PERCORSI EUROPEI Il futuro climatico annacquato

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PERCORSI EUROPEI Il futuro climatico annacquato
Foto: Dusko Jaramaz/PIXSELL

Dicono che il numero 13 porta sfortuna: a New York abitavo in un palazzo che non aveva il 13° piano, ma neanche il 17°! Cosi si passava direttamente dal 12° al 14°, e dal 16° al 18°. Tanto per dire che la superstizione non è soltanto prerogativa delle culture primitive… E così il Parlamento europeo è stato convocato per il 13° giorno del mese di novembre, esattamente due giorni fa, e ne è uscito fuori un risultato proprio sfortunato: infatti, il Parlamento che questa volta non ha interpretato la volontà dei cittadini europei, ma è stato assoggettato dai lobbisti delle grandi industrie – e dalle destre sovraniste e populiste che si sono opposte ad una “radicale implementazione” del Green Deal.

Cos’è, veramente, successo? La Commissione europea ha dovuto scendere in campo per chiedere il placet dell’Europarlamento per il Green Deal europeo: per approvare in veste di “co-decisore”, il cosiddetto “Pachetto Omnibus”, formulato dalla Commissione europea e dal Consiglio europeo nel processo di realizzazione del Piano verde europeo. Che dovrebbe salvarci dal degrado climatico, rendendo il nostro continente climaticamente neutro entro il 2050, attraverso un pacchetto di iniziative politiche che coinvolgono l’economia e la società. L’obiettivo del piano era di affrontare la crisi climatica e promuovere la sostenibilità in settori come energia, trasporti, industria e agricoltura, stabilendo al contempo un nuovo modello di crescita ecologico. E qui le istituzioni europee, chiamiamole “a democrazia limitata” come la Commissione e il Consiglio europeo, si sono mostrati “ambientalmente coscienti” e perciò nel 2019. è stato approvato questo piano. E ora, quando il Parlamento doveva approvare le leggi sulla responsabilità e rendicontazione delle multinazionali, due direttive concepite per la tutela ambientale e dei diritti dei lavoratori, il piano verde è slittato sugli interessi dei grandi inquinatori, ma anche di quelli che hanno deciso di proteggerli – a danno, naturalmente, di noi tutti. La direttiva sulla limitazione delle emissioni carboniche si applicherà ora solo alle aziende con oltre 5.000 dipendenti e con un fatturato netto superiore a 1,5 miliardi, ed è stato annullato l’obbligo delle imprese di preparare un piano di business compatibile con gli obiettivi stabiliti dagli accordi di Parigi. E l’UE ha già il fiato corto per raggiungere un accordo sull’impegno di riduzione di Co2 nella tappa intermedia del 2040, in vista dell’obiettivo di zero emissioni nel 2050.

Le ambizioni dell’Unione europea sono state, così, sacrificate sull’altare della “compettività” e della “semplificazione” delle normi, sociali e ambientali, accusate di intralciare l’economia in un momento di difficoltà. E il consenso tra i popolari, il Partito popolare e i Socialisti e democratici con i verdi qui più agguerriti di tutti (non solo per l’aggettivo “verde”), è saltato. Il Partito popolare europeo si è schierato questa volta con il blocco dell’estrema destra, il Partito dei conservatori e riformisti (del quale fanno parte Fratelli d’Italia e, in Croazia, i Sovranisti croati e il partito Most) e i Patrioti per l’Europa (dei quale fa parte la Lega di Matteo Salvini). Questa destra sovranista e populista è riuscita ad infilare un cuneo tra la “grande coalizione” del centro, che si è spaccata e così, per esempio, le emissioni di Co2, con gran sollievo dell’industria dell’auto, tedeschi e italiani in testa, non verranno drasticamente ridotte. Le industrie europee, maggiori inquinatori, come le multinazionali Total Energies e Siemens hanno perfino scritto alla Commissione chiedendo esplicitamente l’abbandono del Green Deal ed un allungamento dei tempi per la messa al bando di automobili a benzina. Le lobby legate all’energia fossile hanno adottato tecniche d’assalto, instillando dubbi sulla credibilità scientifica del riscaldamento climatico.

E nella retorica del dibattito nell’Europarlamento è emerso che sia il “big business” che i sovranisti minimizzano i risultati della ricerca scientifica e si atteggiano a risparmiatori dei costi della transizione. Dunque, la decarbonizzazione dell’Europa viene rimandata, con il pretesto che sia la Cina che gli Stati uniti d’America, maggiori inquinatori del mondo non hanno imposto un “piano verde” alle proprie industrie. Che poi, dato che il mercato dell’auto è in crisi, la riconversione ci sarà, e la Rheimetall tedesca promette di assumere i lavoratori dei settori minacciati dalla crisi, ma nella produzione di – armi per il riarmo europeo. E questo nuovo blocco di popolari e sovranisti applaude, e noi cittadini europei dovremmo subire tutti gli sbalzi climatici e il riscaldamento globale, basta convincerci che non c’è, come il piano 13° o 17° dei palazzi americani.

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