Comincio con i Simpson: “Attenzione, alcuni pazzi mostri su un’isola da qualche parte governano segretamente il mondo”.
Gli abusi sui minori non sono deviazioni marginali, ma il prodotto di sistemi che privilegiano “reputazione, potere” rispetto a bambini molestati e abusati sessualmente. Il lato oscuro della politica, con l’assioma che la pedofilia esiste in tutti gli strati sociali, dai più poveri ai più ricchi, dai più ignoranti ai più intellettuali. Esiste nei Paesi poveri e in quelli ricchi. Peggio della guerra, della sottomissione della donna. Una prepotenza che molto spesso non viene denunciata, ma l’abuso è diffuso nella società.
Alcuni parlano che un bambino su tre è soggetto di molestie e abusi sessuali. Tale percentuale non piace e non viene creduta, poiché la collettività è contraria ad andare nel profondo per paura di vedere e forse capire la bruttezza del mondo in cui siamo costretti a vivere.
Quando è il governo a pubblicare i file compromettenti significa che quei file non lo sono più. L’Instagram ora, pullula di contenuti sugli Epstein file, ma nessuno dice che sono inutili e no perché non contengono importanti informazioni, ma perché il modo in cui sono stati messi a disposizione e in cui sono fruiti li rendono superflui. Chi crede e spera con questo nauseante scandalo cambierà qualcosa nell’establishment si illude in maniera inutile.
Ci sono più di 3 milioni di file pubblicati sul sito DOJ (Dipartimento di Giustizia) governativo statunitense. Pagine e pagine che sono totalmente decontestualizzate e rese incomprensibili alla maggior parte delle persone. Le notizie più rilevanti vengono diluite e aumenta il caos perché tutti vogliono parlarne.
In fondo Epstein è morto, Trump al suo ultimo mandato, l’ex principe Andrea politicamente non conta molto, Musk e Gates si occupano di IA, di Microsoft, di Space X, Tesla e di filantropia.
Ricordo che ogni accusa deve essere provata, non conta solo che sia scritta in una email. Gli Epstein file sono lo spaccato di un presente, di un mondo che esiste, di un potere che ci guarda in faccia e ci dice: “Indignatevi pure. Noi possiamo fare questo e altro”.
Vi è un momento in cui le domande smettono di cercare risposte. Il caso Epstein appartiene a questa categoria, e non è solo più una vicenda giudiziaria, ma molto altro.
Non è nemmeno uno scandalo sessuale sui minori, pare diventato un racconto che ritorna ciclicamente nel tempo per dimostrare che nulla è in grado di scalfire ciò che lo contiene.
Probabilmente, Jeffrey Epstein non si sarebbe suicidato, lui stesso lo aveva dichiarato, e non rappresenta ciò che ha fatto, ma ciò che il mondo ha scelto di non chiarire. La sua storia è come una stanza illuminata dove nessuno entra mai fino in fondo.
Attorno al suo nome ruotano altri nomi, altre famiglie, altre istituzioni. Figure che non compaiono nei capi di accusa: tra informazione e finanza, tra relazioni personali e interessi geopolitici, tra politica e potere economico. In tale cornice parlare di “intelligence” straniera è il modo in cui i potenti gestiscono il silenzio, amministrano il tempo, decidono quando una verità è “prematura” e/o quando è “irrilevante”.
Alcuna rivelazione non ha prodotto conseguenze in tale proporzione alla sua gravità. Nessuna indignazione ha superato il ciclo del non ritorno dell’attenzione pubblica, nessuna ha trovato una risposta. Morto Jeffrey Epstein nel carcere di Manhattan a New York nel 2019, tutto pare finito, il resto diventa chiacchiericcio tra comari che non hanno nulla di meglio da fare e che il tempo oscurerà in un oblio collettivo.
Questo il vero dato politico del potere del nostro tempo. Viviamo in un’epoca che non teme lo scandalo per i ricchi e ha imparato a elaborarlo, digerirlo. Le notizie non sono negate, ma sono diluite. Non censurate, ma archiviate. La verità non viene distrutta, ma viene resa amministrabile.
Così, il caso Epstein continua a resistere in uno stato sospeso. Troppo grande per essere chiuso, ma troppo scomodo per essere approfondito. Un monito silenzioso di ciò che accade quando il potere non ha più bisogno di convincere, ma solo di resistere.
