A mia madre, sempre presente anche nei momenti di difficoltà della mia vita con il suo sguardo pieno d’amore. Rovignese e tabacchina che custodiva lo stesso profumo della salsedine e della pietra d’Istria che respirava fin da bambina. L’esodo l’ha portata lontano, in Italia, tra gente sconosciuta, lei abituata al suo piccolo borgo marinaro dove tutti si conoscevano, ma non le ha mai portato via Rovigno. Nel cuore le restava sempre la sua casa in città vecia, con le calli strette e il campanile di Sant’Eufemia a vegliare sulla città. In memoria le dedico queste parole sulla Rovigno medievale perché la città che racconto è, prima di tutto, la sua.
Oggi Rovigno è uno dei borghi medievali più fotografati di tutto l’Adriatico orientale. Ogni anno sono centinaia di migliaia i turisti, da tutto il mondo, che vengono a passare le vacanze in questo borgo marinaro, affascinati dalle calli in pietra istriana, dalla Grisia – la scalinata che porta a Sant’Eufemia –, il Duomo della città, dalle sue case alte e addossate le une sulle altre e dal meraviglioso mare che la circonda su tre lati.
Cosa voleva dire essere una città-scoglio nel Medioevo? Una domanda importante per provare a cercare di capire la Rovigno del XXI secolo. Solo conoscendo la sua storia si può, forse, cercare di capire la Rovigno campionessa del turismo croato, fatta di genti di mare con una mentalità aperta e dalla presenza della minoranza italiana. Una città bilingue. Dove tutti parlano il croato e l’italiano. Esempio del nuovo “rinascimento” europeo a ottant’anni dall’esodo delle sue genti rovignesi, sparse per il mondo, ma con l’anima legata alla città. Una ricchezza culturale per la città e Venezia come laboratorio politico: la Serenissima che ha posto dei limiti al potere, con istituzioni che sono state capaci di dire di no alla concentrazione assoluta del potere. Sicuramente una repubblica oligarchica, ma capace di durare per secoli, fino al 1797, e che ha lasciato un legame indissolubile con la Rovigno odierna.
Nel 1283, un pugno di pescatori e marinai viveva sullo scoglio nell’Adriatico orientale e prese una decisione che avrebbe cambiato tutto. Il 14 giugno dello stesso anno Rovigno d’Istria dichiarava la sua dedizione alla Repubblica di Venezia. Non fu una resa, ma fu un affare.
La Rovigno del XIII secolo non era una penisola come oggi la vediamo. Era un’isola di pietra calcarea bianca, separata dalla terraferma da un canale stretto, difesa su tre lati dal mare. Una posizione perfetta per resistere agli assalti, ma anche per il commercio.
Nel Medioevo tutti desideravano Rovigno, da Capodistria al Patriarca di Aquileia. La piccola comunità istriana era contesa da ogni parte. La scelta fu pragmatica: meglio la Repubblica di Venezia, che offriva protezione, accesso alle rotte marittime commerciali adriatiche e la garanzia di avere istituzioni locali.
La Serenissima in cambio chiedeva fedeltà, tasse e il diritto di nominare il podestà – il governatore della città. I rovignesi accettarono e Rovigno rimase veneziana per 514 anni, fino alla caduta della Repubblica di Venezia per mano di Napoleone Bonaparte, che una leggenda locale afferma abbia dormito a Rovigno, ma storicamente non è vero.
Venezia nominò subito un nobile veneziano a podestà – un forestiero – che non aveva legami con la città e perciò era impossibile da corrompere con favori locali. Il podestà controllava la giustizia penale, le finanze e riferiva ogni cosa al Doge, a San Marco.
Il potere locale era nelle mani di poche famiglie locali rovignesi, che erano quattordici, in ordine alfabetico: Basilisco, Bello, Brionese, Burla, Caenazzo, Colucci, Giotta, Leonardis, Pesce, Quarantotto, Segala, Spongia, Tagliapietra e Vescovi. Non erano nobili, ma erano commercianti arricchiti, capitani di nave, notai. Uomini che avevano costruito la propria fortuna sul porto e la difendevano con la legge.
