La sfida della Città «immaginaria». Fiume 2020, Capitale europea della cultura

La Cattedrale di San Vito

Ogni città è l’incrocio fra memoria e desiderio – afferma Italo Calvino nel suo romanzo “Le città invisibili” – simbolo ideale della costante frizione tra il desiderio di un ordine razionale della realtà e il caos pulviscolare che la sottende”. Fiume, che nel 2020 verrà giubilata quale “capitale europea della cultura” non è solo la concretezza del suo tessuto urbano, la città così come si presenta “qui ed ora” ma è anche l’insieme delle sue articolate e spesso contraddittorie identità, il portato della sua storia, l’immagine caleidoscopica che ciascuno, nel tempo e nel presente, si è fatta di questo “luogo dell’essere”.
È, in altre parole, proprio per l’impossibilità di stringere nel pugno, di cogliere nello stesso istante l’insieme delle sue diversità, una delle tante “città invisibili” di Calvino. Una città “immaginaria” in quanto i luoghi in cui viviamo o che percorriamo vivono inesorabilmente anche nella nostra immaginazione, diventano “idee”.

La Torre Civica, simbolo della città

Tanto più per Fiume che ha subito, dopo la seconda guerra mondiale, con l’esodo, uno sradicamento profondo; quello che lo storico Raoul Pupo ha definito un “urbicidio”, lo scollamento fra l“urbs”, un tessuto urbano e architettonico rimasto sostanzialmente intatto e la “polis” (o “civitas”), una comunità vivente di valori e di destino, con le sue tradizioni e identità, che è stata polverizzata, ridotta, dispersa.
Il punto è questo; alla vigilia dell’assegnazione simbolica alla città del titolo di capitale culturale del nostro continente, qual è, oggi, la sua vera identità? O meglio: qual è l’idea che gli abitanti – vecchi e nuovi – hanno della loro città e, soprattutto, che immagine ritengono che Fiume debba offrire all’Europa nel 2020?
Potrebbe essere un’operazione
di semplice “marketing”
C’è il rischio concreto che l’importante appuntamento dell’anno prossimo si traduca in una semplice operazione di promozione e di marketing di un prodotto “finto” o “artefatto”, di pubblicizzazione turistica, economica e commerciale di una città poco consapevole della straordinaria ricchezza della sua storia e delle sue diversità.
E’ vero: in poco tempo non si possono fare miracoli, è difficile recuperare i ritardi accumulati in oltre mezzo secolo, riparare le antiche lacerazioni inferte al tessuto culturale e civile della città.
Tuttavia il 2020 costituisce per Fiume una straordinaria occasione di crescita civile e culturale e per i suoi abitanti un’eccezionale opportunità di maturazione della propria coscienza civica. Un momento per legare la loro identità di cittadini all’eredità storica di una città che affonda le radici non in qualcosa di fatuo, in valori o tradizioni posticci o inventati, ma in un passato ricco, che ha contributo a fare di Fiume una città particolare, unica, di cui essere giustamente orgogliosi.
Fiume deve cogliere questa sfida non per vincere un trofeo, per farsi conoscere, fare bella figura in Europa così come tante altre capitali europee della cultura hanno fatto prima e altre faranno dopo di lei; deve farlo innanzitutto per sé stessa, per cercare di valorizzare e riscoprire appieno i suoi potenziali, la sua identità.

