Negli ultimi giorni, le politiche culturali a Fiume sono entrate nel dibattito pubblico, in particolare dopo l’annuncio di una misura che coinvolge direttamente le librerie della città – tra cui la storica Edit, vetrina della nostra casa editrice e importante presidio culturale che ha attraversato generazioni.
Questa riflessione nasce dal desiderio di allargare la prospettiva, perché la questione sollevata – che riguarda affitti, agevolazioni e luoghi della cultura – tocca in realtà un tema più esteso. Cosa significa, oggi, costruire un ecosistema in cui i libri non siano un privilegio né un’eccezione, ma una presenza quotidiana, accessibile, radicata nella vita di tutti? Cosa vuol dire, in altre parole, “politica culturale” quando la capacità di concentrazione è diventata una risorsa scarsa e ogni percorso formativo richiede costanza, tempo e attenzione? In questo scenario si inserisce la sfida nazionale croata “15 per 15 – tutta la Croazia legge ai bambini”, in partenza il 15 gennaio, che propone quindici minuti di lettura ad alta voce al giorno per quindici giorni consecutivi. La forza dell’iniziativa sta nella semplicità del gesto, che rifiuta l’estetica dell’evento eccezionale e punta sulla costanza. Afferma che la crescita linguistica e simbolica nasce dalla permanenza, dalla familiarità, dalla possibilità di restare a contatto con una storia abbastanza a lungo da trasformarla in esperienza.
Se allarghiamo lo sguardo, vediamo che la Croazia non è sola. In Danimarca, ad esempio, esiste la realtà di “Læs for Livet” (Leggere per la vita), fondata da Rachel Röst e attiva con reti di biblioteche e partner editoriali, con particolare riguardo per i contesti vulnerabili e per i giovani. In Slovenia, il progetto “Ljubljana bere” (Lubiana legge), promosso dalla città, è noto per la scelta simbolica di regalare libri di autori sloveni ai bambini di tre e sei anni, proprio nel momento in cui la lingua si struttura e l’immaginazione si forma. A Friburgo, in Germania, la promozione del libro passa anche da iniziative urbane come “StadtLesen” (Città che legge), un salotto all’aperto con accesso libero e migliaia di volumi a disposizione del pubblico, in collaborazione con la rete bibliotecaria cittadina e il Comune. Questi esempi non sono soltanto buone pratiche ma rappresentano una dichiarazione implicita su ciò che una comunità decide di proteggere.Una città che investe nel libro sostiene una cittadinanza in grado di distinguere tra informazione e conoscenza, di esercitare il pensiero critico, di tollerare l’ambiguità e affrontare la complessità. In questo senso, le campagne rivolte all’infanzia non si limitano all’età cui si riferiscono e contribuiscono a costruire una postura mentale che, nel tempo, si trasforma in capacità di giudizio.
A questo punto il discorso torna a Fiume. La decisione annunciata a fine dicembre, con effetto dal 1° gennaio 2026, di eliminare l’agevolazione del 50 p.c. sugli affitti per le librerie che vendono libri nuovi, mantenendola invece per gli antiquari del libro, ha suscitato reazioni accese e prese di posizione. Non si tratta, però, di una semplice controversia interna al settore, bensì di una scelta che mette a nudo la fragilità della visione politica che regge oppure lascia crollare un’intera idea di spazio pubblico. Il capoluogo quarnerino ha costruito negli ultimi anni un polo culturale rilevante nell’area del Quartiere artistico Benčić e, al suo interno, opera anche una biblioteca per ragazzi che dichiara decine di migliaia di volumi e un programma ricco di iniziative. Si tratta di un segnale incoraggiante, poiché dimostra la volontà di immaginare luoghi culturali contemporanei, inclusivi e accessibili ai più piccoli. La vera sfida, però, emerge quando i bambini crescono e l’incontro con le parole deve attraversare l’adolescenza per trasformarsi in una scelta autonoma. In quel passaggio, le librerie restano presidi fondamentali. Offrono orientamento, selezione, vicinanza e la possibilità, che gli algoritmi non contemplano, di mettere in relazione persone e libri inattesi attraverso l’intuito e l’esperienza, non il calcolo del mercato. Indebolire economicamente questi luoghi rischia di innescare un effetto domino con conseguenze a catena, poiché meno librerie significa meno presentazioni, meno circoli di lettura, meno occasioni di incontro tra autori e pubblico e quindi meno legami tra cultura e vita sociale. Una decisione del genere non fa rumore subito ma logora in profondità, e quando ci si accorge di ciò che è stato smantellato, è già tardi per ricostruirlo.
In Italia, molte città hanno cercato di contrastare questa erosione mettendo in relazione biblioteche, scuole, associazioni e librerie. A Bologna, il Patto per la lettura promuove azioni che includono letture ad alta voce per adulti e reti di lettori appassionati, seguendo una logica di welfare culturale. A Mantova, il progetto “Leggi di più”, nato all’interno di Festivaletteratura, propone nelle scuole secondarie venti minuti al giorno di lettura libera, lavorando sull’abitudine e non sull’obbligo. A Trieste, il riconoscimento “Città che legge”, assegnato dal Centro per il libro e la lettura, segnala un impegno articolato, almeno sul piano progettuale. La proposta presentata, ideata da Mavis Toffoletto, coordinatrice del Patto di Lettura triestino e responsabile dell’Emeroteca Fulvio Tomizza, coinvolge l’intero sistema bibliotecario comunale e una rete consolidata di partner, tra cui scuole, università, librerie, editori, realtà culturali e gruppi di cittadini lettori. Milano, con il sistema BookCity e iniziative come “Milano legge Milano”, insiste sull’idea di una fruizione diffusa portando le storie nei quartieri e dentro le istituzioni. Nel contesto attuale, la situazione di Fiume non è un dettaglio amministrativo. È un caso esemplare di una tensione contemporanea. Da un lato si proclama l’importanza della lettura, soprattutto per i più piccoli, dall’altro si restringono le condizioni materiali che la rendono possibile. Il discorso non riguarda soltanto biblioteche o scuole ma anche librerie, iniziative pubbliche e spazi intermedi in cui la cultura non si presenta come cerimonia né come prodotto. Una scelta come questa porta con sé effetti lenti e sfuggenti, difficili da valutare nell’immediato. Ma ciò che viene meno non si limita all’aspetto economico, bensì comporta una riduzione della densità simbolica, della vicinanza culturale, dell’abitudine al confronto e alla ricerca personale. Alla fine, la domanda resta aperta e riguarda tutti noi. Se una comunità desidera cittadini più consapevoli, capaci di ragionare, in grado di distinguere tra slogan e argomenti, quali luoghi e quali gesti decide di sostenere quando le priorità iniziano a entrare in conflitto?
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.









































