LA RIFLESSIONE Quel 12 giugno 1945 che fa discutere

L’alzabandiera in Piazza Unità. Foto Salvatore Napolano/Comune di Trieste

La lotta partigiana di liberazione inizialmente si era manifestata sul proscenio come pluralità di espressioni e tra le finalità vi era, senza ombra di dubbio, la salvaguardia dell’identità in senso lato. Il percorso portò invece in un’altra direzione, i comunisti, prima un tassello assieme alle altre forze politiche, divennero la guida del movimento, menando le danze. Certo, fecero proprie le finalità originarie, ma avevano un obiettivo chiaro, che si traduceva non tanto nella liberazione del territorio quanto alla conquista del potere. È fin troppo chiaro che per concretizzare i risultati della rivoluzione (un tempo tanto decantata, oggi sembra caduta nel dimenticatoio, quasi non fosse stata attuata) era necessario sgomberare il campo, cioè liberarlo. Il percorso non era semplice e i rappresentanti dell’autorità dello Stato frantumato nell’aprile 1941 – che, malgrado la fuga della casa regnante, si trovava ancora in loco, intrecciando forme di collaborazionismo con l’Asse o, semplicemente, trovando un modus vivendi – costituivano il nemico principale da abbattere, secondariamente vi erano le forze di occupazione. Con quest’ultime si giunse anche ad accordi militari – su indicazione di Mosca – in previsione di uno sbarco alleato sulle coste adriatiche, per esempio. Un’operazione di quel tipo, con l’Armata rossa ancora impegnata in Ucraina in titanici scontri con la Wehrmacht, avrebbe infranto il sogno di creare uno stato bolscevico. Saltando alle fasi finali del conflitto, quando ormai parliamo di un esercito jugoslavo a guida comunista, la finalità era penetrare quanto più a occidente, per dilatare l’ideologia, ma anche per inglobare le regioni rivendicate dai programmi politico-nazionali delle singole nazionalità e risalivano al secolo precedente. Tito e il suo entourage non avevano inventato nulla, ma solo assecondato i desiderata, giacché, come è noto, i nazionalismi furono il carburante dei regimi autoritari. Giocando quella carta fu possibile avere un ampio consenso, infatti riscattava sloveni e croati dopo un ventennio di snazionalizzazione fascista e raggiungeva tre dei quattro cippi confinari (per dirla con il poeta Oton Župančič) che nel primo dopoguerra non furono inclusi nei confini del Regno dei serbi, croati e sloveni. Si trattava di Trieste, Gorizia e Klagenfurt, che gli sloveni ritengono perduti nell’annus horribilis, cioè nel 1920. Un quarto di secolo più tardi, sebbene per breve tempo, l’euforia della vittoria, della resa dei conti (di lunga durata) e della riscossa, vide nella stella rossa il mezzo che diede forma agli auspici. E per un periodo effimero anche alla Slovenia unita (la cui proposta era stata avanzata per la prima volta nel 1848). Ecco una prima risposta del perché determinati ambienti sloveni difendono tuttora acriticamente il totalitarismo del maresciallo. La motivazione non era solo ideologica, ma in larga parte di natura nazionalista. L’aveva abbracciata persino mons. Božo Milanović, che non possiamo definire un simpatizzante del comunismo, il quale sostenne che i confini statali rimangono fissati per secoli, mentre i regimi cambiano. D’altra parte il leitmotiv è sempre lo stesso: grazie alla lotta partigiana (a guida comunista) il Litorale (Primorska) oggi è parte integrante della Slovenia. Punto. Ugualmente in Croazia, senza la quale l’Istria, Fiume, le isole del Quarnero e le porzioni della Dalmazia non sarebbero state incorporate nella ‘madrepatria’. Seguendo la logica del vae victis! (guai ai vinti!) non si tiene conto dell’altra ‘faccia della luna’. Fascista e/o nemico del popolo, terminologia dai contorni indefiniti, era il metro per giudicare chi non era allineato – ma non significava aver militato o nutrire simpatie per il passato regime del littorio – e rifiutava la soluzione jugoslava dell’annessione. Accanto alla rivalsa, sulla quale è superfluo soffermarci, perché ogni conflitto armato termina con uno strascico di altri orrori, che non devono essere giustificati, ma rientrano nella logica perversa della guerra, la violenza di Stato procedette rapidamente e con veemenza alla liquidazione di quanti, nella Venezia Giulia, rappresentavano un ostacolo, cioè avrebbero intralciato il disegno di Belgrado, e non erano disposti a rinunciare