Fiume vista con gli occhi di Romoo Venucci

E’ una sfida che non può essere vinta senza la componente italiana, il recupero e il giusto riconoscimento del contributo dato, nel corso dei secoli – così come nel presente – dalla cultura italiana della città, da sempre anima della “fiumanità”, architrave della sua lunga tradizione di fiera autonomia municipale; una componente senza la quale oggi sarebbe vano cogliere la complessa identità cittadina, parlare di specificità, presentare Fiume quale “porto delle diversità”.
Ecco perché è fondamentale includere attivamente questa componente (con tutti i suoi soggetti e le sue realtà, comprese quelle “esodate”) e in particolare la Comunità italiana nei progetti e le iniziative culturali che contrassegneranno gli eventi del 2020.
Superare l’identità divisa
Per oltre un settantennio Fiume ha vissuto un’identità deprivata, divisa, spezzata; frutto di un forzato sradicamento, della separazione, della Guerra fredda. Essere “europea”, ed anzi vedersi assegnare il titolo di “capitale europea della cultura” significa per essa, oggi, innanzitutto, ritornare pienamente all’alveo della cultura europea, ricuperare quelle ricche tradizioni “mitteleuropee”, cosmopolite, multiculturali, interetniche, interreligiose e plurilinguistiche che ha sempre avuto.
All’Europa non serve una città monolingue, baluardo di una cultura mononazionale e “ad una dimensione”, ma una città in grado di ergersi a simbolo – qual è – della complessità europea, dei valori più autentici dell’europeismo.
Questa sfida va colta attraverso il rapido ripristino e la valorizzazione dei toponimi e degli odonimi storici; un progetto ampiamente annunciato di cui attendiamo una tempestiva e soprattutto corretta e coerente attuazione, così come per mezzo del recupero, dello studio e di un adeguato riconoscimento dei personaggi illustri e degli elementi fondamentali della storia civile, politica, culturale, artistica, letteraria e scientifica di Fiume.
Il 2020 potrebbe essere l’occasione per organizzare una serie di convegni internazionali, di eventi e di iniziative di ampio respiro su questi argomenti, al fine di avviare un percorso di recupero, di rivalutazione e di riappropriazione della ricca eredità storica e culturale della città, e con essa dei valori specifici della componente italiana.

Gli anniversari da non dimenticare

La Cittàvecchia raccontata da Romolo Venucci

L’anno prossimo inoltre ricorreranno alcuni importanti anniversari che hanno segnato profondamente, nel secolo scorso, la storia della città e che hanno obiettivamente avuto un’importanza non trascurabile per la storia europea e mondiale: il centenario della proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro di D’Annunzio, (12 agosto), i dieci decenni della proclamazione della rivoluzionaria Carta del Carnaro di Alceste De Ambris (8 settembre), i cent’anni dell’istituzione, con il Trattato di Rapallo, dello Stato Libero di Fiume di Zanella, (articolo IV, 12 novembre); e il secolo dal tristemente famoso Natale di sangue (24-30 dicembre) che pose fine all’esperienza dannunziana.
Temi ed argomenti certamente complessi e probabilmente difficili da trattare, ma che la città non può far finta di ignorare; sono momenti storici che hanno fatto di Fiume un vero e proprio “laboratorio”, un punto di osservazione avanzato e per molti aspetti anticipatore dei processi politici e culturali europei del Novecento.
Fiume, con Danzica e Memel (Klaipeda), è stata una delle poche città a sperimentare, dopo la Grande guerra, nei primi anni Venti, l’istituto giuridico e l’esperienza, voluti dalle diplomazie internazionali, e subito abortiti, delle moderne “città-Stato” (novelle “Freie Stadt”, così come è avvenuto più tardi – unica esperienza in Europa nel secondo dopoguerra – con Trieste).
Fiume, nel 2020, vorrà e saprà ricordare adeguatamente questi avvenimenti? Non è storia locale; si tratta di eventi di carattere europeo, internazionale. Essere “capitale europea della cultura”, per Fiume, dovrebbe significare saper cogliere pienamente anche questa sfida.
La Comunità italiana non potrà esimersi dal fare la sua parte ponendo con insistenza e determinazione l’accento sull’importanza di questi argomenti, preparando, presentando e proponendo iniziative e progetti di grande vaglio. “Esserci” l’anno prossimo per la nostra CNI sarà un dovere. Altri forse potranno permettersi di ignorarli, noi “rimasti” questo dovere e questa sfida li dovremo assolutamente onorare.

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