Minoranze e villaggi Potëmkin

Foto: Goran Ferbezar/PIXSELL

La gradualità va bene, però come in tutte le cose l’importante è non esagerare. In soldoni è stato questo il monito lanciato dalla Corte costituzionale alle autorità locali di Vukovar. I giudici, invitati dalla Commissione parlamentare per i diritti dell’uomo e delle minoranze, a prendere posizione sull’attuazione dei diritti minoritari nella città martire sul Danubio, si sono richiamati a dei principi che possono valere in genere quando si parla della protezione delle comunità nazionali in Croazia, ma anche altrove. In altre parole vanno bene le disposizioni in cui si parla di ampliamento graduale dei diritti minoritari a qualche territorio dove la situazione storica è più delicata, però simili norme non vanno strumentalizzate per rinviare all’infinito, ad esempio, l’introduzione del bilinguismo visivo. Nel caso della città martire delle insegne a caratteri cirillici.
Certo, si parla di Vukovar, una città che nell’ultimo conflitto ha vissuto tragedie inenarrabili, ma nella quale negli ultimi decenni – a parte la levata di scudi contro l’ordinanza del governo Milanović di anni fa sulla collocazione delle tabelle bilingui – seppure a fatica si è riusciti a costruire in molti casi quel clima di convivenza pacifica e di tolleranza che altrove in Croazia è o dovrebbe essere ormai un fatto acquisito. Proprio alla luce dell’esigenza di dimostrare la necessaria sensibilità nei confronti della città martire, la Corte costituzionale non ha considerato controversa la disposizione dello Statuto di Vukovar in base alla quale il Consiglio municipale a scadenza annuale è chiamato a esaminare se sia stato conseguito un livello di comprensione reciproca, solidarietà, tolleranza e dialogo tra i cittadini tale che si possa procedere all’estensione dei diritti minoritari in linea con i dettami della Legge sull’uso delle lingue delle comunità nazionali. Però il Consiglio municipale di Vukovar ha l’obbligo già a ottobre di riesaminare quanto fatto nell’applicazione della Legge. Come dire, quella disposizione statutaria, legittima viste le tragedie del passato non dev’essere strumentalizzata per rinviare all’infinito quanto promesso alla minoranza in questione.
Le conclusioni a cui sono arrivati i giudici nell’analizzare la situazione nella città danubiana però vanno al di là del singolo caso. La posizione dei magistrati infatti non è nuova: già in precedenza, nel 2014, avevano esortato il governo di Zagabria a muoversi e a rinvenire i meccanismi legislativi necessari per evitare che singole autonomie locali possano ostacolare l’attuazione della Legge sull’uso delle lingue minoritarie. Singoli giudici della Corte, nelle loro prese di posizione differenziate sull’argomento, sono andati stavolta anche più in là, sottolineando che i diritti garantiti dalla Legge senza che vi sia alcuna possibilità di realizzarli davvero non possono essere definiti diritti. Essi diventano una sorta di “villaggi Potëmkin, danno un quadro sbagliato della situazione mostrandoci qualcosa che nella realtà non sussiste”.
Certo, in diversi casi le ferite del passato, come a Vukovar, continuano a sanguinare. Anche qui la Corte costituzionale per bocca del suo presidente Miroslav Šeparović, ha dato una risposta: “Comprendo le emozioni. Sono consapevole dei traumi, ma dobbiamo guardare al futuro. Anche il generale Gotovina all’uscita dal carcere dell’Aja ha dichiarato che la guerra è finita e che dobbiamo volgere lo sguardo al futuro”. Sono messaggi questi che non valgono soltanto per l’ultimo conflitto in Croazia. A maggior ragione queste parole possono essere utilizzate là dove s’insiste a dare letture a senso unico della storia, senza tenere conto di tutta la sua complessità. Con la tentazione magari di rivedere al ribasso i diritti mimoritari.

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