Questa lettera non è scritta con l’inchiostro, ma con il fiato sospeso di chi ha aspettato settant’anni per essere ascoltato. È stata sussurrata nel buio al reporter friulano Marco Macorigh, uno che da anni, nel silenzio profondo, si ritira nella saletta dedicata a noi qui in Miniera. Lì rimane per ore, immobile con carta, penna e calamaio. Non si limita a leggere i nostri nomi e cognomi sulle lapidi fredde; lui ascolta le nostre umili storie, si informa con i parenti e i nostri sogni spezzati, la nostra dignità soffocata dal carbone. A lui abbiamo affidato questo messaggio, perché lo porti alla luce del sole.
Cara Italia,
cari voi che siete rimasti lassù, sulla terra, vi scrivo dal fondo del Bois du Cazier. Vi scrivo con le mani ancora sporche di sangue e di quel carbone che ci ha dato da vivere e che, alla fine, ci ha tenuto qui per sempre. Sono passati settant’anni da quel giorno del 1956, eppure per me il tempo si è fermato a quella mattina di agosto, tra il fumo, il buio e l’aria che finiva troppo in fretta.
Vedo che in questi giorni parlate molto di noi. Sentiamo l’eco delle vostre cerimonie, dei discorsi ufficiali, delle corone di fiori calate con i fotografi intorno. Ma sentiamo anche le polemiche. Sentiamo chi usa la nostra tragedia per fare politica, chi litiga sulle colpe, chi divide la memoria tra “noi” e “loro”, tra italiani e belgi. Fazzoletti colorati, girati di spalle e come se non bastasse tra un comizio, una tavola rotonda e una conferenza sui diritti dei lavoratori c’è chi trova il tempo di preparare una pastasciutta antifascista spacciandola per una raccolta fondi a favore del popolo Cubano… qui a Marcinelle?
Se potessi tornare su, anche solo per un minuto, vi direi di fermarvi!!!
Quando la terra ha tremato e il fuoco ha invaso i cunicoli, non c’erano bandiere. Eravamo solo uomini. C’era l’italiano partito dall’Abruzzo, dalla Puglia o dal Friuli con la valigia di cartone e la promessa di un futuro. E c’era il belga, il polacco, il tedesco. Eravamo fratelli nella fatica e siamo diventati fratelli nel silenzio. Ci scambiavamo il pane e l’ansia di non rivedere il sole; non avevamo il tempo di chiederci da dove venissimo.
Eravamo merce di scambio. Questo non dimenticatelo mai. Cinquantamila chili di carbone al giorno per tutti i minatori programmati e inviati dall’Italia: questo valeva la nostra vita per i patti di allora. Siamo venuti qui non per scommessa, ma per fame. Per dare un pezzo di pane alle nostre famiglie e dare un futuro ai figli che abbiamo lasciato a casa e che sono cresciuti senza poterci riabbracciare, e quando uscivamo trovavamo ai Bar del posto i cartelli “Vietato l’ingresso ai Cani ed agli Italiani”.
Oggi, in questo settantesimo anniversario, non vogliamo essere usati come monumenti per le vostre squallide dispute quotidiane. La nostra memoria non è un’arma da lanciare contro l’avversario di turno o peggio ancora inserirla in una campagna elettorale senza fine e senza confini.
Se volete davvero onorarci, non guardate solo al passato. Guardate al vostro presente. Guardate a chi oggi, nel mondo, è costretto a lasciare la propria terra per sopravvivere, esattamente come facemmo noi. Guardate a chi ancora muore di lavoro, nei cantieri, nei campi, nelle fabbriche, perché la sicurezza viene sacrificata in nome del profitto. Ogni volta che un lavoratore non torna a casa la sera, Marcinelle si ripete.
A Voi giornalisti e reporter, che consumate le vostre ore in quella saletta per non lasciarci svanire, diciamo grazie. Avete raccolto il nostro respiro pesante e lo avete trasformato in memoria viva. Ma il nostro non è un grido isolato. Questo è un appello a tutti i reporter che cercano la verità nelle pieghe dimenticate della storia: non mollate mai la strada della narrazione. Continuate a scavare nelle storie degli umili, andate là dove il silenzio fa più comodo, scendete nei pozzi dei fatti reali. Il mondo ha bisogno di cronisti che non si accontentino delle veline ufficiali, ma che abbiano il coraggio di dare voce al “cosa è accaduto” davvero, senza sconti. La memoria è un fuoco che va alimentato ogni giorno, o la cenere dell’indifferenza coprirà ogni cosa. State attenti a non cadere nella trappola social dello share, è bastato un fazzoletto rosso con 2 persone di spalle per scatenare la corsa al Gossip, in gergo una volta si diceva “Siete andati Fuori Tema”. Non dico che Vi dovete vergognare, ma per dignità personale e professionale cosa dite se lasciamo polemiche, fazzoletti e pastasciutte da parte e rimettiamo la barra a dritta e Vi calate anche Voi a mille metri ad ascoltare quelle Voci smorzate e dimenticate.
Noi siamo qui, nel silenzio del Bois du Cazier. Non cercateci nelle polemiche. Cercateci nella dignità di chi lavora, nella solidarietà tra gli ultimi e nella forza delle vostre parole che continuano a raccontarci.
Con eterno affetto,
uno dei 262
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