Nel Medioevo Rovigno aveva tra i 1.500 e i 2.500 abitanti. I pescatori e i marinai erano la spina dorsale della città. I marinai conducevano le navi di Venezia; alcuni rovignesi furono nominati Cavalieri di San Marco.
In città lavoravano i tagliapietra, i fabbri, i falegnami, i sarti e gli agricoltori. Tutte queste categorie erano organizzate in confraternite. Le case erano strette, alte, addossate le une alle altre lungo calli anguste. Ogni stanza era abitata da una famiglia. L’intimità era praticamente inesistente: tutti sentivano tutto, tutti sapevano tutto. La chiave del controllo sociale.
La violenza era parte della vita quotidiana a Rovigno. Marinai, pescatori, artigiani: uomini abituati alla fatica e alle armi. Le risse al porto, le vendette tra famiglie, gli accoltellamenti nelle osterie erano ricorrenti.
Per l’omicidio, la pena era la morte. Decapitazione per chi apparteneva a un certo ceto sociale; impiccagione per il popolo. La testa del condannato veniva esposta pubblicamente, sulle mura, su un palo in piazza. Oltre alla punizione, era un messaggio per tutti.
Chi poteva, pagava. Le pene pecuniarie erano la norma per i reati meno gravi. Chi non aveva denaro subiva la pena corporale. Chi era ricco poteva permettersi la clemenza. La giustizia era formalmente uguale per tutti, ma nella pratica pesava diversamente sui poveri e sui ricchi.
Bestemmiare Dio, la Madonna o i Santi non era solo peccato, era un reato penale. Chi offendeva Dio con la bocca minacciava le basi stesse dell’autorità pubblica.
Le pene erano calibrate sul ceto. I ricchi pagavano una multa, che era – doppia – per i nobili, come tassa sulla loro arroganza. I poveri venivano frustati per le vie della città, trascinati da calle in calle sotto gli occhi dei vicini. Non era solo dolore fisico: era la distruzione pubblica dell’onore.
In una società in cui la reputazione era tutto – in cui un uomo disonorato non veniva creduto nemmeno come testimone in tribunale – quella umiliazione aveva effetti che duravano per anni.
Avere un’amante fuori dal matrimonio era un reato. Non perché la morale medievale fosse particolarmente più severa della nostra, ma perché il matrimonio era prima di tutto un contratto economico. Le doti erano enormi impegni finanziari; le alleanze matrimoniali costruivano e consolidavano fortune. Un adulterio, oltre a essere un tradimento sentimentale, era una minaccia alla trasmissione del patrimonio e all’ordine sociale delle famiglie.
Le pene erano profondamente asimmetriche. La donna adultera rischiava il bando dalla città di Rovigno, la perdita della dote e, in certi casi, pene corporali. L’uomo infedele subiva sanzioni più miti, soprattutto se la relazione avveniva con una donna di ceto inferiore.
Il concubinato era tollerato nella pratica, ma perseguitato in teoria. Molti vivevano in unioni irregolari – marinai assenti per mesi, vedovi, uomini senza risorse per una dote. Nessuno li denunciava finché non era conveniente farlo. Ma quella tolleranza poteva sparire in un istante: un vicino ostile, un rivale in affari, una famiglia offesa e tutto cambiava, trasformando una convivenza tranquilla in un processo penale.
Tuttavia, il controllo sociale a Rovigno nel Medioevo era basato su tre pilastri: il podestà veneziano, il consiglio maggiore e la Chiesa. Ma il pilastro più efficiente era il vicinato. In calli dove le case si toccavano, dove le finestre si affacciavano a meno di due metri di distanza, dove il calore del focolare si sentiva nella stanza accanto, la sorveglianza era ovunque e in ogni momento, ininterrotta e involontaria. Non erano spie, ma bastava vivere lì. Era un sistema imperfetto, fortemente classista, ma era l’unico che la piccola comunità rovignese avesse trovato per tenere insieme una città su uno scoglio, sotto le insegne di San Marco per cinque secoli.
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