L’OPINIONE Come continuare a (r)esistere

Palazzo Modello a Fiume, sede dell'Unione Italiana. Foto Ivor Hreljanović

Alcuni articoli apparsi recentemente sulla stampa italiana e lo stesso clima politico di questi giorni stanno ponendo in risalto l’attuale condizione della comunità italiana in Istria, Fiume e Dalmazia e ci impongono di riflettere con grande senso di responsabilità sulla realtà, i problemi e le prospettive della minoranza.
Il punto principale, al di là dei tanti aspetti politici ed organizzativi riguardanti le istituzioni del gruppo nazionale che necessiterebbero di un coraggioso processo di cambiamento, è quello dell’affermazione, oggi, della nostra identità, del senso di appartenenza nazionale, linguistico e culturale dei connazionali “rimasti”.
Ci chiediamo, in sostanza, quale sia, fra di noi e in particolare fra i nostri giovani, il livello di “consapevolezza” e di “orgoglio” di appartenere alla componente nazionale italiana, di essere dunque gli eredi di uno straordinario patrimonio culturale. E, soprattutto, in che misura siamo disposti a batterci in difesa di questa identità.
Questo è il nodo fondamentale. Tutto il resto: le necessarie riforme democratiche, i cambiamenti politici delle nostre istituzioni, il rispetto dei valori del pluralismo, dell’alternanza e del ricambio, l’affermazione del bilinguismo e dell’autonomia culturale, scolastica e politica sul territorio, la difesa dei nostri diritti acquisiti, della nostra soggettività, dell’uniformità di trattamento e dell’unità della minoranza, il ruolo delle nostre scuole come strumento per la formazione dell’identità nazionale e di riproduzione della nostra cultura, non possono che dipendere da questo fattore, ovvero sono la naturale conseguenza dell’esistenza oppure no di un forte, convinto, reale senso di appartenenza.
Non riusciremo mai a conseguire il rispetto concreto del bilinguismo, una reale parità linguistica e dunque politica e culturale nel nostro territorio d’insediamento storico se non saremo consapevoli della portata e della forza della nostra identità e pronti parimenti a difenderla, con orgoglio, ogni giorno. Il bilinguismo non è un diritto concessoci da qualche burocrate, un’opzione qualunque che possiamo scegliere di utilizzare a piacere oppure a cui comodamente possiamo rinunciare; è un processo che dipende soprattutto da noi, dalla nostra volontà di batterci per farlo rispettare. È l’indicatore principale dell’esistenza dei nostri diritti linguistici e nazionali quali diritti collettivi, del territorio. La conferma che esistiamo e siamo riconosciuti come comunità, collettività, componente fondamentale di un ambiente sociale, espressione autentica dell’autonomia e della specificità di un’entità territoriale e politica.
Non riusciremo mai ad affermare compiutamente il ruolo e la funzione delle nostre scuole quali nuclei formativi dell’identità e della sua trasmissione alle generazioni future, come fattori riproduttivi della nostra eredità culturale, se perderemo di vista l’importanza dello sviluppo della nostra identità nazionale, se non saremo consapevoli noi stessi, innanzitutto, qui ed ora – a partire dagli operatori scolastici e dai genitori – della centralità di questo valore.
E questo vale, naturalmente, anche per l’avvio dei necessari cambiamenti politici e processi di riforma democratici all’interno nelle nostre associazioni e strutture rappresentative, ad ogni livello. Se perderemo di vista l’obiettivo fondamentale dell’affermazione della nostra identità, del nostro orgoglio di appartenere ad una comunità indivisa, ad un popolo, nessuna riforma, nessun cambiamento potrà avere un senso, né potrà dare i risultati sperati.
Per troppo tempo le nostre energie sono state rivolte verso altri obiettivi: quello della gestione delle risorse finanziarie provenienti dall’Italia, spesso erogate seguendo canoni troppo complessi e farraginosi e non tenendo conto, in qualche caso, delle reali esigenze e, soprattutto, della soggettività e dell’autonomia, in particolare quella economica, della minoranza. O nella gestione quotidiana della complicatissima macchina organizzativa delle istituzioni della minoranza, di una struttura associativa diventata articolatissima, espansasi considerevolmente sul piano quantitativo, e molto meno a livello qualitativo. Troppe energie sono andate sprecate in azioni e confronti determinati più da posizioni personali, da interessi di parte, che da reali valori, principi o interessi generali. Troppe risorse umane e soprattutto intellettuali in questi anni sono andate disperse.
