Lottiamo per abbattere gli ultimi confini

foto: Goran Žiković

Domenica abbiamo votato, assieme a quasi 400 milioni di altri cittadini europei, per il rinnovo dell’Europarlamento. Una consultazione di vitale importanza per il destino dell’Unione europea, insidiata dall’avanzata dei sovranismi e dei populismi, da nuovi e pericolosi venti tesi a disgregare ciò che resta degli ideali europei, nell’eterna contesa fra eurofobi ed europeisti. I primi risultati ci stanno indicando i chiaroscuri e le incertezze dell’attuale architettura europea. Stanno mettendo a nudo quanto si sia ancora lontani dal sogno della vera unità del nostro Continente, dagli ideali di Altiero Spinelli, Robert Schuman e Jean Monnet.
Quello che dobbiamo chiederci ora non è tanto ciò che potranno fare, sulla base dei nuovi equilibri elettorali, i grandi gruppi politici europei, le cancellerie, gli eurotecnocrati, ma quello che dovremo fare noi, cittadini europei, nei nostri territori di residenza, nel nostro piccolo contesto locale. La nostra influenza sui grandi processi europei è sicuramente minima. Ma ricordiamoci: il granello riempie lo staio.
La sfida delle elezioni, appena concluse, ci impone un quesito. In che misura ci sentiamo realmente europei? Quanto profonda è la nostra esigenza di costruire l’Europa qui a casa nostra, nella vita di ogni giorno, di dare vita a un’Europa unita non più ostaggio dei governi nazionali e degli Stati, dei vecchi o nuovi egoismi, dei nazionalismi, ma espressione della volontà dei cittadini? Crediamo nella possibilità di edificare un’“Europa dal basso”?
L’Europa non si fa a Bruxelles o a Strasburgo, ma nelle battaglie quotidiane che conduciamo – prima e dopo le elezioni – nelle nostre città per la democrazia, la giustizia sociale, la solidarietà, la dignità delle minoranze, per i valori di libertà, di pluralismo culturale, linguistico, religioso, d’opinione. L’Europa avrà un futuro nella misura in cui ci sentiremo europei, continueremo a batterci per i suoi ideali, nella speranza di vivere un giorno nella più grande compagine democratica sovranazionale del Pianeta, simbolo della libertà dei diversi, dell’unità nella diversità.
Spesso ci diciamo delusi dell’attuale funzionamento dell’impianto europeo, delle sue istituzioni: le sentiamo lontane, inadeguate, insufficienti a rispondere ai nostri reali bisogni, ad alimentare le nostre speranze. La verità è che spesso l’Europa non è qui, e noi non siamo l’Europa perché il suo processo sinora è avvenuto in senso inverso: dall’alto verso il basso e non il contrario, per effetto delle politiche e delle volontà degli Stati e non dei cittadini, delle persone. Siamo diventati una grande unione economica, doganale, monetaria, un mercato unico, il più vasto e ricco del Globo: non una “polis”, una comunità di destino.
Abbiamo lasciato fare agli Stati, ai governi, alle élite nazionali, agli interessi economici: noi cittadini abbiamo avuto un ruolo passivo, non ci siamo battuti sufficientemente per forgiare l’Europa che vogliamo. Se dovessimo tracciare un bilancio dei risultati del nostro “europeismo” in queste regioni rimarremmo purtroppo delusi. E deludenti – certo non per colpa nostra – sono soprattutto i frutti, gli effetti che l’integrazione europea ha prodotto in quest’area, nell’Alto Adriatico.
A 62 anni dalla nascita della CEE con il Trattato di Roma, a 26 anni dall’avvento dell’Unione europea con i Trattati di Maastricht e poi di Lisbona, a tre lustri dell’entrata della Slovenia e a sei anni dall’entrata anche della Croazia nell’Unione quanta »Europa« siamo riusciti a costruire a casa nostra, da Trieste a Fiume, da Capodistria a Pola? Certo, siamo diventati più liberi di spostarci, di viaggiare, di lavorare, di studiare, rispetto ai decenni precedenti. Le nostre economie, le nostre istituzioni e in parte anche le nostre culture, le nostre abitudini si stanno gradualmente integrando, gli strumenti ed i progetti europei hanno contribuito ad avvicinarci. L’abbattimento dei confini fisici tra Italia e Slovenia è stato un impareggiabile traguardo.
