LA RIFLESSIONE Il canto delle ombre e il mistero della fede

Quattro anni di conflitto in Ucraina, dove il silenzio non è pace, ma un’attesa carica di elettricità, interrotta bruscamente dal lamento lacerante delle sirene

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LA RIFLESSIONE Il canto delle ombre e il mistero della fede

Provate, per un istante, a chiudere gli occhi. Non per cercare il riposo, ma per ascoltare il silenzio di una città che ha smesso di dormire. In Ucraina, da quattro anni, il silenzio non è pace: è un’attesa carica di elettricità, interrotta bruscamente dal lamento lacerante delle sirene che fende l’aria come una lama. Poi, il sibilo dei droni, lo schianto dei missili, e quella luce sinistra che squarcia il buio, non per annunciare l’alba, ma per distruggere la rete elettrica, per lasciare un intero popolo al gelo, senza acqua, senza voce. Eppure, in questo inferno quotidiano, accade qualcosa di inspiegabile.

Il «concerto della resistenza»

Guardate i volti delle madri. Guardate gli occhi delle vedove che stringono al petto una fotografia incorniciata dal nastro nero. In quegli sguardi non troverete solo la disperazione, ma una forza metafisica, un’ancora gettata nell’invisibile. È la fede che le sorregge quando le ginocchia vorrebbero cedere davanti a una tomba fresca. È un mistero che profuma di incenso e di terra bruciata, una luce che brilla più forte quanto più fitta si fa l’oscurità delle notti senza corrente, dove l’unico suono è il ronzio ostinato dei generatori è il “concerto della resistenza”.
Ma la fede, in questa terra, vive anche la sua più atroce contraddizione. Sotto le stesse cupole dorate, davanti alle stesse icone piangenti, le due anime della Chiesa Ortodossa non riescono a trovarsi in una preghiera comune. È una ferita profonda, un paradosso teologico e umano: figli dello stesso battesimo che non trovano le parole per un’unica invocazione di pace, divisi da confini invisibili ma invalicabili di giurisdizione e appartenenza. È il dolore nel dolore: vedere lo Spirito frammentato mentre il corpo della nazione viene martoriato.

«Officine di normalità»

E in mezzo a questo scontro tra giganti, ci sono loro: gli orfani. Bambini che sono diventati adulti in un battito di ciglia. Per loro, la solidarietà ha teso ponti incredibili. Grazie all’impegno di realtà come l’Aics, questi piccoli grandi eroi hanno varcato i confini della paura. Li abbiamo visti al Quirinale, accolti con il calore di una nazione che si fa madre; li abbiamo visti davanti al Papa, a cercare risposte che solo il cielo può dare; li abbiamo visti ospiti lungo le strade del Giro d’Italia, dove il sudore della fatica sportiva ha sostituito le lacrime del terrore.
Il calcio, i tornei giovanili, non sono stati semplici svaghi, ma “officine di normalità”. Ogni gol segnato è stato un urlo contro l’oblio. Ma non dimentichiamo la Fabbrica dei Traumi: quel luogo oscuro nell’anima di chi resta, dove l’odio rischia di diventare l’unica materia prima. La vera sfida del domani non sarà solo ricostruire i palazzi sventrati o riparare i trasformatori della rete elettrica; sarà dare a questi orfani, a queste vedove, la forza sovrumana di superare il rancore. Per costruire un Nuovo Mondo, dovranno imparare a perdonare l’imperdonabile, trasformando le macerie del cuore in fondamenta di pace.

Un cammino difficile

Questa resistenza è fatta di orgoglio e di una fame di libertà che non si sazia con gli aiuti umanitari, ma con la dignità. La stessa dignità che vediamo nei veterani Amp, i soldati mutilati che, grazie al sostegno dei Salesiani del Don Bosco, tornano in campo. Uomini che hanno perso braccia o gambe, ma non l’anima, e che attraverso lo sport dimostrano che la vita, pur ferita, non può essere fermata.
Certo, le ombre non mancano. Vediamo le contraddizioni di una società che lotta contro la corruzione interna mentre combatte l’invasore esterno. È un cammino difficile, sporco di fango e di sangue.

I cimiteri degli eroi

Ma alla fine della giornata, quando il fumo delle esplosioni si dirada, resta un unico dato certo, visibile a tutti sotto il sole di Dio: i cimiteri degli eroi. File interminabili di bandiere che sventolano su tumuli di terra. Lì, dove si sparano gli ultimi tre colpi di fucile, il rumore non è più di guerra, ma di onore. Chi ha deposto le armi per sempre ci guarda da quelle colline silenziose.
Qual è l’aspettativa per il futuro? Non è solo la fine dei bombardamenti. È l’attesa di un’alba in cui il suono delle campane copra finalmente quello delle sirene. È la speranza che le madri possano smettere di essere eroine e tornare a essere semplicemente madri. L’Ucraina oggi è un seme che dorme sotto il gelo, ferito dai droni e dai missili, ma che custodisce in sé la promessa di un fiore che profumerà di libertà perché dopo quattro anni di tenebre, la luce non è più solo una speranza. È un dovere verso chi non c’è più.

*Reporter freelance friulano

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