Verdi colline sovrastate da pittoresche chiesette, natura incontaminata, fiumi e ruscelli pieni d’acqua e di pesci, una costa forse senza identità, ma con un mare pulito e quel poco che resta dei fasti di Portorose, la vecchia località balneare che nel periodo jugoslavo, con i suoi casinò e la sua vita notturna, era stata la Montecarlo dei Balcani. La Slovenia si presenta al visitatore come un piccolo paradiso, una perla dove si possono incontrare paesaggi bellissimi e passare in poche ore dal clima mediterraneo a quello continentale per arrivare a quello alpino. Gli sloveni sono da sempre attenti alla cura del loro territorio e sono spesso infastiditi da chi non ha altrettanta sensibilità.
Alla fine degli anni Ottanta, in una delle solite gite in montagna, un signore che ci era passato accanto si fermò e si mise a chiamare gentilmente a gran voce un mio amico: “Signore, signore, ha perso qualcosa”. Quando questi lo raggiunse, gli riconsegnò sorridendo la cartina della caramella che aveva appena buttato. Era il periodo in cui gli sloveni non ne potevano più della Jugoslavia e volevano sempre più fermamente l’indipendenza. Il simbolo di quella battaglia era sintetizzato in uno spot pubblicitario che aveva come slogan “Slovenija moja dežela”: un termine che a seconda delle accezioni può essere letto come regione, terra, paese e anche patria. In sintesi, un’idea che i tedeschi esprimono perfettamente con la parola “land”.
UNA DIMENSIONE CUCITA SULLA LORO PELLE. Quella del “land” sembra essere la dimensione cucita sulla pelle degli sloveni, una scala che riescono a capire, maneggiare e gestire con successo. Ervin Hladnik Milharčič, qualche anno fa, in un illuminante editoriale sul “Dnevnik”, spiegò che il Paese, più che uno stato vero e proprio, guarda a sé stesso come a una grande “upravna enota”, una specie di prefettura su scala locale dove il cittadino va a sbrigare le pratiche amministrative. Lì le persone si conoscono e sanno tutto l’uno dell’altro, e di solito tutto è efficientissimo e funziona benissimo. I problemi iniziano quando gli sloveni devono confrontarsi con lo Stato.
Le capitali e i governi erano sempre entità astratte, verso cui si doveva essere diffidenti e da cui ci si doveva difendere per preservare la propria identità e le proprie peculiarità. Era accaduto con l’Austria-Ungheria, era accaduto nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e anche nella Jugoslavia socialista. Se lo stato doveva esserci, non era detto che ci si dovesse credere. Vienna e Belgrado erano lontane; adesso, però, lo stato è arrivato a Lubiana. All’inizio è stata la storia di un successo. La Slovenia se n’è andata a buon mercato dalla federazione socialista senza cadere nel calderone delle guerre jugoslave.
UN PAESE ORDINATO. Lo standard di vita è rapidamente aumentato e oggi la repubblica figura tra gli Stati europei con il più alto livello di benessere. L’aspettativa di vita in buona salute supera la media dell’Unione europea. La forbice tra ricchi e poveri è una delle più chiuse del continente, il livello di uguaglianza è alto, il tasso di povertà bassissimo, le retribuzioni superano la media europea, la protezione sociale funziona. La stabilità nell’instabilità generale in Europa e nel mondo, però, desta qualche preoccupazione.
Gli assetti geopolitici globali stanno cambiando e l’Ue appare molto meno indissolubile di quanto lo fossero l’Austria-Ungheria e la Jugoslavia. L’incertezza sul futuro si fa sentire. Le statistiche dicono che la Slovenia è tra le nazioni più sicure e stabili del pianeta, ma i numeri contano poco. In questi anni, gli sloveni sono sempre meno soddisfatti di come stanno andando le cose a casa loro. Credono che la corruzione li stia soffocando. Ne parlano tutti, dai politici alle persone nei bar, e lo confermano anche i rilevamenti sulla corruzione percepita, che è considerata altissima.