Ma quante sono ancora le lacune, le occasioni perdute, le sfide europee non colte, in quest’area? Ci troviamo ad essere ancora divisi, nella nostra macroregione, da un confine esterno, di Schengen, fra Slovenia e Croazia (guarnito recentemente dal filo spinato per contenere i flussi migratori). Siamo forse l’unica regione d’Europa ad avere in meno di 40 chilometri ben due frontiere statali. L’unica grande divergenza su questioni territoriali tra Croazia e Slovenia si concentra in Istria, nel Golfo di Pirano. Il progetto di un’Euroregione, di un GECT che unisca quest’area, superando le barriere nazionali, tarda assurdamente – nonostante tutti i tentativi – a concretizzarsi, anzi sembra essere quanto mai lontano.
Sul piano delle infrastrutture, dei collegamenti siamo rimasti quasi ai livelli di un secolo fa, e per molti aspetti in condizioni peggiori di quelle dei tempi di Francesco Giuseppe. Niente autostrade che attraversino i confini fra Trieste e Fiume o Trieste e Pola, di ferrovie non parliamo: sono state smantellate o ridotte anche quelle di cent’anni fa. Fra Trieste e Capodistria manca una manciata di chilometri di binari. I collegamenti marittimi sono degni di un Paese del terzo mondo. L’interazione e la sinergia tra i porti dell’Alto Adriatico – nonostante l’apporto del NAPA – langue. I nostri cantieri navali dopo 160 anni (oltre un secolo per Fiume) stanno per essere smantellati. Sinora in Istria e a Fiume, quanto a infrastrutture, sono state messe soltanto delle toppe: un po’ poco per dirci – sotto questo aspetto – europei: basti fare un confronto con altre aree in Europa, dove in questi anni sono stati fatti progressi incomparabili.
Per quanto concerne i diritti delle minoranze, della convivenza e dell’affermazione della CNI sono stati fatti negli ultimi decenni dei grandi passi avanti grazie anche al ruolo di “laboratorio” del regionalismo istriano. Ma recentemente assistiamo all’indebolimento di questa spinta, a un’assuefazione all’inazione, all’indifferenza e, in qualche caso – riflesso per fortuna di fenomeni esterni, importati – a una recrudescenza dei nazionalismi, delle xenofobie. Registriamo dei timidi, insufficienti e tardivi progressi a Fiume – sotto la spinta di Fiume Capitale Europea della Cultura nel 2020 – mentre in Istria avvertiamo la necessità di un “tagliando” ai valori e all’applicazione pratica di un bilinguismo formalmente avanzato, ma ancora “verde” e da conquistare nella sua reale dimensione sociale. Da parte italiana – per quanto concerne la nostra minoranza – sembra non ci si sia accorti che la Slovenia e la Croazia sono entrate in Europa.
Gli Stati con i loro egoismi, le loro miopie, i loro ritardi continuano a spadroneggiare in questo piccolo pezzo di continente unito che è casa nostra, in regioni che sono sempre state storicamente “Europa”, “laboratori” europei per eccellenza. Non lasciamoglielo fare. L’Europa è un sogno, un destino, un percorso. Un’avventura che merita di essere vissuta. Concluse le elezioni non deve esaurirsi il nostro impegno di cittadini: la nostra volontà di costruire una salda, forte Euroregione in questa piccola area nord-adriatica, di edificare nuove relazioni. C’e bisogno della nostra mobilitazione morale, prima ancora che politica, per vincere questa sfida. L’Europa è qui, dove viviamo: siamo noi. Impediamo che ci scippino questa speranza. E lottiamo per abbattere gli ultimi confini.

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