alla sovranità dell’Italia. Questo è il punto, non tanto la nazionalità, altrimenti non si spiegherebbe il fatto che tra i carnefici ci fossero anche italiani, ugualmente non poche furono le vittime ‘slave’, politicamente non schierate con il regime comunista nella sua fase di consolidamento. Gli jugoslavi entrarono sì come esercito alleato, ma la sua condotta fu tutt’altro che ineccepibile. Si entra in una dimensione diversa, che con la guerra partigiana di liberazione ha ben poco da spartire, ossia è la continuazione della rivoluzione già ricordata, ora impegnata a ‘rimuovere’ i reali o potenziali ostacoli, seguendo un copione già visto in altri contesti. La cappa d’incertezza e terrore nella Venezia Giulia passata successivamente sotto il controllo alleato (compresa Pola, fino al 15 settembre 1947) durerà una quarantina di giorni, mentre nei rimanenti territori andrà avanti per anni e avrà come risultato ultimo la quasi completa scomparsa (ed espulsione) della comunità nazionale italiana, che non costituiva la totalità della popolazione ma rappresentava perlomeno la sua metà ed era parte integrante dell’area geografica, abbarbicata e una presenza che si perdeva nella notte dei tempi, che nel corso dei secoli aveva saputo convivere con le altre anime della penisola, anche nel periodo dell’acceso antagonismo politico-nazionale manifestato entro la cornice asburgica. In un’area eterogenea come la nostra qualsivoglia ricorrenza o festeggiamento riconducibile alla storia più recente porta e porterà a malumori e a risentimenti, perché le memorie sono molteplici e ricalcano sensibilità diverse. Se un momento e/o avvenimento per taluni costituisce una vittoria e motivo di gioia per altri significa un fallimento e un’afflizione. Accadde la stessa cosa nel 1918, ma diffidiamo da quanti non perdono occasione per parlare di ‘occupazione’; per una parte lo fu senz’altro, ma per altri fu la ‘redenzione’, che stranamente non si ricorda, anzi si evita come la peste. Ugualmente sono fuori luogo gli slogan di certi politici che, come un disco rotto, sottolineano per talune città l’appartenenza ‘da sempre’ alla Croazia. Sì, certo, se non conoscessimo la storia potremmo perfino crederci. Un determinato episodio storico può avere una valenza o una diametralmente opposta, perché viene colto soggettivamente. Per questo motivo è compito della storiografia (non certo della politica) presentare tutto, senza censure o enfatizzare alcunché, illustrando anche quei punti che per vari motivi non si rammentano. La ricorrenza del 12 giugno 1945 (tralasciando gli eventuali interessi della politica) ha il suo senso solo se procede lungo il binario della correttezza e si manifesta senza eccessi (la scritta a San Dorligo della Valle- Dolina contro la comunità slovena offende e incarna la stoltezza degli ideatori). Quella data rappresentò – nonostante alcune voci contrarie – una sorta di affrancamento; la città di San Giusto (e ugualmente Gorizia e Monfalcone) ebbe pertanto una sorte diversa rispetto ai centri urbani a oriente di essa. Per un istante si abbandoni la polemica e si rifletta cosa abbia – anche – rappresentato l’ingresso e successivamente la partenza dell’esercito jugoslavo. E ugualmente si metta da parte la vulgata della vittoria sul fascismo e delle sofferenze precedenti. È un alibi troppe volte usato e abusato.
Quella data era la fine dell’apprensione e dell’inquietudine. Pier Antonio Quarantotti Gambini in Primavera a Trieste (Milano 1967, I ediz. ampliata, pp. 341-342), a proposito delle voci che indicavano una possibile uscita jugoslava da Trieste scrive: “E dall’Istria? È qui che più si appunta la nostra angoscia: usciranno dall’Istria? (…). L’Istria, anche se verrà annessa alla Jugoslavia, resisterà, dicono taluni (…). Resisterà? Oggi troppe cose sono mutate da quelle che erano un tempo. Mutata è in gran parte la moralità politica. Mutati sono i sistemi e i mezzi che gli Stati dominatori, specie se autoritari, possono mettere in atto per sbarazzarsi delle minoranze etniche (…). Potranno gli istriani resistere? O si avvicina, qualora non si adeguino alle nuove situazioni, una vicenda uguale a quella dei greci dell’Asia Minore, che dopo migliaia d’anni sono stati buttati in mare alla fine dell’altra guerra, e sotto gli occhi tranquilli delle potenze europee?”.

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