La bassissima affluenza registrata domenica, 5 ottobre, alle elezioni suppletive per i seggi riservati alle minoranze nazionali in Croazia rimasti vacanti, tra cui anche quella italiana – per quanto riguarda Fiume, c’era da occupare quello del rappresentante della CNI in seno al Consiglio cittadino, conquistato con 124 voti (ma ne sarebbe bastato uno solo) dall’unico candidato in lizza, Enea Dessardo – rappresenta un forte campanello d’allarme e, in parte, una sconfitta per le comunità stesse. Questi numeri, spesso irrisori, tradiscono la fondamentale importanza di un appuntamento elettorale che non è affatto un accessorio democratico, ma il cuore pulsante dell’identità di una comunità nazionale. Il voto per queste rappresentanze non è, infatti, un esercizio di politica partitica, bensì è una specie di documento costitutivo di una comunità. Queste strutture sono lo strumento ufficiale, conquistato con fatica, per la preservazione della lingua, della cultura, delle tradizioni e della storia di una minoranza, soprattutto se l’unica autoctona, come lo è quella di Fiume. Non votare significa indebolire la legittimità e il peso negoziale di chi, eletto, è chiamato a battersi per i diritti civili e culturali della minoranza, che si tratti di ottenere fondi per le scuole, spazi nei media o sostegno alle iniziative culturali. L’astensionismo in questo contesto non è neutralità, è silenzio. E il silenzio, nel dialogo con le istituzioni, si traduce in invisibilità. Il voto non è solo un diritto, è un dovere identitario, verso chi ha lottato per ottenere questi spazi democratici e verso chi tuttora sta lottando per mantenerli. Onorare questo tipo di elezioni, partecipando in massa alle stesse (a prescindere dalla vittoria scontata), è l’unico modo per dare vero corpo e voce a questa eredità. In caso contrario, a lungo andare si rischia di non andare (più) da nessuna parte. E, in fin dei conti, di sparire.
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