PERCORSI EUROPEI Aspettative e delusioni di Bruxelles

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PERCORSI EUROPEI Aspettative e delusioni di Bruxelles
Foto Shutterstock

Ci si aspettava molto, a Bruxelles, dai risultati del referendum per l’avvio dei negoziati con l’Unione europea. L’Islanda, infatti, sembrava matura per un nuovo inizio – per l’inizio dei negoziati di piena adesione all’UE. Da una parte, la situazione scombussolata della scacchiera mondiale, con guerre alle porte, insicurezza geopolitica, sbalzi dell’economia mondiale a causa della crisi energetica, e poi – non di meno – le papere di Donald Trump che in un suo recente discorso “urbi et orbi”, cioè rivolto al proprio elettorato come promessa, ma al mondo intero come monito, ha tre volte nominato l’Islanda che “compreremo o prenderemo”. Naturalmente, pensava alla Groenlandia, ma questo lapsus potrebbe essere anche un sintomo freudiano: Groenlandia sì, nel mirino del nuovo imperialismo americano, ma perché no, allora, anche l’Islanda, tanto che si inserisce anch’essa nella ideologia “geostrategica” trumpiana? Per controllare pienamente l’Atlantico (che forse un giorno potrebbe essere rinominato, con decreto presidenziale come ha fatto Trump per il lago Ontario, “Oceano Americano”? No, sembra che il Pacifico sia anch’esso eligibile per questo onore, ma nessuno sa, ne può prevedere cosa può uscire fuori dalla mente del più potente uomo del mondo).

Il governo di coalizione islandese di centro-sinistra, cappeggiato da Kristrún Frostadottir, economista trentottenne con un master della Yale University (ne fanno parte della compagine governativa, oltre all’Alleanza socialdemocratica anche Rinascita – Partito della riforma di orientamento liberale e il Partito popolare, centrista), aveva deciso di riproporre ai cittadini islandesi l’avvio dei negoziati proprio in vista di queste sfide “geopolitiche” (per cui la politica internazionale viene ormai ribattezzata “geopolitica”, come quella corrente del pensiero di inizio secolo del Novecento, quando il prefisso “geo-” significava preparazione ideologica per le guerre di conquista di territori e ampiamento degli stati-nazione sul principio di omogeneità etnica). L’Islanda, però, è già ben integrata nel mondo occidentale: fa parte della NATO in qualità di membro fondatore, è membro del Consiglio baltico, dell’Area economica europea e del Trattato di Schengen: aveva già fatto la domanda di adesione all’UE nel 2009, e i negoziati sono stati aperti, ma poi con il rovesciamento della maggioranza governativa il ministro degli esteri all’epoca aveva troncato il processo di adesione nel 2015 con una sua lettera. La domanda di adesione non è mai stata revocata, ma il processo di negoziato è stato messo a riposo fino al 2024, quando questo nuovo governo di centro-sinistra ha riaperto il dibattito per, infine, indire un referendum il 29 di agosto. Proprio in vista di queste “preoccupazioni geopolitiche” il governo contava su una maggioranza costruttiva e positiva nel confronto dell’UE, come avevano anche vaticinato le inchieste di opinione fra gli islandesi. Che poi non sono molti – poco meno di 400.000 abitanti, dei quali 223.000 aventi il diritto di voto. Nonostante l’esiguo numero di abitanti su un’area di 100.000 chilometri quadrati, l’Islanda è anche un paese con un alto numero di migranti, il 13% della popolazione.

Ma il risultato del referendum non ha realizzato le speranze degli europeisti islandesi: il 52% dei votanti si è espresso contro il proseguimento

dei negoziati, e a favore solo il 47% dei votanti. Uno smacco per il governo islandese, ma anche per Bruxelles: la Commissione europea aveva già cantato vittoria, ma ora deve rivedere le sue aspettative. Come la Norvegia, l’Islanda ha rifiutato di aderire all’UE, e così restano in fila solo l’Ucraina, la Moldavia e gli immancabili Balcani: Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia – tutti al di sotto dei criteri di adesione, nonostante l’ottimismo dei politici locali.

Ma quali sono le ragioni di questa scelta non-europeista, che evidentemente rafforzerà non solo i sovranismi e i populismi nell’area scandinava, ma anche in Germania e Francia, dove questo risultato viene preso come un sintomo di malessere dell’Unione europea, e dunque un rafforzamento del fronte sovranista? Nelle analisi post factum sono emersi delle ragioni molto concrete per il “no” islandese: in primo luogo, la questione della pesca. In caso di adesione dell’Islanda, il paese dovrebbe aderire anche alla politica comune della pesca, e ciò vorrebbe dire condividere le ricchezze ittiche. Il 90% dei pescatori islandesi si sono espressi contro l’entrata degli operatori di pesca europei. Al secondo posto c’è la solidità della valuta locale, la corona. Ma come sottofondo di questi problemi concreti c’è qualcosa più importante: la perdita dell’immagine dell’UE come un progetto politico comune, efficace e credibile. E questo è quello che preoccupa di più gli europeisti, non solo in Islanda. Ma anche invoca un acceleramento delle riforme, proposte da Enrico Letta, quelle politiche, e da Mario Draghi, quelle economiche. Ormai, non si possono più rimandare, perché tutta questa costruzione europea rischia di sgretolarsi ai nostri occhi, con le guerre reali e ibride, le crisi energetiche e le catastrofi climatiche.

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