Parecchi decenni fa, quando presentai il mio ultimo tema di sloveno al liceo, sia io sia la mia professoressa eravamo convinti che quello sarebbe stato l’epilogo, non troppo glorioso, delle mie riflessioni scritte nella sua lingua. Le coniugazioni, il duale e tante altre regole rigidissime erano per me una gabbia troppo stretta per i miei pensieri. Mi aveva convinto che nello sloveno la forma fosse più importante della sostanza: che una virgola fosse più importante di un pensiero profondo. Gli insegnanti hanno spesso l’innata capacità di infondere ai loro studenti una perenne sensazione d’inadeguatezza ed anche la convinzione che non ce la potranno proprio mai fare a maneggiare quello strumento di cui loro sono arcigni custodi. Cercassero di fare amare la lingua che insegnano: sarebbe molto meglio e forse darebbe più risultati. Il ragionamento naturalmente non vale solo per lo sloveno.
Poi ho passato gran parte del mio tempo a raccontare in italiano la Slovenia. L’ho fatto quando ho dovuto scrivere la mia tesi di laurea e quella di dottorato e l’ho fatto anche nel corso di tutta la mia carriera giornalistica. Un esercizio fantastico che mi ha costretto ogni volta a spiegare il contesto quando raccontavo i fatti e facevo le mie riflessioni. Non potevo dare per scontato che il lettore dovesse per forza conoscere l’argomento di cui parlavo e nemmeno quello che ci stava dietro. In fondo, se scrivo di Janez Janša, preciso senza indugio che è il padre padrone del centrodestra e quando nomino Milan Kučan non posso omettere di dire che è il grande vecchio del centrosinistra. Come vedete, l’ho fatto anche adesso in questa frase.
Riflettere in italiano, o in qualsiasi altra lingua, di politica slovena non ti permette di alludere, di lasciare che il contesto spieghi il significato, perché il rischio è quello di diventare criptico ed autoreferenziale. In sintesi, non si può dare per scontato che “tanto questo si capisce”. Se ne sono accorti anche tanti ospiti della mia trasmissione “Il vaso di Pandora”. Grandi esperti della società slovena, illustri editorialisti che, con un’ottima padronanza dell’italiano, commentano volentieri per Radio Capodistria le vicende della società slovena.
Sanno che parlano a un pubblico italiano e quindi non omettono la cornice, ma presto hanno dovuto constatare che la lingua non è un semplice megafono con cui si esprime un pensiero già formato. Usando l’italiano, sono costretti a riformulare le loro riflessioni prendendo a modello strutture sintattiche, ritmi narrativi e concetti che hanno mutuato dalla loro conoscenza della vita politica e della società italiana. La lingua è un bellissimo strumento di pensiero ed è parte stessa ed unica della formazione del pensiero. Qualcuno mi ha anche detto che la cosa gli è servita a chiarirsi le idee, perché lo ha costretto ad uscire dai soliti schemi della narrazione lubianese del Paese.
Anni fa mi chiesero di scrivere degli editoriali per le “Primorske novice”. Prima di me lo avevano fatto grandi firme del nostro giornalismo minoritario. Leggere le riflessioni in sloveno di Flavio Dessardo e Aljoša Curavić, sul quotidiano sloveno di Capodistria, era sempre per me un piacere particolare. Loro guardavano a Capodistria, Isola, Pirano e alla Slovenia dalla loro posizione particolare. Avevano l’incredibile capacità di vedere contemporaneamente il Paese da dentro e da fuori. Quando cominciai a scrivere per il giornale, scelsi di farlo in italiano.
Prima di ogni pubblicazione di un mio articolo, Irena Urbič, la mia brillantissima e bravissima traduttrice, doveva sorbirsi lunghe telefonate, in cui rivedevamo e limavamo i passaggi. Alla fine, il testo italiano era mio, mentre quello in sloveno raccontava al lettore quello che io pensavo in italiano, con qualche aggiustamento. Quella fu un’esperienza fantastica, ma tutto sommato ero sempre all’interno della comfort zone della Costa slovena. L’ambiente lo conoscevo benissimo e che sul giornale ci fossero delle riflessioni sulla regione, sulla Slovenia e sul mondo di un italiano, in fondo, non era una cosa nuova.
Quando cominciai a scrivere per il “Dnevnik”, il quotidiano punto di riferimento della borghesia intellettuale slovena progressista, era ovvio che mi stessi avventurando in acque inesplorate. Decisi che il gioco non poteva più continuare così e che avrei dovuto scrivere in sloveno. La mia professoressa di sloveno al liceo mi avrebbe consigliato di lasciar perdere, Irena fece altrettanto, dicendo che avrebbe avuto più lavoro nel dover sistemare i miei testi che nel tradurli dall’italiano. Alla fine, non fu così.
Esattamente come i miei ospiti a “Il vaso di Pandora” si erano accorti che parlare di Slovenia in italiano non era la stessa cosa che farlo in sloveno, io mi sono ben presto reso conto che scrivere di Slovenia in sloveno non è la stessa cosa che farlo in italiano. Contrariamente a quello che credevo, la precisione della lingua, l’impossibilità di mascherare un concetto vago e non ancora del tutto elaborato dietro la musicalità della lingua diventano uno strumento fantastico. Gli sloveni sono abituati a prendersi maledettamente sul serio, l’ironia è un concetto poco presente nel contesto giornalistico, proprio per questo poteva essere addirittura più sferzante.
I miei editoriali a volte sono addirittura stati ripresi e tradotti da altre testate. Mi era già capitato con quelli apparsi sul portale Osservatorio Balcani e Caucaso. Un mio editoriale scritto per il “Dnevnik” è apparso addirittura in lituano. In ogni modo, spesso mi è capitato di vederli ripubblicati in italiano su “La Voce del popolo”, grazie a Ivo Vidotto. La prima volta che il caporedattore del giornale mi chiese di ripubblicarlo gli dissi che gli avrei mandato io stesso la traduzione. Alla fine, ho ampiamente riscritto e rigirato l’articolo. Non era che il mio pensiero fosse cambiato nel giro di 24 ore, ma semplicemente non l’avrei formulato così in italiano. I miei due articoli erano praticamente uguali nei concetti, ma non del tutto simili nella forma. Poi a “La Voce del popolo” hanno fatto da soli.
Leggere sé stessi tradotti nella propria lingua madre dallo sloveno è straniante e interessante. Ci si riconosce nei concetti, ma non nella forma. I passaggi ironici, il ritmo e la narrazione assumono un tono diverso: la lingua non è la stessa. Ogni lingua è uno strumento di pensiero bellissimo, particolare ed unico. Ognuna genera riflessioni che, partendo da uno stesso ragionamento, cambiano a seconda della lingua che usiamo per esprimerlo.
Italiano, sloveno, croato e anche ormai l’inglese si intrecciano ed elaborano racconti unici e forse non del tutto traducibili. Vivere al confine e poter pensare in più lingue è un privilegio. Venir tradotto e non riconoscersi del tutto nella propria traduzione ne è la conferma più divertente e un po’ inquietante.
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.









