Al giornalismo non viene messa la mordacchia, ma viene responsabilizzato, fino all’autocontrollo. Le parole sono caute, il condizionale si moltiplica, le conclusioni sono rimandate a un futuro che non arriva mai.
Il rischio, oggi, non è credere a tutto, ma abituarsi al fatto che non accada nulla, anche quanto molto è stato detto. Questo, forse, è il lascito di Epstein: non dei colpevoli, ma la prova che il potere non ha bisogno del segreto. Poiché gli basta il rumore delle cose non dette, ripetute a lungo da diventare realtà.
Tuttavia, la distopia non si annuncia con un crollo, ma si installa quando smettiamo di aspettarci una risposta. Questo ci ha insegnato la tragedia della saga Epstein, un predatore sessuale di minori, tollerato e protetto dalla società, dalla giustizia, dalla democrazia americana e dalle élite che governano il mondo; tutti suoi complici e allo stesso tempo carnefici.
“Da Trump a Musk, da Andrea a Clinton: sui potenti la vergogna dei file Epstein”, il titolo di un quotidiano. File usciti dal Dipartimento di Giustizia americano, sotto la guida di Pam Biondi, Procuratrice generale degli Stati Uniti d’America, fedelissima di Trump. “…Ancora una volta, i nomi delle vittime vengono resi pubblici, mentre gli uomini che hanno abusato di noi rimangono nascosti e protetti…”, dicono le donne, allora adolescenti predate da Epstein e dai suoi amici. Più di 3 milioni di file sono stati pubblicati. Cannibalismo, stupro, omicidio, tortura, pedofilia. Venivano messe all’asta. E nulla succede.
Questi gli uomini che ci guidano. I nomi ci sono. Non un singolo arresto, non una singola indagine. Zero. Anche se il mondo chiede trasparenza, verità. Ora, gli Epstein file ci fanno indignare, ci fanno sentire impotenti e presentano la domanda: perché con quello che sentiamo e vediamo, nessuno sta facendo niente?
Forse, la pubblicazione massiccia dei file ha prodotto una reazione a cui ci stiamo abituando sempre di più, brevi picchi di attenzione, si diffonde lo scandalo, a cui non segue nulla. Siamo tutti arrabbiati, ma pigri?
La saga Epstein è un evento giudiziario e mediatico che ci permette di capire che cosa accade quando veniamo messi davanti ad una sovrabbondanza di informazioni, milioni di pagine, con nomi e tante ipotesi che circolano tra i media tradizionali e le piattaforme social.
Questa abbondanza frammenta i fatti, piuttosto che chiarirli, poiché produce un rumore di fondo che rende difficile distinguere ciò che è rilevante, dall’accessorio. Questa dinamica genera tre effetti.
Primo, il sovraccarico informativo, la quantità di file e dati supera la nostra capacità di elaborazione, reagiamo in modo selettivo, riduciamo il tempo di attenzione e ci affidiamo a segnali emotivi e narrativi più rapidi.
Secondo, la desensibilizzazione emotiva, sviluppiamo strategie difensive di distacco. L’indignazione persiste come gesto simbolico, ma perde la capacità di diventare un’azione effettiva.
Terzo, vi è un senso di impotenza nel caso Epstein, le élite transnazionali, le cupole riducono la possibilità di intervento.
Quando non è chiaro chi è responsabile e dove si possa agire, l’azione della collettiva si dissolve in una miriade di commenti, contenuti, teorie del complotto e cinismo. I social media amplificano, la loro architettura favorisce la circolazione di frammenti e contenuti emotivamente più carichi, in questo contesto l’indignazione non accumula energia, ma la consuma. Il risultato è un pubblico carico di informazioni, coinvolto emotivamente e moralmente allineato, ma incapace di trasformare tale condizione in mobilitazione duratura.
Tuttavia, la questione: “perché nessuno si rivolta?” non riguarda la morale e l’etica dei cittadini, ma piuttosto i limiti di un sistema informativo che moltiplica le notizie sullo scandalo e allo stesso tempo neutralizza la propria trasformazione in azione politica.
Quanti Epstein sono ancora liberi nel mondo? Quanti non vogliamo riconoscere?
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.






































