Da cittadini europei viviamo un forte senso di stanchezza nei confronti dell’Unione Europea e delle sue istituzioni. Secondo gli ultimi sondaggi del 2025, circa il 52% degli europei ha fiducia nell’Unione, il livello più elevato negli ultimi 18 anni.
I prezzi crescono dagli alimentari, alla luce e gas, mentre i salari a causa dell’inflazione perdono potere d’acquisto. Le opportunità sono minori, l’ascensore sociale è fermo, le disuguaglianze aumentano. Il merito, la capacità è una chimera. Mentre il resto del mondo corre.
Vi è chi ha iniziato con una visione o in un garage, ed ora ha società multinazionali conosciute nel mondo come: Nvidia, OpenAi, Google, Amazon, Microsoft, Facebook.
Continuiamo a vivere come se il mondo non è cambiato. Ci illudiamo di fermare le immigrazioni costruendo alti muri di filo spinato. Sembra che la storia del passato non abbia insegnato nulla. Ricordiamoci di come è avvenuta la caduta dell’Impero Romano sotto la spinta proveniente dall’Est Europa, ora arriva dal Mediterraneo.
I giovani talenti per emergere fuggono all”estero, per un domani migliore. Viviamo un inverno demografico, i figli non nascono e serve un cambio di rotta. In Europa pare dominare la mediocrazia, l’egoismo e non l’eccellenza, la meritocrazia.
Siamo diventati un popolo di anziani che difende la loro comfort zone a spese dei giovani. Nessuno investe. La ricetta europea fatta di unione doganale, moneta unica e mercato aperto, non basta più. Siamo pieni di crepe.
Quale Europa vogliamo?
L’Europa che ha puntato per decenni sulla cooperazione di Stati sovrani – unione confederale – non funziona più e stiamo insieme sul commercio, siamo divisi sull’energia, sulla politica estera, sulla difesa comune.
Quando esplode una crisi ai nostri confini siamo divisi. Con i giganti globali come Stati Uniti, Cina, Russia, Medio Oriente, l’Europa è fragile, impotente, lenta.
Troppo difficile mettere d’accordo 27 Stati nazionali.
L’Europa non cresce, i giovani faticano a trovare lavoro qualificato, le imprese nazionali hanno meno opportunità per innovare. Dipendiamo da tecnologie americane e ora cinesi – come europei non decidiamo autonomamente.
Ventisette nazioni, ventisette interessi diversi, ventisette veti. Ogni decisione rischia di diventare un compromesso al ribasso.
Sempre più politici ed economisti, cominciano a dirlo: serve un cambio di rotta: un passaggio dell’Europa da – confederale – a – federale -. Chi non ci sta può uscire dalla UE come ha fatto la Gran Bretagna con la Brexit.
Non basta un mercato unico, ma una vera unione politica, una politica estera comune che parli con una sola voce nei confronti internazionali. Farsi carico dell’Africa come possibile forza lavoro in Europa, dopo adeguato tirocinio nel loro Paese, con fondi privati europei. All’inizio di anno scolastico ci sono sempre meno studenti.
Serve un esercito europeo, per non dover dipendere più esclusivamente dalla NATO e dai capricci di Trump, per difendere i nostri cittadini.
Serve un bilancio europeo federale, capace di finanziare grandi investimenti comuni e moderne infrastrutture con un rilancio della ricerca tecnologica, facendo in modo di trattenere i neolaureati, sviluppate AI, la ricerca nucleare di ultima generazione, investire in nuove visioni e aziende innovative, lavoro qualificato, accordi internazionali per le terre rare. Infine, non ultimo, la corsa allo spazio.
Superare i nazionalismi che rallentano ogni decisioni e alimentano la sfiducia tra i cittadini europei e le proprie istituzioni. Un dibattito che pare astratto, ma non lo è.
Significa decidere sul futuro dei nostri figli, dobbiamo uscire dal guscio che ci siamo costruito in questi anni.
L’Unione Europea si trova a un bivio: tra la somma di Stati nazionali sempre più irrilevanti sulla scacchiera globale. I dazi imposti da Trump e che “obtorto collo”, abbiamo dovuto accettare con la scena pietosa della von der Leyen, che con il cappello in mano si è recata nel golf privato di Trump in Scozia, ad accettare dazi al 15%. Ha dimostrato l’impotenza e il mancato orgoglio europeo ad accettare un accordo politico negativo per noi europei.
Vogliamo restare spettatori del mondo che cambia o diventate protagonisti.
Tuttavia, la crisi del modello europeo non è la fine, ma un campanello d’allarme. La strada federale non sarà facile, ma irta di insidie, ostacoli, colpi bassi ed incontrerà il fuoco amico, forti resistenze, ma è l’unica strada per salvare la visione di noi europei: la libertà, lo Stato di diritto, la democrazia, il welfare e la redistribuzione della ricchezza, in un mondo sempre più individualista ed egoista. Per un futuro migliore e per un’Europa che sia all’altezza delle sfide del XXI secolo.
Tuttavia, non si tratta di scegliere tra più o meno Europa, ma se vogliamo un’Europa forte unita e giusta, pronta a giocare da protagonista sulla scacchiera geopolitica mondiale, ovvero se vogliano continuare a delegare ad altri ed essere tante piccole patrie deboli e isolate.
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