L’INTERVENTO Afghanistan. Crimini di guerra impuniti?

Nell’aprile di quest’anno i giudici della Corte penale internazionale (CPI) hanno respinto la richiesta del procuratore capo Fatou Bensouda, di avviare un’inchiesta per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in Afganistan. La motivazione purtroppo è stata molto semplice e chiara. Dopo che l’amministrazione Trump ha annunciato la revoca del visto al procuratore capo, proprio a causa di possibili indagini della Corte dell’Aja sulle azioni dei soldati USA in Afghanistan, i giudici sono stati costretti ad ammettere che un’inchiesta in queste circostanze non sarebbe negli interessi della giustizia perché probabilmente condannata al fallimento. La CPI ha iniziato con i lavori nel 2002 e oggi rappresenta 124 Stati. L’Afghanistan ha ratificato la sua adesione allo Statuto di Roma nel 2003, due anni dopo l’intervento militare degli USA e dei suoi alleati in questo Paese.
La storia del procedimento giudiziario legato all’Afghanistan inizia già nel novembre nel 2017, quando il procuratore della Corte chiede l’autorizzazione ai giudici per avviare un’indagine sui presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità in relazione al conflitto armato a partire dal dal 1° maggio 2003. Tra l’altro afferma che i talebani e altri gruppi di ribelli avrebbero ucciso più di 17.000 civili dal 2009, inclusi circa 7.000 omicidi mirati. Fergal Gaynor, un avvocato che rappresenta 82 vittime afghane, definisce quella decisione come “un giorno storico per l’accertamento delle responsabilità in Afghanistan”. La Corte inizialmente stabilisce che vi è una “base ragionevole” per procedere con l’indagine. Ma Washington si mette subito di mezzo. Quello che colpisce in modo particolare gli americani, è che nella richiesta di avvio dell’inchiesta il procuratore della Corte penale decide di prendere in esame i presunti crimini commessi non soltanto dai talebani, ma anche dallo Stato islamico e dalle forze di sicurezza afghane, inclusi i servizi segreti americani. Dobbiamo ricordare che al periodo dal 2002 al 2014 risalgono gli Accordi tra gli USA e l’Afghanistan sullo status delle forze militari alleate, che vietano al governo di Kabul di consegnare personale statunitense a Tribunali internazionali. Secondo l’American Herald Tribune (2019) la CPI ha raccolto oltre un milione di dichiarazioni da parte di cittadini e organizzazioni afghane. Le forze di sicurezza di Kabul sono accusate di essere coinvolte in casi di tortura contro alcuni carcerati. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il procuratore Bensouda afferma che, in base ai documenti in suo possesso, vi sono “ragionevoli motivi per credere” che i militari USA e gli agenti della CIA, abbiano compiuto crimini contro almeno 78 prigionieri. E così il procuratore capo Bensouda viene a trovarsi nel mirino di tutti quelli che sono stati identificati quali potenziali imputati. Reagisce subito il procuratore generale americano William Pelham Barr, confermando la decisione di revocare al procuratore capo della CPI il visto d’ingresso negli Stati Uniti.
Il segretario di Stato americano Mike Pompeo arriva a sostenere che il lavoro della Corte è un “attacco allo Stato di diritto americano”. Però l’attacco più duro alla Corte risale al settembre 2018 quando John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale, bolla come “inefficace, assolutamente pericoloso e del tutto ingiustificato” il lavoro della Corte. E poi ribadisce: “Li perseguiremo nell’ambito del nostro sistema giudiziario, insieme a chiunque li aiuti“.
Nema Milaninia, un avvocato che rappresenta 17 organizzazioni afghane per i diritti umani, ha criticato la Corte per non aver fatto abbastanza per ascoltare le ragioni del popolo afgano. Il fatto che uno Stato non sia membro della Corte non esonera il Paese dall’obbligo di cooperare con la CPI in alcuni casi. Per esempio, quando il Consiglio di sicurezza dell’ONU rinvia qualche caso all’esame della CPI, tutti gli Stati membri dell’ONU sono obbligati a cooperare. Nel caso degli USA questo evidentemente non funziona, perché gli Stati Uniti non riconoscono la giurisdizione della Corte nei confronti dei propri cittadini.

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