Stiamo assistendo ad un lento, ma continuo degrado del senso di appartenenza nazionale, a un indebolimento identitario del corpo sociale della minoranza, e dunque alla sua graduale assimilazione. Lo stiamo avvertendo soprattutto – per fortuna con qualche lodevole eccezione – fra i giovani, tra gli alunni delle nostre scuole, quale effetto quasi inevitabile dei numerosi matrimoni “misti”, dei condizionamenti quotidiani di un ambiente in cui la nostra lingua e la nostra cultura sono sempre più emarginate. Il processo di sradicamento, di emarginazione nazionale, linguistica, culturale, e dunque sociale e politica a cui è stata sottoposta – nel dopoguerra e per oltre un settantennio – la nostra comunità, non si è arrestato del tutto, ed anzi continua a manifestarsi e produrre i suoi effetti anche nel nuovo contesto politico e democratico.
Nel dopoguerra, con l’esodo e quale conseguenza di un preciso disegno politico, la comunità è stata letteralmente decapitata della sua classe intellettuale e dirigente, di un’“intellighenzia” degna di questo nome in grado di promuovere e difendere – tranne rari e straordinari casi, come ad esempio quello, luminoso, di Antonio Borme – le reali istanze degli italiani.
Ad essere sacrificati sono stati innanzitutto la “fierezza” e l’”orgoglio” nazionali, la reale autonomia culturale di quello che era rimasto della classe dirigente, degli intellettuali, dei professori e degli insegnanti del gruppo nazionale. Abbiamo resistito – e continuiamo fortunatamente ad esistere – grazie all’impegno e al sacrificio quotidiano di un manipolo di insegnanti, di intellettuali e di dirigenti – una minoranza nella minoranza – che hanno saputo coraggiosamente opporsi all’assimilazione e difendere quello che rimaneva della nostra sofferta identità.
Oggi siamo prossimi – quanto a quest’aspetto – a un punto di non ritorno. Rischiamo di consegnare ai nostri giovani un’eredità incapace di “riprodursi” ed evolvere nel tempo, un’”eredità senza eredi”; in altre parole di compromettere la rigenerazione, la trasmissione a chi verrà dopo di noi della nostra identità nazionale e linguistica, del nostro patrimonio storico e culturale (che deve poter maturare ed evolversi), di interrompere per sempre o di ridurre a imbarazzante insignificanza la presenza italiana nell’Adriatico orientale. E questo vale analogamente – ed anzi in modo ancora più palese e stringente – per la nostra componente esodata. Va rilevato con chiarezza – per i tanti nemici che continuano a scommettere sulla nostra scomparsa – che la nostra minoranza è comunque una realtà vitale; conta su una significativa rete culturale, associativa e istituzionale che molte minoranze ci invidiano e che costituisce un potenziale importante per la nostra sopravvivenza, oltre che un baluardo anche per la comunità degli esuli. Una risorsa che dovremmo sfruttare – consapevoli delle nostre debolezze ma anche dei nostri punti di forza – con maggiore saggezza e determinazione.
Il rischio di scomparire rimane comunque sotto traccia.
È un processo che dobbiamo fermare adesso, subito, e non fra qualche anno: altrimenti ne risentiranno i nostri giovani, e dunque le nostre istituzioni, le scuole e le comunità. Una prima grande, difficile “prova” sarà rappresentata dal censimento nazionale che si svolgerà in Croazia l’anno prossimo.
Abbiamo bisogno di una nuova “narrazione” della minoranza (e dell’insieme della componente italiana di queste terre), di proposte e segni di speranza, di progetti concreti, coraggiosi e di ampio respiro, di un rinnovato impegno da parte di tutti, dell’apporto di persone di buona volontà che siano in grado di indicarci un percorso, di mobilitare le nostre energie, di spezzare la rassegnazione, quel senso di impotenza, di sfiducia che ci paralizza.
Ecco perché sarebbe auspicabile convocare quanto prima una specie di “Stati generali” della comunità autoctona italiana, una grande assemblea programmatica debitamente preparata – aperta anche, anzi soprattutto, alle associazioni degli esuli – per definire una chiara strategia comune, un “patto” per il futuro. Alcune proposte utili a questo fine sono state indicate anche dal “Circolo “Istria” nel corso dei suoi due recenti convegni (vedi gli atti e i documenti nel sito https://circoloistria.com).
Dobbiamo mettere da parte vecchie divergenze e dissapori, le innumerevoli divisioni che ci contraddistinguono – segno di dialettica e pluralismo, ma anche in qualche caso di stanchezza, di rassegnazione, di limitatezza di orizzonti – e trovare la forza, il coraggio, la saggezza di unirci attorno a quest’importante obiettivo: la continuità della nostra presenza in queste terre, il nostro futuro, l’affermazione e la difesa dell’identità nazionale e linguistica di una comunità che vuole fieramente continuare ad esistere.

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