L’INTERVENTO Un ritiro che segna la fine del dominio USA?

Soldati statunitensi a Kabul

Il successore del cancelliere tedesco Angela Merkel alla guida della CDU, Armin Lachet, ha descritto il ritiro dall’Afghanistan come “la più grande debacle che la NATO abbia subito dalla sua fondazione”. Il deputato conservatore britannico Tom Tugendhat, un veterano della guerra in Afganistan, ha condannato quello che ha definito come “il più grande tracollo della politica estera britannica dopo Suez”. Come informa “Project Syndicate” (15 agosto 2021), le truppe statunitensi erano andate per la prima volta in Afghanistan vent’anni fa per combattere a fianco delle tribù afghane che cercavano di rovesciare i Talebani. Il motivo dell’invio dell’esercito americano in Afghanistan era che i Talebani avevano stretti rapporti con Al Qaeda, il gruppo terroristico responsabile degli attacchi dell’11 settembre 2001. Molti dei loro leader erano poi fuggiti in Pakistan, dove alla fine avevano ripreso a organizzarsi e si erano rafforzati per continuare a combattere contro il governo afghano.
Gli USA hanno speso 83 miliardi di dollari per addestrare ed equipaggiare un esercito afghano di circa 300.000 persone, numericamente quattro volte più grande della milizia talebana. Secondo Human Rights Watch, il 37 p.c. delle ragazze afghane oggi sa leggere. I costi della guerra sono stati enormi: duemila miliardi di dollari. Ingenti le perdite: 2.500 le vite americane perdute, più di 1.100 quelle dei partner della coalizione, circa 70.000 le vittime militari afghane e circa 50.000 i civili periti.
L’Accordo firmato dall’amministrazione di Donald Trump con i Talebani nel febbraio 2020 (il governo afghano è stato escluso dai negoziati) ha fissato una scadenza per il ritiro delle truppe statunitensi. L’Accordo non ha imposto ai Talebani di disarmarsi e cessare le ostilità; a loro è stato soltanto chiesto di non dare rifugio ai gruppi terroristici sul territorio afghano. Praticamente non è stato un trattato di pace, ma un patto che ha fornito una foglia di fico per il ritiro americano. Di fatto Trump ha abbandonato al suo destino il governo afghano e ha rinunciato a ogni serio tentativo di avviare un processo politico. Le consultazioni con gli alleati sono state praticamente inesistenti quando il Presidente Donald Trump ha firmato l’Accordo di Doha. Perciò la caduta di Kabul potrebbe essere un segno della fine di un’era caratterizzata dal potere globale americano.
Il mondo oggi crede che gli USA abbiano perso la “guerra al terrore” lanciata dal Presidente George W. Bush, nonostante la NATO sia stata mobilitata per il primo impegno al di fuori dell’Europa e del Nord America. “Alla fine si è scoperto che carri armati, razzi e aerei non sono stati in grado di sconfiggere il movimento formato da 60.000 combattenti Talebani” (“The New Yorker”,15 agosto 2021). Questo modo di entrare con le armi in un Paese sovrano e membro dell’ONU, nonostante fosse stata approvata la risoluzione 1368 dell’ONU che non prevedeva l’intervento militare, difficilmente sarà in grado di mobilitare di nuovo gli alleati per altre simili iniziative. Oggi, gli afghani che hanno fatto affidamento sul sostegno degli Stati Uniti e della NATO si ritrovano alla disperata ricerca di un modo per fuggire dal Paese. Si tratta di una chiara lezione anche per i leader europei.
Adesso che il Presidente statunitense Joe Biden cerca di evitare di essere richiamato alle sue responsabilità per il caos afghano, più grande è il divario tra gli USA e l’Europa.
La conclusione della vicenda è sconsolante per quanti nel martoriato Paese asiatico hanno creduto nell’appoggio dell’Occidente. Quanto successo infatti “è una catastrofe per gli afghani che hanno affidato le loro speranze e il futuro del loro Paese al sostegno occidentale nella lotta ai Talebani e al terrorismo islamista e che hanno creduto alle promesse fatte da George W. Bush e da altri fino ad oggi” (“The Guardian”, 21 agosto 2021).

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