo alla possibilità russa di esportare i suoi prodotti all’estero per finanziare la guerra in Ucraina, e gli interessi nazionali dei singoli Stati membri dell’Ue. Infatti, la Grecia, il cui veto finora aveva impedito un accordo, ha ottenuto una deroga che le consente di continuare a trasportare gas naturale liquefatto (GNL) russo verso clienti extra Ue per il prossimo futuro. Con ciò, la Grecia è riuscita a far rivedere il divieto sul GNL russo approvato all’unanimità lo scorso anno, in un precedente pacchetto di sanzioni! E la Grecia stessa non ha fatto che i giochi della società di trasporto Dynagas, di proprietà del miliardario greco Georgis Prokopiou, che ha noleggiato 11 navi tra cui sette rompighiaccio adatti alle condizioni artiche al maggiore impianto di gas russo, Yamal LNG. Il Governo greco ha abbracciato pienamente gli interessi del miliardario (la stampa greca lo chiama oligarca!), che sosteneva che il divieto di trasporto avrebbe danneggiato l’industria europea dei servizi marittimi, distrutto posti di lavoro… e cosi, è passata una deroga, e dopodiché l’Austria ha ottenuto, anche lei, una deroga con la richiesta di revocare le sanzioni contro una società inserita, precedentemente, nella lista nera, per compensare una perdita della Raiffeisen Bank International in Russia. E poi, non c’è due senza tre, qui si è inserita anche la Bulgaria con la richiesta di far cancellare le sanzioni al patriarca della chiesa ortodossa russa Kiril e a Vagit Alekperov, miliardario fondatore di Lukoil. E la proposta ambiziosa per vietare l’ingresso dei militari russi nello spazio Schengen è stata ridimensionata a un semplice impegno – a continuare a lavorare per una futura applicazione concreta. Con questo pacchetto di sanzioni annacquate, non sarebbe stato meglio lasciare il prosieguo dell’iniziativa diplomatica di António Costa, e magari dar ascolto a esperti di lungo corso, come il diplomatico italiano Giorgio Rosso Cicogna, che nel suo libro “Ritorno della diplomazia. Per la pace in Ucraina”, un romanzo a chiave presentato alla Comunità degli italiani di Fiume pochi giorni fa (e discusso dall’ambasciatore italiano in Croazia Paolo Trichilo, dal presidente della CI Enea Dessardo e dal sottoscritto), ha elaborato una proposta sensata di una conferenza multilaterale sulla pace in Ucraina?
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