LA RIFLESSIONE La storia raffazzonata

Le banchine del porto capodistriano

Alla vigilia della festa dell’annessione del Litorale alla (madrepatria) Slovenia, il principale quotidiano sloveno, il “Delo”, ha riportato anche le considerazioni del sottoscritto, di natura squisitamente storica ma divergenti da quelle di altri due colleghi (sloveni di Trieste e attivi in Slovenia). Mi rendo conto che un determinato avvenimento del passato venga colto diversamente a seconda della sensibilità e di non poche variabili, pertanto non desta alcuno stupore. Il punto è un altro, cioè il messaggio della festa in sé, in quanto contiene un grossolano errore che falsifica la storia, giacché rammemora l’entrata in vigore del Trattato di pace del 1947. Ebbene, se da un lato la Jugoslavia ottenne buona parte dell’Istria, inclusa Pola che era stata un’enclave e apparteneva alla Zona A della Venezia Giulia, e all’Italia ritornò Gorizia, si dimentica però che il 15 settembre 1947 fu costituito (sebbene mai formalmente) il Territorio Libero di Trieste (TLT), suddiviso in due zone, amministrate provvisoriamente dagli anglo-americani (la zona giuliana) e dagli jugoslavi (quella istriana).
Dall’autunno 1947 all’autunno 1954 i giochi erano ancora aperti, tutti, perciò dare oggi per scontato che il Capodistriano dovesse per forza appartenere alla Slovenia è un non senso, che non tiene conto dei fatti storici. Non è una questione interpretativa. Nel settembre 1947 la Jugoslavia non otteneva quel territorio, sarebbe solo continuata l’amministrazione militare, pertanto l’enfasi con cui si ricorda la portata storica dell’accesso al mare è fuori luogo, perché – ragionando per assurdo – la Jugoslavia avrebbe potuto ottenere Trieste, ma allo stesso tempo anche l’Italia avrebbe potuto non fermarsi a Muggia. Si ricordi la Dichiarazione tripartita (20 marzo 1948) con la quale gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia auspicavano l’assegnazione dell’intero TLT all’Italia, oppure la Dichiarazione bipartita anglo-americana (8 ottobre 1953) che indicava il ritiro delle forze militari alleate dalla città di San Giusto e l’assegnazione della Zona A all’amministrazione italiana, mentre Tito tuonava di entrare a Trieste con i carri armati qualora si fosse concretizzato quello scenario. La questione giuliana era magmatica, Alcide De Gasperi desiderava ottenere la porzione di territorio istriano perlomeno fino alla ‘linea del Golfo’ – corrispondente a Zambrattia –, che coincideva con il ripiegamento ‘in extremis’ previsto dal ministro degli Esteri Carlo Sforza, e tra le soluzioni oggetto di discussioni, caldeggiate anche dal piranese Diego de Castro, vi era la cessione delle località slovene del Carso alle spalle dello scalo portuale per mantenere la sovranità sulle cittadine italiane del Capodistriano (era il 1954). Per quanto concerne lo sbocco della Slovenia al mare – un punto ritenuto centrale –, tra le proposte avanzate dall’ambasciatore jugoslavo a Londra, Vladimir Velebit, si ricordi il corridoio a Zaule (con la possibilità di edificare la Nuova Trieste). Questi sono alcuni dei fatti completamente ignorati. Da storico non posso non essere critico, perché si trasmette una menzogna e, peggio ancora, si vuole coltivare e trasmettere una memoria claudicante. Ma quale memoria? I contenuti emersi anche quest’anno, ad Ancarano, sono stati incentrati sulla slovenità, gli ideali nazionali, il legame con la madrepatria slovena. Potrebbe andare bene, ma farlo lungo la costa è antistorico, mentre i contenuti proposti sono privi di alcun fondamento. Negli ultimi quindici anni la cerimonia non è stata proposta a Corte (Korte), Covedo (Kubed), Decani (Dekani) o a Maresego (Marezige), dove effettivamente la componente slovena aveva sviluppato quei concetti nell’ambito del risorgimento nazionale, concorrenziale e in contrapposizione a quello italiano lungo la costa. Ma gli italiani sono quasi scomparsi – e nessuno spende mezza parola, neanche per sbaglio –, tuttavia qualcuno crede si possa contraffare la storia. Questa non dev’essere mistificata, l’ha evidenziato anche Majda Širca, già ministro della Cultura, nell’allocuzione ufficiale. Concordiamo, ma deve valere sempre, nessuno escluso. Buona parte degli italiani guardava oltremare, lì era la patria o il punto di riferimento, Venezia prima, l’Italia unita successivamente. Alcuni hanno speso le loro esistenze partecipando al processo risorgimentale e unitario della Penisola, anche cadendo sui campi di battaglia. Quel ricordo è stato cancellato, le tracce abbattute, scalfite o occultate, mentre gli ultimi eredi di un costrutto menzognero alzano gli scudi e s’illudono di applicare ancora la censura, anche attraverso il bavaglio. In conclusione rammenteremo – e forniremo qualche nota utile alla riflessione – che la cornice in cui si svolse la cerimonia, ossia il parco prospiciente alla caserma della marina militare, già proprietà degli Almerigotti di Capodistria, racconta un passato diverso. Da siffatta famiglia, per esempio, nel 1848-49 quattro esponenti difesero Venezia (Giovanni, Girolamo, Luigi e Alessandro, quest’ultimo caduto a Marghera), mentre Francesco, classe 1894, seguendo l’ideale di patria fu volontario e con il grado di tenente di fanteria partecipò al primo conflitto mondiale, indossando la divisa del Regio Esercito italiano. Non lontano da quel sito si estendevano anche i beni immobili dei Madonizza. Tra gli esponenti di quel casato menzioneremo Antonio, deputato a Vienna nel 1848 all’Assemblea costituente dell’Impero, grazie a lui la città riottenne il liceo italiano – traslato a Trieste qualche anno prima –, fu anche deputato alla Dieta provinciale dell’Istria a Parenzo (fu uno dei ‘nessunisti’); a lui si deve pure l’istituzione dell’asilo d’infanzia (grazie ai benemeriti Francesco Grisoni e Giuseppe del Tacco). Una targa (del 1930) lo ricordava, ma fu tolta nel secondo dopoguerra e ricomparve solo in anni recenti, oggi si trova in un angolo del lapidario del Museo regionale. Insomma, proprio un’altra storia.

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