L’ACCENTO Condannare la violenza senza riscrivere la storia

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L’ACCENTO Condannare la violenza  senza riscrivere la storia
La marcia antifascista di domenica 30 novembre a Fiume. Foto: Goran Kovacic/PIXSELL

Gli episodi di violenza verificatisi domenica a Fiume hanno suscitato una condanna praticamente unanime: partiti politici, associazioni civiche, gruppi culturali e semplici cittadini hanno espresso preoccupazione per quanto accaduto e solidarietà nei confronti delle persone aggredite. È un segnale importante: la città ha dimostrato di non voler tollerare intimidazioni né derive estremiste e di riconoscere che l’aggressione fisica e simbolica contro chi manifesta pacificamente è incompatibile con qualsiasi comunità democratica.

Proprio perché la violenza è stata condannata in modo trasversale, sorprende ancora di più la scelta – contenuta nel comunicato di condanna dell’SDP – di includere un passaggio che merita una riflessione più attenta. Quando si afferma che “senza la resistenza antifascista oggi questa città si chiamerebbe Fiume e non farebbe parte della Repubblica di Croazia”, si trasforma la storia in slogan e si ignora una pagina dolorosa e complessa.

Prima della guerra Fiume si chiamava Fiume perché era una città italiana, non per grazia di un regime, ma per una stratificazione storica, culturale, linguistica e demografica consolidata da secoli. E dopo la guerra la città smise di chiamarsi Fiume non per un “naturale ritorno”, ma attraverso un processo traumatico: lo svuotamento quasi totale della comunità autoctona italiana, costretta all’esilio. La città fu svuotata degli italiani non per una “naturale correzione storica”, ma per un processo traumatico di violenze, pressioni politiche e scelte forzate. Questo fatto, che ha segnato migliaia di vite, non può essere aggirato in nome dell’immediatezza politica. Con questa affermazione si trasforma un fatto storico complesso in un’affermazione fortemente semplificata, che rischia di creare nuove tensioni anziché spegnere quelle esistenti.

Questo non sminuisce in alcun modo il valore della resistenza antifascista, né intende equiparare simboli o regimi lontanissimi fra loro, ma ignorare quella tragedia rischia di rimuovere una parte cruciale della storia della città e di ferire ancora una volta la memoria di chi la abitava.

Il comunicato dell’SDP è costruito su una narrazione croata antifascista che vede la storia come “Fascismo = occupazione italiana” e “Partigiani = liberazione e ‘ritorno’ alla Croazia”, ma questa lettura non tiene conto della complessità storica né della sofferenza degli italiani fiumani, né della realtà dell’esodo. La storia di Fiume è complessa, e il dopoguerra – con i drammi dell’esodo e delle tensioni etniche – non può essere usato per giustificare l’odio di oggi.

La frase con cui si conclude il comunicato dell’SDP – un attacco diretto alla sindaca Iva Rinčić – suona però paradossale: “Fiume merita di più. Merita una guida con visione, coraggio e coerenza – non slogan vuoti, relativizzazione della storia e caos amministrativo”. Parole legittime nel confronto politico, certo, ma difficili da conciliare con un testo che, proprio sulla storia, indulge in semplificazioni e omissioni che rischiano di alimentare le stesse polarizzazioni che dichiara di voler combattere.

Questo passaggio risulta sbilanciato per due motivi principali: riduce la storia di Fiume alla parentesi 1941-1945 e ignora completamente tutto ciò che viene prima e dopo ossia la lunga storia mista della città. Il comunicato dell’SDP presenta la “stella rossa” come garanzia assoluta di libertà, senza menzionare che proprio dopo la guerra molti cittadini italiani subirono discriminazioni, nazionalizzazioni, pressioni, intimidazioni e furono costretti a lasciare la città. È una versione storica parziale, che risponde alla logica di un comunicato politico, ma non corrisponde alla complessità dei fatti.

Riconoscere la complessità non significa mettere sullo stesso piano antifascismo e ustascia, né adottare un revisionismo pericoloso: significa ammettere che la costruzione dell’identità, a Fiume come altrove, è passata attraverso fratture, traumi e memorie plurali. È proprio qui che risuona l’avvertimento di Umberto Eco ne Il cimitero di Praga: “Qualcuno ha detto che il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie: chi non ha principi morali si avvolge di solito in una bandiera, e i bastardi si richiamano sempre alla purezza della loro razza. L’identità nazionale è l’ultima risorsa dei diseredati. Ora il senso dell’identità si fonda sull’odio, sull’odio per chi non è identico. Bisogna coltivare l’odio come passione civile. Il nemico è l’amico dei popoli. Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L’odio è la vera passione primordiale. È l’amore che è una situazione anomala”.

Parole che sembrano scritte per chi oggi, a destra come a sinistra, utilizza l’identità come arma invece che come ponte. La storia di Fiume, con i suoi doppi traumi – il fascismo prima e l’esodo poi – dovrebbe insegnarci esattamente il contrario: che non si costruisce una città moderna alimentando narrazioni esclusive, ma riconoscendo tutte le memorie che la compongono.

La violenza di domenica va condannata senza esitazioni. Ma proprio perché vogliamo arginare l’odio, è necessario un linguaggio che non semplifichi, non divida e non riaccenda ferite. Fiume non appartiene a una sola memoria: appartiene a chi ha il coraggio di riconoscere la complessità del suo passato e la responsabilità del suo presente.

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