LO SGUARDO Luna e Andrea. La partita a scacchi della vita

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LO SGUARDO Luna e Andrea. La partita a scacchi della vita
Foto: Ivor Hreljanović

Nella realtà,
a differenza degli scacchi,
il gioco continua
dopo lo scacco matto
(Isaac Asimov)

Sarebbe opportuno attraverso dei progetti finanziati dall’Unione europea portare il gioco degli scacchi nelle scuole elementari e medie, nelle Comunità degli Italiani in Croazia e Slovenia. Fare diventare la scuola un luogo aperto. Dove dare ai bambini l’opportunità di imparare il nobil gioco, per diventare dei cittadini migliori, consapevoli, rispettosi delle regole e dell’avversario. Desidero raccontare una favola, una storia cruda distopica, che parla del valore educativo e pedagogico degli scacchi. Sono di parte, gioco a scacchi da quando avevo cinque anni, grazie a mio padre. Desidero dare il mio contributo alla terra meravigliosa dei miei genitori, l’Istria.

Immagina di vivere in un mondo distopico, periferico, tossico dimenticato da tutti. Fatto di soprusi, violenza, droga, marginalità. Con enormi casermoni tutti uguali e senz’anima. Dormitori anonimi controllati da bande criminali che come cani scabbiosi sono pieni di rabbia e combattono per sopravvivere. Un mondo distopico senza opportunità dove decide il caso. Se nasci figlio di un ladro farai il ladro, se nasci figlio di una prostituta farai il suo mestiere, il più antico del mondo. Una società malata in cui i bambini abbandonano la scuola a dieci, undici anni per vendersi al soldo di criminali senza scrupoli privi di onore e dignità che li usano come venditori di droga, come venditori di morte. Criminali tossici, nocivi, inutili come l’edera da estirpare prima che soffochi chi le dà la vita. Famiglie assenti prese dal tran-tran dai problemi quotidiani. La vita è dura per tutti, ma se sei povero lo è ancora di più. Istituzioni inesistenti che hanno perso ogni contatto con la realtà abbandonano le periferie per ritirarsi sulla collina in fortini circondati da filo spinato con la videosorveglianza h24 e guardie armate. Boss della droga che vivono in case lussuose con parco e piscina circondate da alte mura. Hanno macchine e moto di grossa cilindrata. Un benessere effimero, fittizio, apparente, comprato con i soldi di disperati drogati che per una dose sono disposti a tutto.

Qui vive Luna. È ucraina figlia di una guerra inutile e incomprensibile come tutte le guerre. Vive nella periferia anonima di una grande metropoli da quando aveva cinque anni. Sua madre si è trasferita per dare un futuro alla figlia dopo che il padre è stato ucciso nella guerra del 2014 nel Donbass. Non conosce altro, questo ora è il suo mondo. Alta per i suoi tredici anni, capelli lunghi, rossi, occhi verdi, seni piccoli poco sviluppati, una carnagione chiara piena di lentiggini, un corpo perfetto, si muove con una grazia naturale. Parla poco e a differenza delle sue amiche tiktoker che sono sempre connesse con lo smartphone ama giocare a scacchi, vuole pensare, le piace riflettere. È stato il padre a insegnarle a muovere il cavallo, il re, la regina. Ogni volta che gioca pensa a lui. Non è una spingi legno. Perde quasi tutte le partite, non ha dimestichezza con il gioco immortale. Poi le cose cambiano, continua a giocare a scacchi e sviluppa nuove strategie e tecniche, comincia a vincere. Conosce un ragazzo, Andrea, dai capelli neri, occhi scuri, la pelle come l’ebano, un fascino esotico. Nato in Italia da genitori Tuareg, gli uomini blu del deserto del Sahara. Con tradizioni, usi e costumi matriarcali. In casa è la madre a prendere le decisioni e a guidare la famiglia. Ha sedici anni, è più grande di Luna. Vivono nello stesso quartiere. Andrea è un ragazzo strano, forse strambo. Non si droga, non beve, non fuma. Rispetta i genitori. Non fa il galoppino per i venditori di droga, per i venditori di morte. Molti erano suoi amici, da piccoli giocavano insieme. Hanno preso strade diverse. Non si fidano di lui, lo vedono come un estraneo, lo credono un infame perché non vuole i soldi facili della droga. Vuole studiare, andare a scuola, cercare di avere un’opportunità, è curioso, intelligente. Vuole laurearsi. È solare, gioca a scacchi, ha conosciuto il nobil gioco al liceo e da quel momento è diventato il più bravo. Luna e Andrea si sono incontrati alla fermata dell’autobus che porta in centro. Dalla tasca di Andrea cade il cavallo. Luna lo raccoglie e nel darglielo lo guarda negli occhi: “Sai giocare a scacchi”. Se ne innamora in quell’istante. Il principe azzurro delle favole, dei suoi sogni di bambina. Così si sono conosciuti. Il caso, il destino, Dio. Sono credente, mi piace pensare che sia stata la volontà di Dio. Da quel momento sono diventati amici. Si vedono nei giardini del quartiere per giocare a scacchi. Non parlano molto, anzi quasi per niente, si mettono seduti uno di fronte all’altra separati dalla scacchiera. Si cercano con gli occhi, con lo sguardo si desiderano, si amano di un amore puro, intenso, senza limiti, senza confini e cominciano a muovere i pezzi sulla scacchiera. Prima i pedoni, poi i cavalli, le torri, gli alfieri, i re, le regine, fino alla mossa finale dello scacco matto. Si dimenticano di tutto, della realtà che li circonda, della violenza, della gente cattiva, invidiosa, egoista con scarsi principi e priva di valori etici. Personaggi ambigui, opachi, oscuri come ratti che escono dalle fogne, come gli imprenditori intercettati che esultano alla notizia del terremoto all’Aquila perché si sarebbero spartiti i soldi della ricostruzione. Vivono entrambi nelle case dei “puffi” come vengono chiamate le case popolari del loro quartiere. Sono liberi, si sentono liberi, sono felici, gli scacchi sono la loro passione. Si amano immensamente. Sono grati a Dio per averli fatti incontrare, per il dono della vita. Sono benedetti da Dio. Insieme si sentono forti, si fanno coraggio e sono pronti ad affrontare la partita a scacchi con la vita. Buona fortuna, Luna e Andrea.

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