La Slovenia è un paese ordinato: una multa comminata da un vigile non può essere cancellata con una telefonata, e i politici o gli altri pezzi grossi che guidano in stato d’ebrezza finiscono a smaltire la sbornia in gattabuia e il giorno dopo sui giornali. La questione è un’altra e riguarda quella fitta trama di relazioni che in un paese di due milioni di abitanti permette a tanti di avere amici molto in alto. La cosa pare intollerabile a chi non ce li ha. L’acronimo usato è VIP: “veze in poznanstva” – agganci e conoscenze – in parole povere, santi in paradiso.
I problemi strutturali però esistono. Se il rinnovo della patente di guida si sbriga in pochi minuti, non è così quando sono in gioco permessi edilizi o ambientali. La giustizia è lenta e farraginosa, mentre le cause arretrate aumentano. Negli ultimi anni il problema della casa è diventato sempre più impellente: i giovani faticano a trovare un alloggio, i prezzi degli immobili sono in rapida ascesa e le politiche abitative si sono rivelate inadeguate, in un Paese dove il tasso di proprietà delle abitazioni è elevatissimo. Cresce anche l’insoddisfazione per l’assistenza sanitaria. Le cure sono gratuite e di buon livello, ma il problema resta la carenza di medici di base e le lunghe liste d’attesa per le visite specialistiche. In sintesi: ti curano, e ti curano anche bene, ma il problema è arrivarci.
PRODUTTIVITÀ, COLLEGAMENTI, ASSENTEISMO, ECONOMIA. Arranca anche il comparto economico. La produttività è bassa, la deindustrializzazione strisciante, le imprese spendono poco in innovazione e puntano ancor meno a un’economia con maggior valore aggiunto. L’investimento sulle energie rinnovabili non decolla, anche se acqua, sole e vento non mancano. Ad aumentare l’inquinamento ci pensa il traffico. La rete autostradale è stato il più grande e riuscito investimento infrastrutturale realizzato dopo l’indipendenza: quando Capodistria venne collegata a Lubiana si arrivava nella capitale in un battibaleno; adesso la tratta è diventata una vera avventura, con cantieri permanenti, colonne di camion e blocchi per incidenti. La rete ferroviaria, invece, non è mai stata rilanciata e l’alta velocità è un concetto che non sembra interessare nessuno.
Un’altra questione che pesa su tutti i settori è quella dell’assenteismo. Gli sloveni hanno molte ferie e molti permessi, soprattutto nel settore pubblico, ma i tassi di assenza per malattia sono tra i più elevati in Europa. Gli esperti parlano di causa naturale: l’età pensionabile è stata alzata e gli ultrasessantenni si ammalano con più facilità. In ogni caso, la forza lavoro invecchia rapidamente, la crescita demografica è bassa e l’occupazione è alta. Le imprese faticano a trovare personale. Ci sarebbe bisogno di immigrati, ma questi non sono accolti a braccia aperte. L’Ufficio per le analisi macroeconomiche, in un recente rapporto sulla qualità della vita in Slovenia, parla di scarsa coesione sociale e sulla bassa tolleranza verso i diversi. L’indice è puntato su Rom, stranieri, minoranze etniche e sessuali. Ed è proprio questo che starebbe diventando un fattore sempre più limitante per lo sviluppo.
Nel verde paradiso sloveno, nei fine settimana le persone caricano sulle loro auto costose biciclette, altri sistemano il surf sul tetto o gli zaini da montagna nel bagagliaio. Sono pronti per le epiche imprese sportive del sabato e della domenica, che racconteranno il lunedì ai colleghi in ufficio. Molti partiranno da soli, cronometro alla mano, per battere il proprio record di corsa in salita o di cronoscalata. È l’universo in cui “l’uomo sloveno” si muove nella sua “dežela”, quella regione, terra, Paese e patria che ha sempre amato e tutelato, e in cui ha creduto molto di più che nello Stato.
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