LO SGUARDO Wham a Pechino

70
0
LO SGUARDO Wham a Pechino
Deng Xiaoping (foto: Wikimedia Commons)

In questi giorni esce nelle sale cinematografiche il film documentario: – Wham! 10 Days in China -. Nel 1985, quando il muro di Berlino sembrava eterno e la Cina era chiusa, accadde ciò che nessuno si aspettava: il duo britannico Wham era a Pechino davanti a decine di migliaia di spettatori. Il primo concerto di un gruppo pop occidentale in Cina.
Per cercare di capire a quarant’anni di distanza la portata di quel concerto dobbiamo avere lo sguardo rivolto al contesto politico. Il potere era saldo nelle mani di Deng Xiaoping, il leader supremo. Deng aveva cominciato con una politica di – riforma e apertura -. Perciò permise agli Wham, un gruppo pop occidentale, di esibirsi in Cina, non per capriccio, ma calcolo politico. Non fu un’operazione semplice, servirono quasi diciotto mesi di trattative con i funzionari di partito, offrendo in cambio alla Cina di poter esportare la propria musica tradizionale in Inghilterra.

Per i giovani cinesi cresciuti nell’austerità ideologica e nella scarsità materiale del maoismo, la musica pop, con la sua leggerezza, la libertà espressiva, rappresentava la rivoluzione figurata. Alcuni spettatori dell’epoca tra cui la studentessa Rose Tang – che diventerà una protagonista delle proteste di piazza Tienanmen nel 1989 – dissero che quella musica è diventata per loro il desiderio del nuovo, di un’apertura verso il mondo.
Il pubblico cinese, abituato a spettacoli statici, non era in grado di capire appieno quella musica occidentale e non sapeva come comportarsi davanti all’energia scomposta di un concerto pop. C’era chi restava impassibile e chi al contrario veniva ripreso dai funzionari di partito per aver applaudito troppo animatamente. Due mondi, quello della disciplina collettivista e dell’individualismo edonista. A mio parere, la tournée dei Wham in Cina resta un caso di scuola di come la cultura popolare possa aprire crepe politiche che la diplomazia tradizionale fatica a creare. La scelta di Deng non fu un gesto di resistenza né una vittoria ideologica, fu pragmatismo, voluto da un potere che aveva capito di dover concedere qualcosa per non restare tagliato fuori dal mondo.

Tuttavia, ciò che il Partito comunista cinese non era in grado di controllare fu l’effetto che quella musica pop e occidentale avrebbe avuto nell’immaginario inconscio di una nuova generazione: il seme di curiosità, il desiderio di libertà e apertura che fu piantato in soli 10 giorni dei Wham, portò o meglio, germogliò negli anni successivi – fino a piazza Tienanmen -, con le immagini di un giovane cinese davanti a una colonna di carri armati, una figura iconica che rimarrà per sempre nella storia.

Un uomo solo in camicia bianca con un semplice e umile sacchetto della spesa che salì persino su un mezzo per parlare con l’equipaggio, fu portato via dalla folla – o dalla polizia segreta. Non si è mai saputa la sua identità. È rimasto – l’Uomo del Carro Armato -, inserito dal Time tra le cento personalità più influenti del Novecento come – il Ribelle sconosciuto -.
Proprio in questo anonimato risiede la sua forza iconica: un singolo davanti alla macchina bellica di uno Stato, un Davide senza nome contro un Golia d’acciaio. Non fermò la repressione, ma rimane nella memoria collettiva la sua immagine della resistenza dell’individuo verso il potere. Forse è questo l’esito più autentico del seme piantato dai Wham nel 1985: non una rivoluzione compiuta, la prova che anche nel sistema più chiuso e assoluto può nascere un – gesto – di sfida capace di attraversare il tempo.

Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.

L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.

No posts to display